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SOCIETA'
14 gennaio 2015
[Se vince Panco emigro] Ecco perchè sarà WV
Ovvia su, iniziate a scrivere la solita sequela di cazzate "se fanno Presidente Pinco vado via dall'Italia", "se fanno Panco emigro" e blablabla.
Perchè l'unico problema di frasi del genere è che poi non le mettete in pratica.
... per questo ci meritiamo Veltroni.
SOCIETA'
11 luglio 2014
[dal Corriere Fiorentino] Berlinguer non ti voglio bene, ma ti rispetto.

Il neoassessore fiorentino Lorenzo Perra orgogliosamente rivendica l’intitolazione di una piazza cittadina ad Enrico Berlinguer “un atto di sinistra, doveroso e che non a caso è tra i primi della nuova amministrazione”. E qua, Berlinguer a parte, è interessante prendere nota della priorità che la nuova amministrazione ha individuato per Firenze: intitolare piazze.

L’intitolazione avviene mentre Sinistra Ecologia e Libertà, nel trentesimo della morte di Berlinguer, promuove una campagna nazionale proprio per invitare i sindaci “a dedicare all’indimenticato segretario del Pci uno spazio vissuto del proprio comune”. Considerando le divisioni in cui si dibatte il partito di Nichi Vendola non si può negare che l’utilizzo di Berlinguer come santino possa avere un suo senso, appacificante e unificante.

Infine Enrico Rossi, anche lui, dice di voler ripartire da Berlinguer per ricostruire la sinistra. Già che ci siamo ci sarebbe anche da ricostruire il Muro di Berlino, predicare l'Eurocomunismo, rivendicare la diversità morale di un partito che prende fondi pubblici, soldi da Mosca e domina la Lega delle Cooperative e poi saremo pronti per la leadership di Enrico Rossi.

E va bene, benissimo così, perché a Berlinguer tocca dire di volergli bene, pena lunghe discussioni con amici e conoscenti che su tutto accettano punti di vista diversi, ma guai a toccargli Berlinguer. Più austeri dell’austera figura del dirigente di partito che ci hanno tramandato. Più permalosi di un fiorentino se gli tocchi la Fiorentina. Berlinguer il buono, il Giovanni XXIII del comunismo italiano. E secondo me qualcuno sarebbe pure tornato a casa dando una piccola falcettina e un martellino ai propri bimbi dicendogli che glieli mandava il Segretario.

La mistica del Berlinguer uomo onesto ed uomo probo ha travalicato ogni riferimento storico e politico. Così come il mito della diversità è diventato l’estremo rifugio per ogni sentimento di rivalsa, per ogni redenzione postuma, spesso immeritata, di militanti e non. Fino all’apice dell’omaggio registico di Veltroni. L’omaggio ad un uomo che da politico e segretario di un partito che aveva ramificazioni, organiche e non, nei giornali, nelle accademie, nelle procure, diceva di volere un partito che cessasse di occupare lo Stato. Il punto è che lo diceva da politico (più astuto che coraggioso secondo me). Certo non lo diceva da filantropo, non da figurina per santini. Quello che invece per tanti continua inevitabilmente ad essere e, quel che è peggio, ad essere tramandato. Anche a Firenze.

dal Corriere Fiorentino di venerdì 11 luglio

politica interna
7 maggio 2013
[dal Corriere Fiorentino] Integrazione e legalità. Immigrazione a due strade
In un capitolo del Sutra del Loto, Buddha si rivolge ai discepoli e illustra loro quella che viene chiamata la parabola delle piante. “La pioggia penetra in tutte le piante, negli alberi, nella boscaglia e nei cespugli, così come nelle erbe medicinali, nelle radici, nei fusti, negli steli e nelle foglie di ogni forma e dimensione. E sebbene ciascuna pianta sia bagnata allo stesso modo, ciascuna cresce in modo differente dalle altre”. Oltre i significati più strettamente legati al buddhismo, la benedizione del sole e della pioggia sottolinea l’uguaglianza sotto il cielo, mentre la terra che sostiene le piante simboleggia l’uguaglianza sulla Terra.

