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CULTURA
25 settembre 2015
San Colombano al Lambro. Sagra dell'uva e delle meschinità.
San Colombano al Lambro. Tra Milano, Pavia, Piacenza e Cremona. Cuor di Lombardia.
La quarta domenica di settembre c'è la sagra dell'uva. Magari è pure particolarmente carina, ma insomma, si potrà dire che suona un po' come la solita roba di degustazione di vini e piatti, come sempre tipici.
Fin qui tutto bene.
Pochi giorni prima della sagra, sempre a San Colombano, era allestita la mostra "Israele Oggi". E lo sapete no, come sono questi ebrei. Sempre pronti ad andare a caccia di soldi. E così che si fanno venire in mente? Di chiedere la possibilità di esporre anche loro i propri vini durante la sagra dell'uva. Che però, detto fra noi, più che una grande occasione commerciale, poteva essere l'occasione per uno scambio culturale (chè il vino, al netto di tante fanfaronate da retrogusto di sottobosco in un mattino di ottobre, può essere cultura). Israele è un paese piccolo e desertico. Ma era rigoglioso un tempo ed è tornato ad esserlo grazie al genio di un popolo che rammenta spesso, fiero, di aver trasformato un deserto in un giardino. Lo stesso ebraismo ha un rapporto ambiguo, tra zelo e pragmatismo, col vino. Ma allo stesso tempo è un rapporto lungo, antico e che riguarda anche parte della nostra vicenda culturale. Anzi, proprio nel suo rapporto col vino si nota quanto l'ebraismo stia a metà fra Oriente e Occidente. E quanto vi sia più d'umanesimo nell'ebraismo di oggi rispetto all'Islam.
Quando Elisa va nelle cantine d'Israele per lavoro il rabbino, che sovrintende alla correttezza religiosa delle operazioni di cantina, non le stringe la mano e se può la ignora. Poi però Elisa è quella che va lì per insegnargli come si usano gli strumenti di lavoro e allora il capo cantiniere congeda il rabbino e la sta ad ascoltare come si ascolta chi ha da insegnare. E non importa che sia uomo o donna. Perchè intanto c'è da fare il vino. Anche perchè se non lo fai è difficle che possa essere kosher.
E solo come nota a margine si dica che in Israele si fanno degli ottimi vini.
Ma tutto questo, che potrebbe portarci a riflessioni anche alte, a San Colombano non se lo sono posto.
Perchè a San Colombano ecco che arriva, per festeggiare la sagra dell'uva, un gruppo di signori che, al grido di "Assassini, assassini" accoglie gli espositori israeliani. Non c'è niente da aggiungere o da indagare. Si tratta della solita ghenga di orrendi cialtroni che appena finito d'asciugarsi la bava dalla bocca sbraitante il coro "assassini" (a persone che erano lì per esporre i propri vini), aspettano qualche miseria di telecamera o taccuino per rilasciare dichiarazioni sulla necessità del dialogo, costruire ponti e fare la pace.
Trattasi, banalmente, di normale amministrazione della volontà di sopruso, da parte piccoli prepotentelli di provincia.
Le solite facce di merda, tanto per intenderci.
Fin qui tutto bene.
Poi però succede che i vili sono quelli che fanno accomodare i prepotenti. Ed ecco che il consigliere comunale Lorenzo Brusati, candidato sindaco alle ultime elezioni con una lista che portava il suo nome, presenta una richiesta all'amministrazione e ai carabinieri del paese per annullare la degustazione di vini israeliani. "Non si tratta - chiede il prode Brusati - di un argomento troppo delicato e politicamente esposto per essere trattato in una sede quale un piccolo comune e la sua festa più partecipata, che può mettere la cittadinanza e i vari visitatori in una situazione di rischio facilmente evitabile?". Quindi, le ragioni dei prepotenti vengono date per buone. Quel grido "assassini, assassini" rivolto a chi voleva esporre i propri vini non diventa facilmente identificabile come un gesto violento, ma come una questione troppo grande per essere affrontata. E forse Brusati ha ragione, perchè ha fatto esattamente la figura dell'omino piccolo piccolo.
Ma si tratta di un consigliere di minoranza. E poi i vili e i prepotenti sono figli della stessa famiglia. Ed è famiglia numerosa.
Fin qui, insomma, tutto bene.
Ma ecco che arriva il sindaco di San Colombano. Che, poche ore dopo la richiesta di Brusati, firma una lettera in cui nega la vendita e il permesso di esporre vini d'Israele. Ed essendo il sindaco, perdio, rilascia pure un'intervista al quotidiano locale "Il Cittadino". Dove spiega: "Io non entro nel merito della questione israelo-palestinese". Bravo sindaco, rimani nel merito di quello che è successo, ovvero la prepotenza di un gruppo di sbrodolatori. E invece il sindaco aggiunge "ma nemmeno mi esprimo se sia giusto o meno sospendere l'iniziativa. Io faccio solo una valutazione di tipo organizzativo, e non si può rischiare di accendere una sigaretta vicino a una tanica di benzina".
Accendere una sigaretta vicino ad una tanica di benzina.
Ve lo giuro, ha detto così.
Per poi chiudere in bellezza: "La mia è solo una scelta di buon senso, da questa vicenda non esce vincitore nessuno".
Non so chi esca vincitore. Questo davvero non lo so.
Certo che il sindaco, Pasquale Luigi Belloni, c'ha fatto la figura peggiore di tutti. Per la decisione presa, ma ancor di più per le ragioni espresse.
Belloni.
Pasquale Luigi.
Che sovrabbondanza di nomi per cotanto sindaco.


