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[dal Corriere Fiorentino] Un marziano alle primarie

Siete il celebre marziano di Flaiano. Sbarcate in Italia, sentite un comizio di Vendola, leggete un’agenzia di Fassina e subito v’immaginate di essere in una terra malata di un morbo chiamato liberismo. Se per curiosità andate a leggervi cosa sia questo liberismo potreste farvi l’idea che l’Italia sia una terra dove il mercato regna sovrano, anzi tiranneggia, su ogni altra istituzione, la competizione è sfrenata in ogni ambito produttivo e lo Stato è ridotto ad uno snello controllore di pochissime regole.

Bisognerebbe che qualcuno, prendendovi amorevolmente sottobraccio, vi spiegasse che non è esattamente così e dei tanti problemi che affliggono questo paese - dall’evasione fiscale al familismo amorale, dal clientelismo alle degenerazioni del capitalismo di relazione, dall’inefficienza della pubblica amministrazione alle arretratezze culturali dei sindacati – il liberismo non è certo il più pressante. Con buona pace dei capi di quella che in questo paese chiamiamo sinistra.

Fuor di battuta, Vendola ha fatto la sua “discesa in campo” nel modo più ovvio: “Renzi sta a destra, Bersani al centro, io mi metto a sinistra”. E per ribadirlo ha attaccato il sindaco di Firenze dandogli del destro e quindi del “liberista”. Se esiste un modo vecchio di concepire la politica è esattamente questo.

Il dirigente del Pd, Stefano Fassina invece, ha compiuto un testacoda avvincente, dato che fino a ieri ha dato anch’egli del liberista a Renzi, salvo poi denunciare ieri che lo stesso Renzi copia il programma del Pd. E allora delle due l’una: o il programma del Pd l’ha scritto un liberista e quindi quel liberista di Renzi lo copia, oppure Renzi non è quello scellerato fanatico del mercato che egli ha dipinto fino all’altro ieri. Tertium non datur dicevano i latini.

Ma a Renzi, oggi, non in nome del liberismo, ma della credibilità come leader, spetterebbe dire una parola sulla questione del Ddl Damiano (Cesare, lo stesso dell’abolizione dello scalone Maroni) sugli esodati. Perché si tratta di un provvedimento proposto in clima da campagna elettorale (e non è un caso che in Commissione Lavoro l’abbiano votato all’unanimità), che manca in modo eclatante di una credibile copertura finanziaria a fronte di un onere che rischia di superare i 30 miliardi di euro e se è vero che il governo ha commesso degli errori, anche gravi, ai tempi della riforma Fornero (votata peraltro dagli stessi che hanno votato il ddl Damiano) non è con provvedimenti senza copertura che questi verranno risolti. Da rottamare non è il presunto liberismo di Renzi, ma l’irresponsabilità di una classe politica che come da tradizione non è mai tanto compatta come quando si tratta di spendere e promettere sotto campagna elettorale.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 10 ottobre

Pubblicato il 10/10/2012 alle 11.11 nella rubrica Diario.

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