E’ un grande messaggio sul valore dell’uguaglianza e allo stesso tempo sulla ricchezza della diversità. E sembra quasi superfluo richiamare un testo così importante per riportare almeno nei ranghi della civiltà la polemica accesa da esponenti leghisti contro il ministro all’integrazione Cecile Kyenge, rea di aver indicato tra gli obiettivi che ritiene prioritari per l’Italia quello di aprire allo ius soli, ovvero la concessione del diritto alla cittadinanza a coloro che nascono sul territorio del nostro paese. Una proposta simile è stata formalizzata a suo tempo, nell’ambito del centrosinistra italiano, dal PD di Veltroni e poi riproposta da Matteo Renzi a partire dalla prima convention della Leopolda.

Se si mette da parte il latinorum che accompagna a volte questi dibattiti credo non sarà difficile convenire che affrontare la questione di un nuovo sistema di concessione della cittadinanza sia non solo legittimo, ma anche attuale per un paese che non vive sulla luna o in un angolo nascosto del mondo o della fantasia, come il caso della Padania.

C’è poi chi ha legato polemicamente questo dibattito con il caso di cronaca nera di Castagneto Carducci che ha avuto una forte eco in tutta Italia. Un caso terribile. Ma su cui è bene tenere chiaro che il metro con cui misurare l’accaduto non è quello scivoloso e sbagliato sulla nazionalità del presunto assassino, né per giustificare, né per condannare. Ma quello ineludibile della legalità. La stessa di cui chiede conto la lettera che la famiglia di Ilaria Leone ha scritto per chiedere come mai “il presunto omicida sia uno spacciatore, noto alle forze dell'ordine, con precedenti penali specifici, per reati commessi anche nella piccola comunità toscana, irregolare in quanto destinatario nel tempo di plurimi decreti di espulsione, ancora una volta mai eseguiti”.

Integrazione e legalità sono due temi distinti, ma che si tengono per mano in un equilibrio non sempre facile. Ed entrambi vanno trattati con la lucidità necessaria, senza nascondere le sfide che ci pongono come Stato e come società.

dal Corriere Fiorentino di martedì 7 maggio
politica interna
5 luglio 2012
[dal Corriere Fiorentino] Attento conte Max, un liberista alle tue spalle!

Attento! Un liberista alle tue spalle! A sentire leaders vecchi e nuovi, veri o presunti della sinistra nostrana parrebbe che il liberismo sia il fronte più avanzato delle celebri Fodria, le Forze oscure della reazione in agguato. Una paranoia antiliberista che vede nei sostenitori dello stato leggero la principale causa di ogni male del mondo. A costoro ha unito, non per la prima volta, la propria voce Massimo D’Alema che dice d’aver riso di gusto quando ha sentito Matteo Renzi indicare nello scarso liberismo una delle ragioni dei problemi economici attuali dell’Europa. Difficile credere che D’Alema possa ridere di gusto, più facile immaginarlo mentre ghigna sardonico. Difficile credere anche che quel ghigno sia giustificato. La ragione e’ semplice. Supponiamo che abbia ragione D’Alema nel dire che il liberismo sia la causa della crisi. In tal caso l’Italia non avrebbe di che preoccuparsi, dato che più della metà del Pil nazionale se ne va in spesa pubblica, altro che liberismo!

Peccato che quella spesa pubblica, per la gran parte spesa primaria corrente per pagare stipendi, ha costruito proprio quel debito che chiede di essere finanziato e garantito esponendo il nostro paese ai rischi a cui sottostà ogni debitore.

Un po’ di liberismo, inteso come la richiesta di superare un esistente fatto di spesa pubblica sbilanciata – con scarsi investimenti e poco sostegno per le fasce produttive e giovani  del paese – non credo sarebbe la rovina dell’Italia. E se liberismo non piace la si chiami giustizia sociale, perché a ciò tenderebbe. Ma ormai il gioco polemico pare chiaro: incastrare Matteo Renzi nei panni del “pericoloso liberista” per isolarlo nella caricatura del nemico interno (un grande classico di tanti partiti comunisti, compreso quello italiano) e non affrontarlo politicamente.