località
24 settembre 2015
Stendhal a Milano. E un arcobaleno
Dev'essere bello vivere a Milano.
Un posto dove appare un arcobaleno.
E c'è gente che sviene per la sindrome di Stendhal.

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arte
23 settembre 2015
Ignazio Chaplin
La leggenda vuole che a San Francisco, nel 1915, Charlie Chaplin abbia partecipato ad un concorso per sosia di Charlie Chaplin.
Classificandosi terzo.
Mi è sempre sembrata una bella storia fasulla.
Poi ho visto Ignazio Marino a Ballarò. Che sembrava la parodia di Crozza che imitava Marino.
Mi sono così ricreduto sulla storia di Chaplin.
SOCIETA'
22 settembre 2015
Messaggi dall'Italia

Ieri siamo entrati a barcellona pozzo di gotto, opg siculo, per far firmare i ricorsi ex art. 35 bis agli internati che ancora sono rinchiusi, nonostante la legge 81/2014 dica che gli opg dal 1 aprile 2015 non ci sono piú. Ho visto lá una ragazza di 21 anni, internata da 3 in opg per resistenza a pubblico ufficiale, minaccia ed evasione. Una bambina, dentro un manicomio criminale da tre anni. L'italia fa schifo. Noi dobbiamo far qualcosa. Sono felice di avervi come fratelli e sorelle.

Messaggio di Sofia nel gruppo Whatsapp "Ciuffolettenbaum".

letteratura
21 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Requiem per la lettera al Presidente
18 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Trogolema

Sabato, alla festa dell'Unità di Firenze, D'Alema se l'è presa, fra svariati altri s'intende, anche con Angelo Panebianco, colpevole di aver scritto un editoriale in cui individuava nella battaglia sulla riduzione fiscale, l'arena dove si combatte e si combatterà “una battaglia per l'identità della sinistra”.

E dire che proprio la risposta di D'Alema, ad una domanda sulla giustezza o meno di una politica di riduzione delle tasse, è stata dedicata ad inquadrare l'annuncio di Renzi sulla cancellazione della Tasi come una proposta sbagliata, perché non di sinistra. Una questione che ha richiamato esattamente il punto di un'identità politica che non si può tradire. D'Alema ha quindi confermato la bontà dell'analisi di Panebianco nel momento esatto in cui se la prendeva con lui.

Ma al di là di questa involontaria finezza logica, la chiave dell'analisi di D'Alema sulle scelte di riduzione fiscale conferma anche l'altra parte dell'analisi di Panebianco. Ovvero quello di un atteggiamento ideologicamente ostile alla riduzione delle tasse da parte di quella sinistra di cui D'Alema fa parte. E si potrebbe aggiungere anche che si tratta di un'ostilità che è tale non è solo ideologica, ma anche piuttosto rozza e demagogica.