Quella di D’Alema non e’ una voce isolata nel Pd, partito che doveva segnare una nuova strada per la sinistra italiana e che invece sembra sempre più una riedizione del vicolo in cui il postcomunismo italico e’ finito da parecchi lustri. E la sua e’ anche una voce autorevole. Qualche giorno fa Franco Marini ha avvisato Matteo Renzi che se insiste nel dire che D’Alema, Veltroni e Rosy Bindi devono farsi da parte, qualcuno potrebbe rottamare lui invece che loro. Inutile sottolineare che questo avvertimento non fa che portare acqua alle ragioni del Renzi rottamatore duro e puro. Realista e sincero, Marini ha infatti dato un consiglio al sindaco di Firenze che suona come un avvertimento piuttosto sinistro, e ha di fatto descritto il PD come un partito in cui ci sono alcuni intoccabili e la pena per chi osa azzardare l’ipotesi di poter fare a meno di loro e’, di fatto, l’epurazione. Diciamo – direbbe qualcuno – che non e’ propriamente l’immagine di un partito che ha il problema di essere troppo americano o liberista. Sembra piuttosto un partito dove vige la regola del “zitti e Mosca”.


dal Corriere Fiorentino di Domenica 1 Luglio

politica interna
22 settembre 2010
[Profumo di stronzate] Arrogance al servizio di Veltroni
Profumo. Detto Arrogance per la sua nota umiltà. E questo, secondo i titoli dei quotidiani, dovrebbe essere uno che si mette al servizio delle stronzate di Veltroni? Non so se mi spiego. Ma questo qua, se gli girano, Veltroni se lo compra. Forfora compresa.
politica interna
20 settembre 2010
[Impressioni di Settembre] Tris d'oni
Beppe Fioroni, Paolo Gentiloni, Walter Veltroni, tre bei cogl...

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politica interna
19 settembre 2010
[Impressioni di settembre] Veltroni e i documenti. Chissà se ci sono le videocassette
Sabato. Assecondo il vizio borghese leggendo Il Foglio. Ma penso agli amici de Il Firenze. Così come a quelli de l'Unità Toscana. E leggo che Veltroni ancora promuove documenti. Chissà se in allegato regala videocassette.
POLITICA
8 novembre 2009
[Nessuno è mai stato comunista?] Io sono sempre stato ANTICOMUNISTA
Qualcuno ha detto che non è mai stato comunista. Allora chiariamo: io sono sempre stato ANTICOMUNISTA. Sì, sì. Proprio anticomunista. Educato all'anticomunismo fin da quando ero piccolo. Non abbiatevene a male vecchi compagni. E' solo che son stato educato ad avere a cuore la libertà degli altri non meno della mia
politica interna
2 aprile 2009
[Anticipazioni] Ritratti: Massimo D'Alema (e Walter Veltroni)
Ancora non è definitivo, ma dovrei collaborare nei prossimi mesi con una rivista online. Compito assegnatomi: scrivere brevi ritratti di politici italiani, con l'idea di compilarli poi in un volumetto da mettere in stampa.
Quella che anticipo qua è la bozza del primo ritratto. Un ritratto che non poteva che aver due soggetti, visto che stiamo parlando di Massimo (il timido protagonista) e Walter (il vuoto sabotatore) ...


RITRATTI - Massimo D'Alema (e Walter Veltroni)



La migliore battuta sul Partito Democratico non poteva che essere sua. Interrogato da un vecchio compagno sulla data del prossimo congresso del PD, Massimo D'Alema ebbe a rispondere “Un congresso si fa quando ci sono due linee politiche ... noi al momento non ne abbiamo nemmeno una”.
Eppure, al tempo di questa battuta, segretario del partito nuovo era il vecchio compagno Walter Veltroni e da che esistono i post-comunisti in Italia anche i bambini, che finalmente possono dormire sonni tranquilli, sanno che Veltroni e D'Alema sono divisi sulla direzione politica da far prendere alla migrazione del proprio popolo dopo il tramonto del sol dell'avvenire.
Ma la battuta dello sprezzante baffetto verso la nullità politica espressa dal Veltroni segretario democrat ha un fondamento di verità che ribalta la narrazione classica delle recenti vicende del PD. Secondo tale narrazione Massimo D'Alema è stato l'indefesso cospiratore, il guastatore interno dedito al sabotaggio della linea del leader scelto dalle primarie. Ma mentre tutti i commentatori si sforzavano a tinteggiar di fosco il suo profilo, nessuno si prendeva la briga d'interrogarsi su quale fosse la linea politica che lui, almeno a stare ai loro racconti, avrebbe sabotato.
Se qualcuno si fosse dedicato a tale indagine anche solo per un attimo avrebbe forse colto il paradosso per cui non è D'Alema ad aver sabotato Veltroni, ma è Veltroni che da anni sabota D'Alema. La ragione è semplice e semplicemente politica. D'Alema ha una linea politica, Veltroni no; e questo vale al di là della bontà o meno di quella linea. Anzi, Veltroni esprime la sua linea politica in mera contrapposizione a quella dalemiana ed è quindi, di fatto, un sabotatore/parassita ... politicamente s'intende!

Quella di Veltroni è un'idea di politica profondamente vacua, ben descritta dalle parole dell'Andrea Romano di “Compagni di Scuola”:
«“La mia idea di politica – dice Veltroni – e persino i riferimenti storici per me più importanti comportano il dovere, talvolta aspro, della chiarezza”, in quanto “sicuramente sono uno che rischia in politica, perché ho sempre detto delle cose eterodosse rispetto al mio tempo”. In mancanza di indizi più precisi sulla sua “aspra eterodossia” - di cui si ignora l'esatta conformazione, avendo Veltroni fatto la serena carriera di un berlingueriano eminente, che certo non frequentava le sezioni del Pci per diffondervi i germi dell'eresia – viene da pensare che l'unico rischio dell'operazione consista nell'appropriarsi di quel mito (berlinguerian-kennediano ndr)senza farsi frenare da eccessivi pudori».
Quella di D'Alema è invece un'idea politica semplice, quasi ovvia ... tanto che fino ad oggi, non è mai riuscito a realizzarla! La si ritrova espressa con chiarezza in un'intervista rilasciata a Bruno Vespa nel 1996.
«Tu non hai mai pensato a un partito dell'Ulivo? “No. [...] Se hai voglia di andarti a rileggere il discorso del giugno '94, quando chiesi la fiducia per diventare segretario del Pds, c'è scritto che non volevo il partito dell'Ulivo”.
Già pensavi al partito socialdemocratico? “Sì, è scritto lì. E' scritto che dobbiamo completare la svolta creando un partito saldamente impiantato nella tradizione del socialismo europeo”
E i rapporti con i Popolari, in prospettiva, quali saranno? “La mia bussola è l'Europa. I Popolari sono una delle grandi correnti politiche dell'Europa democratica. In Europa c'è una Destra molto conservatrice che non ha un grande peso. Poi c'è una Destra liberalconservatrice. E poi ci sono i Popolari. In alcuni paesi europei sono antagonisti dei socialisti. In altri (Olanda, Belgio, Austria) collaborano al governo coi socialisti. I Popolari non collaborano mai con la Destra. Dove c'è una Destra forte collaborano con la Sinistra. Dove non c'è sono alternativi alla Sinistra. In ogni caso, nessuno immagina che possano confluire nel nostro nuovo partito».