“Perchè se tu metti i soldi in tasca ai ricchi, non è che quelli vanno dal droghiere. Li investiranno, da qualche parte, magari all'ester … non lo so”. Questo è uno dei passaggi meno azzeccati di quella risposta. In cui tuttavia emerge chiaramente che tagliare le tasse non si può perché poi si tagliano anche ai ricchi e questo non è di sinistra. Ora però bisognerà chiarirsi, anche qui, su un punto logico ineludibile. Le tasse se le riduci, le riduci a quella parte di cittadini che le pagano (in Italia non sono moltissimi, ma insomma ancora qualcuno è rimasto). Di solito chi le paga ha un reddito (e anche questo non è banale). E se il suo reddito è alto pagherà più tasse. E se le riduci, potrebbe capitare di ridurle anche a lui. Questo spero lo si possa accettare anche nella sinistra di cui parla D'Alema. Così come s'accetterà di dover dare buono, fino a prova contraria, che anche chi guadagna molto (e in Italia i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro di imponibile Irpef sono poco più dell’1 per cento del totale) lo fa in modo legittimo e fa parte anche lui del consesso civile. E magari va pure dal droghiere (anche perché da certi droghieri è bene presentarsi con conti solidi, visti i prezzi).

L'Italia ha un debito pubblico molto alto, un Pil che non cresce, un'evasione fiscale intollerabile quasi quanto la pressione fiscale su coloro che le tasse le pagano. Ma poi si scopre che il problema sono i ricchi che dichiarano il proprio reddito, ma non vanno dal droghiere. Io non lo so se questo è un atteggiamento post-comunista o meno. Ma mi pare piuttosto trogloditico.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 16 settembre