Esprimendo Veltroni un vuoto politico riempito solo dalla costruzione della propria immagine, ed avanzando invece D'Alema una direzione politica, per quanto timida, appare evidente che quello ad esprimersi politicamente per contrapposizione sia sempre stato Walter.
Ad oggi il suo sabotaggio può dirsi riuscito, perché, per eccesso di ritardo, la linea Dalemiana non ha più la ragion d'essere espressa oltre 10 anni fa. Il perché sta scritto nella mossa decisiva del più geniale politico italiano degli ultimi lustri, quel Silvio Berlusconi che dal predellino di un auto non solo ha lanciato un partito, ma lo ha saldamente impiantato nella tradizione del popolarismo europeo, facendo saltare le fila del ragionamento del povero Massimo.
Il sabotaggio veltroniano ha dunque contribuito al tracollo dell'unica prospettiva politica made in post-Pci. Rimane una sola consolazione al compagno Massimo ed è quella con cui chiudiamo questo requiem.
Festa nazionale del Partito Democratico a Firenze, la scorsa estate. Un giovane fan di D'Alema va incontro al suo idolo al grido di “Presidente! Sappia che io son sempre stato d'accordo con Lei!”. Il baffo s'increspa nel ben noto sorriso sarcastico, quasi ad anticipare il tono della risposta: “Allora sappi che hai sbagliato molto ... ma molto meno di altri”.
politica interna
17 marzo 2009
[Lombrosianamente] Perchè Veltroni ha sempre perso (ma Prodi non abbia a riderne)


Riesumato dalla sua tana di livore mal covato, domenica scorsa Romano Prodi va ospite da Fabio Fazio. La notizia avrebbe potuto affascinare solo qualcuno interessato a raccogliere scommesse su chi dei due sia più pretesco nei modi e più irritante nei sorrisi.
Ma la politica italiana (ed i media di conseguenza) è talmente sbandata che ha pensato bene di montare un affascinante dibattito sul fatto che Prodi abbia punzecchiato il Veltroni segretario del PD quando lui era ancora a capo del governo più traballante che io ricordi. Una reazione che più ovvia non potrebbe essere.

"Miserevoli ripicche tra ex" avrebbe titolato la stampa libera di un paese normale. Un ex presidente del Consiglio che se la prende con l'ex segretario del "suo" partito. E invece no, perchè l'Italia non è un paese normale, è un paese malato. E allora via con l'appassionante dibattito: era meglio l'Unione di Prodi che perde le elezioni, ma si impunta a governare ... ovviamente da schifo, oppure era meglio il PD di Veltroni, che corre da solo, "ma anche" con Di Pietro e piglia una scoppola elettorale come poche se ne ricordano?

Noi francamente ce ne infischiamo e diciamo l'unica verità che c'è da dire su tutta la questione. Vuole sapere Prodi, con quel suo bel faccione, perchè Veltroni ha perso? Perchè Veltroni ha sempre perso anche quando era a capo dei DS (indimenticabile il 16,6% del 2001)? Vuole saperlo davvero Prodi?

Ebbene, Veltroni ha sempre perso perchè ha la faccia di uno che non ha mai lavorato un giorno in vita sua.

politica interna
28 ottobre 2008
[L'articolo che avrei voluto scrivere] "Demagogia e populismo" di Luca Ricolfi

Capita periodicamente di leggere articoli che, quando arrivi alla fine, ti dici "cazzarola, avrei voluto scriverlo io un articolo così". Con Luca Ricolfi mi capita spesso. Ma quello pubblicato il 13 ottobre scorso su La Stampa è anche un articolo che ho riletto con una frequenza scriteriata negli ultimi giorni. Lo trovo semplice e geniale. Da leggere!

DEMAGOGIA E POPULISMO - di Luca Ricolfi
Tratto da LaStampa.it


Io penso che il cosiddetto dialogo sia non solo utile, ma indispensabile - strettamente indispensabile - per affrontare i principali problemi dell’Italia. Per «dialogo» intendo non tanto il rispetto reciproco fra governo e opposizione (che è solo un prerequisito ovvio, ed è questione di maturità politica), quanto la capacità di governo e opposizione di mettere da parte le divisioni nei casi in cui sono in gioco gli interessi di lungo periodo dei cittadini.

Nel corso di questa legislatura, nonostante alcuni tentativi, il dialogo non è mai decollato seriamente e ora - con l’approssimarsi della manifestazione del 25 ottobre - pare destinato ad arenarsi definitivamente. Perché il dialogo non decolla? Perché, nonostante in tanti ci auguriamo una stagione di ragionevolezza, i due maggiori partiti non riescono a instaurare fra loro un rapporto che non sia troppo dannoso per noi?

La risposta, a mio parere, è molto diversa per la destra e per la sinistra.

Il «male» della destra, ossia il tratto della destra stessa che maggiormente danneggia l’Italia, è il populismo. Il populismo in salsa berlusconiana è la credenza di poter fare a meno dell’opposizione in quanto si detiene una maggioranza sia in Parlamento sia nel Paese. Di qui il fastidio per ogni offerta di dialogo, l’insofferenza per le lungaggini parlamentari, la tentazione ricorrente di tirare dritto ignorando le ragioni dell’opposizione, forti soltanto del mandato popolare e dei sondaggi.

Questa sorta di sindrome di autosufficienza, a sua volta, deriva probabilmente da una sottovalutazione della complessità dei problemi dell’Italia, ma forse anche da una sottovalutazione delle proprie buone ragioni.

I politici di destra, salvo qualche importante eccezione, si muovono come se le proprie idee non fossero abbastanza valide da meritare una battaglia culturale né abbastanza forti da portare l’opposizione stessa a fare i conti con esse (come, per fare un esempio, fece la Thatcher, le cui idee contaminarono positivamente Tony Blair). Deficit di egemonia, avrebbe detto Gramsci; miope preferenza per il puro e semplice mantenimento del potere, direbbe oggi un osservatore malizioso. Può sembrare paradossale, ma a me sembra che la tendenza a snobbare l’opposizione non sia segno che la destra è sicura di poter cambiare l’Italia da sola, ma - tutto al contrario - che ha già rinunciato a tentare l’impresa.

Radicalmente differente è il problema della sinistra. Il «male» della sinistra, il suo tratto che più danneggia l’Italia, è la vocazione demagogica. La demagogia in salsa veltroniana è la tendenza a illudere i propri elettori ignorando o deformando i fatti, l’attitudine a manipolare la verità se questo giova alla causa: probabilmente l’aspetto in cui il Partito democratico è rimasto più simile al vecchio Partito comunista. Veltroni ha sicuramente ragione quando osserva che è ben difficile dialogare con chi non perde occasione per irridere l’opposizione e il suo leader. E tuttavia pare non rendersi conto che i leader politici non sono le «comari di un paesino», come le chiamava Fabrizio De André. Esistono certo presupposti psicologici del dialogo (tu ti offendi se l’altro ti tratta male), ma esistono anche - e sono decisamente più importanti - presupposti logici del dialogo: dire la verità, o perlomeno qualcosa che non ne sia troppo distante, è la condizione preliminare minima per affrontare i problemi del Paese.

Sfortunatamente per tutti noi, invece di fare questo, Veltroni e il gruppo dirigente del Pd dipingono un’immagine radicalmente distorta della situazione in cui ci troviamo e delle ragioni per cui vi siamo immersi fino al collo. Lasciamo perdere le vere e proprie bugie che si possono leggere sul sito del Pd, o che ci è capitato di ascoltare in tv (ad esempio: «150 mila insegnanti messi per strada», «tagli alla scuola per 8 miliardi nel triennio 2009-11»). Lasciamo anche perdere l’infantile affermazione per cui «la crisi è colpa della destra» e del suo sfrenato liberismo: come se, dopo gli anni di Reagan e della signora Thatcher, Europa e Stati Uniti non avessero anche avuto una lunga stagione di amministrazioni progressiste; come se - almeno in Italia - la sinistra riformista non fosse più liberista della destra; come se una crisi quale quella che travolge il mondo intero potesse essere imputata a una parte politica. Concentriamoci, invece, sui dati di fondo della situazione italiana.