VIAGGI
17 settembre 2015
Triopetra
Non saprei distinguere un afghano da un pakistano. E nemmeno voi.
Lui ha la pelle scura, il naso con la gobba e un profilo elegante. Sopracciglia folte, occhi e capelli nerissimi, più stoppacciosi persino dei miei.
Arriva che non me ne accorgo nemmeno. Addosso un paio di pantaloni di tela blu da lavoro, un paio di scarpe antinfortunistica senza calze e una maglietta che toglie, ripiega e sistema sullo scoglio a cui si mette appoggiato per guardare il mare a due passi da noi.
È magro quanto me, ma la schiena un po' incassata che ha portato ben altri pesi della mia.
Credo che non saprei nemmeno distinguere un bengalese da un indiano. E nemmeno voi.
Triopetra è la spiaggia più affascinante che abbia visto a Creta. Si chiama così per via di tre grandi scogli erosi dall'acqua e dal vento, che paiono enormi pile storte di vecchi giornali beige accatastati uno sull'altro. Il mare è splendido, pieno di pesci, il fondale chiaro, l'acqua turchese attraversata dal sole, subito alta. Le onde perfette per giocarci e lasciarsi cullare. La spuma bianca che si allunga per metri sui sassi e la sabbia scura.
È praticamente deserta.
Oltre a noi solo una coppia di russi, lattinoni di birra e occhiali da sole, e una famiglia che passa il tempo a tuffarsi dagli scogli, poi il figlio maggiore si fa male e vanno via.
Quando arriva lui io nemmeno me ne accorgo. Si mette lì appoggiato e guarda il mare.
Elisa va a fare l'ennesimo tuffo. Si sposta più giù di qualche decina di metri rispetto agli scogli. Un paio di bracciate e poi si mette ferma nell'acqua a lasciarsi cullare dalle onde incessanti sotto il sole.
Quando parliamo di ariani ci immaginiamo dei biondoni con gli occhi azzurri. E invece la terra degli Arii era grossomodo quel che oggi chiamiamo Iran.
Lui si toglie le scarpe e poi i pantaloni. Sistema entrambi con cura sullo scoglio. Non ha nient'altro. Rimane nudo e va ad immergersi in acqua. Proprio davanti agli scogli. Aveva imbarazzo a farlo davanti ad Elisa. Ma esattamente come ha fatto lei qualche metro più giù, si immerge anche lui poco oltre la riva a farsi sballottare dalle onde. Non ha grande confidenza con l'acqua o forse è solo molto stanco. O forse è debole. Forse non sa nuotare e chissà com'è per lui vedere quel mare. Chissà che sensazione è stata immergercisi quando è arrivato qui. Chissà che strada ha fatto per arrivarci. Qui dove siamo. In un'isola in mezzo al Mediterraneo, su una spiaggia lontana da tutto, che per arrivarci attraversi un paesaggio che se non fosse per gli ulivi parrebbe il Messico. Sotto agli scogli di Triopetra, a fare il bagno nel mar Libico.
Quando arriva qualche onda più forte delle altre, smanaccia frenetico a cercare la battigia. Non sorride mai, rimane serio. Lo sguardo distante. Lo scuro della pelle tra l'azzurro dell'acqua e il bianco della spuma, sotto il sole a picco delle due del pomeriggio.
Cavolo se ha i capelli stoppacciosi. Anche quando l'acqua gli bagna la testa loro non si scompongono più di tanto. Neri, asciutti di polvere. Ha la piega nel mezzo e lì gli rimane. Impermeabile, inscalfibile.
Poi esce dall'acqua, mi passa davanti e gira dietro gli scogli, infilandosi in una di quelle grotte umide che odorano di marcio. Quelle grotte sono uguali più o meno ovunque. Ci si accumulano alghe, lattine, pisciate, preservativi e altri avanzi d'estate. Eppure quando le vedi, da lontano, sembrano sempre luoghi affascinanti, poi t'affacci, senti la sabbia umidiccia sotto i piedi, annusi lo stantio di salmastro rappreso e te ne allontani.
Lui fruga là dentro e dopo un po' se ne esce portando sottobraccio un tappetino di plastica, di quelli da yoga. Mi ripassa davanti e si arrampica su uno scoglio, ci stende sopra il tappetino, lui sopra a quello e rimane lì ad asciugarsi.
Il silenzio è rotto all'improvviso da un rumore che parte lontano, si avvicina, sparisce. Non è Leopardi, non è Battiato. È un aereo militare che vola sopra di noi verso sud. Verso la Libia, che è lì a due passi e lì a due passi è sempre stata anche prima di Gheddafi, o chissà dove.
Elisa esce dall'acqua e viene verso di me, lui si riveste, la coppia di russi finisce la birra e parte in esplorazione dei tre scogli di Triopetra dove prima era la famiglia di tuffatori. Come se il passaggio del jet avesse smosso tutti dal proprio torpore.
Io tiro fuori una susina, la offro ad Elisa che non la vuole, e così la mangio io. Mentre mastico e guardo davanto a me sento la voce di Elisa. Ha visto quel ragazzo e ora anche lei guarda davanti a sè. "Che mondo di merda". Non aggiunge altro. La guardo, bellissima sotto il sole. E non aggiungo nulla nemmeno io.
Nei film western, almeno fino agli anni 70, ad interpretare i pellerossa erano attori americani, con aiuto di fard e ombretto, o messicani. Anche in Soldato Blu, passato alla storia come un film rivoluzionario, in cui per la prima volta sono i bianchi ad essere cattivi, i cheyenne vengono in realtà da Città del Messico. Nessuno aveva da ridire. E, immagino, nemmeno io o voi lo avremmo avuto.
Ci penso in silenzio. L'unico rumore è quello delle onde. E vorrei offrire la mia altra susina anche a lui. Ma non riesco ad incrociare il suo sguardo. Nemmeno quando, rivestito e col tappetino sottobraccio, ci passa davanti per tornare nella grotta e sdraiarsi a riposare.
E' caldo. La coppia russa si è già stancata di esplorare gli scogli e s'è rimessa a prendere il sole. Io ed Elisa ci rivestiamo. Raccogliamo le nostre cose, sacchetti di tela e asciugamani in spalla, facciamo per andare alla macchina. Elisa mi precede, io mi fermo e le dico
"Aspetta,voglio lasciargli almeno questa susina, tanto a te non va, vero?"
Si ferma, si gira e mi guarda.
"Ok, ma lo vedi che sta dormendo?"
"Gliela posso lasciare lì davanti all'ingresso della grotta". Anche perchè non ho voglia di entrare là dentro. Ma questa parte la tengo per me.
"Sei sicuro? Guarda che se la mangiano loro!". Dice sorridendo e indicando la coppia di russi.
"Non credo Eli, a meno di non mettere a questa susina un'etichetta che dice che costa 200 euro".
Elisa sorride, si gira e si avvia.
Io mi fermo davanti all'ingresso della grotta. Pulisco la susina e la appoggio su un sasso. Lascio lì la mia offerta alla creatura della grotta. Mi viene da sorridere a pensare a quel gesto.
Non saprei dire se pagano o cristiano. E forse nemmeno voi. Perchè in fondo non importa.


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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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