Veltroni e i suoi parlano di stipendi, salari e pensioni come se ci fossero risorse per aumentarli, e dimenticano che fu lo stesso Padoa-Schioppa, ancora all’inizio di quest’anno, a negarne l’esistenza di fronte ai sindacati che esigevano un intervento sui redditi da lavoro dipendente: farebbero meglio a dire la verità, e cioè che ci vorranno anni di crescita e di sacrifici perché il potere di acquisto delle famiglie italiane recuperi le posizioni inesorabilmente perdute negli ultimi quindici anni, quale che fosse il colore dei governi. Veltroni e i dirigenti del Pd parlano della politica scolastica come se la svolta rigorista non fosse iniziata con il precedente governo (commissari esterni, esami a settembre), e come se le misure di risparmio di oggi non fossero analoghe a quelle previste a suo tempo da Padoa-Schioppa (Finanziaria 2007), e ampiamente spiegate nel Quaderno bianco sulla scuola preparato dal governo Prodi: farebbero meglio a riconoscere che in Italia gli insegnanti sono davvero troppi (come rivelano i dati Ocse) e che purtroppo una parte di essi non è all’altezza del compito (come constata chiunque abbia figli in età scolare). Più in generale, Veltroni e il Pd criticano ossessivamente i tagli, in qualsiasi campo avvengano (scuola, università, forze dell’ordine, giustizia, sanità, enti locali), e preferiscono rimuovere il dato cruciale: i tagli alla spesa corrente sono necessari, tanto è vero che, in campagna elettorale, il partito di Veltroni ne prometteva per circa 40 miliardi in un triennio, contro i 30 previsti dalla Finanziaria di Tremonti.

Naturalmente si possono avere idee diverse su come intervenire sui problemi strutturali dell’Italia, e ci sono ottimi motivi per essere critici su molto di ciò che passa il convento governativo: tagli poco o per niente selettivi, passi indietro nella disciplina dei servizi pubblici locali, confusione in materia di federalismo, scarsi investimenti nei settori strategici, insufficienze e ritardi nelle misure di carattere sociale (come la social card). Ma se si vuole essere credibili, occorre smetterla di illudere gli italiani trattandoli come bambini: far credere che i tagli siano evitabili, che ci siano soldi per i redditi da lavoro dipendente, o che la crisi sia «colpa della destra», significa solo fare della demagogia. Una demagogia cui Berlusconi non potrà che rispondere con dosi crescenti di populismo. Che a loro volta rafforzeranno Veltroni nella convinzione che il male sia «questa destra». La quale destra avrà la prova provata che con «questa sinistra» non si può dialogare. E così via per saecula saeculorum. Perciò imploriamo entrambi: possiamo cambiare film?

politica interna
3 luglio 2008
[Labouratorio n.29] Berlusconiani di Sinistra


Ormai ci siamo convinti che la più sincera forma di opposizione al governo Berlusconi sia quella di farci berlusconiani. Un paradosso? Un gioco di parole? Nient’affatto. Siamo berlusconiani antiberlusconisti. Siamo, in altre parole, elettori convinti che la sinistra può ritrovare se stessa solo stringendo Silvio in un abbraccio mortale e rigeneratore. E lodo Alfano sia.

Un abbraccio che liberi entrambi dalle logiche perverse dello scontro (im)politico centrato sulla figura del Silvio dittatore. Che lasci quest’ultimo misurarsi con il difficile compito di governare un paese che è abbastanza maturo da non temere il regime - almeno non ora e non questo regime narrato dai Travaglio di turno - e sufficientemente consapevole delle difficoltà crescenti per i lavoratori, i piccoli e medi imprenditori, i disoccupati, le famiglie, i giovani e gli anziani. Che costringa la sinistra a tornare a misurarsi con questi stessi problemi, studiando e proponendo ricette diverse e, speriamo, più efficaci, che la preparino a tornare quanto prima al governo in maniera consapevole e non improvvisata come successo l’ultima volta.

Una Liberazione plurima: per Silvio, per la sinistra e per il paese tutto. Una Liberazione che non vogliono coloro che invece dalla rissa sterile hanno da guadagnare, perché altrimenti dovrebbero misurarsi su un terreno che non è loro congeniale: quello del riformismo. Chi siano costoro lo scriviamo tanto per far capire che noi non facciamo come quelli di Repubblica, che tacciono i nomi dei destinatari delle loro accuse; ci riferiamo all’ex pm Antonio Di Pietro e ai girotondanti vari che lo accompagneranno lunedì in una manifestazione che per come si sta mettendo punterà il dito (pulito, ovviamente) anche contro il Quirinale, nel più totale spregio delle istituzioni democratiche.

Antonio Polito ha scritto qualcosa di simile, anche se in maniera più argomentata e meno provocatoria, venerdì scorso in un editoriale sul Riformista che gli è costato la scomunica da parte di quel grande giacobino di Eugenio Scalfari. Noi siamo pronti a ribadire ed estremizzare le ragioni del direttore del quotidiano arancione senza tema di scomuniche, ché tanto non avrebbe senso scomunicare chi si fa vanto della propria eresia.

Siamo berlusconiani di sinistra. Berlusconiani per la sinistra.

politica interna
22 giugno 2008
[Profetika] L'autunno del PD previsto a primavera


dal discorso di Veltroni ai 496 delegati alla terza Assemblea nazionale del Partito Democratico del 20 giugno 2008
Non ci siamo, onorevole Berlusconi. Oggi siamo noi a dirlo, in autunno sarà una larga parte degli italiani che noi chiameremo a raccolta per un'azione di protesta e di proposta in tutto il Paese e culminerà con una grande manifestazione nazionale.

da Labouratorio del 16 aprile 2008

Il PD è stato pensato e costruito da Walter Veltroni per espugnare la mitica cittadella del voto moderato. La gloriosa macchina da guerra del PD pare non esservi riuscita. Al netto di Casini, questo traguardo è stato mancato, nonostante una campagna elettorale giocata con grande coraggio e spregiudicatezza, accentuando con forza i caratteri liberal di un programma già ricco di spunti nuovi rispetto al fu programma dell’Unione [...]
Il PD ha invece fatto polpette della Sinistra Arcobaleno. Curiosamente c’è riuscito – come dicevamo sopra – anche grazie al sostegno ideologico dell’antiberlusconismo. Un sostegno non cercato – chè anzi Veltroni ha misuratamente evitato uno scontro frontale con Berlusconi – ma che pure è arrivato e con il quale il PD dovrà fare i conti. Come si svolgerà il “dialogo” (o sarà chiamato “inciucio”?) con il governo sulle principali riforme annunciate? Allo stesso modo il PD dovrà fare i conti con l’assenza dal Parlamento della Sinistra fu Arcobaleno ed il movimentismo che potrebbe seguirne. Come si comporterà Veltroni di fronte alle prime proteste sindacali?
Ottobre si annuncia caldo non solo per il governo.
politica interna
21 giugno 2008
[Il Pd tra sfilate autunnali e...] Amarcord girotondanti


Con questi dirigenti non vinceremo mai
POLITICA
7 maggio 2008
[n.21] Labouratorio e il Socialismo Spirituale del compagno Tremonti
Ein Gespenst geht um in Europa - das Gespenst des Kommunismus, così iniziava il più celebre Manifesto della storia. Ed un fantasma aleggia anche nell’ultimo libro di Giulio Tremonti (La Paura e la Speranza): “… il fantasma sta davvero arrivando in Occidente e comincia a fare paura nelle periferie e nelle famiglie, nelle campagne, e nelle fabbriche; e ora anche nelle cittadelle della finanza, tanto negli Usa, quanto in Europa“. Non è ovviamente il Gespenst di Marx ed Engels, ma la retorica del fantasma è altrettanto potente e forse sarebbe il caso che a sinistra vi si dedicasse un po’ d’attenzione (ovviamente nel tempo rimasto libero fra un’appassionante discussione sui destini del camino del loft e la riproposizione del sempreverde duello fra D’Alema e Veltroni).

La possente retorica della tragedia che incombe è la prima cosa che colpisce nelle parole del compagno Giulio. Uno stile che fin dalle prime pagine, e per tutta la pars destruens del libro, colpisce come un martello e taglia come una falce. Si scaglia con furia particolarmente devastante contro le devastazioni della finanza internazionale. Lo fa con argomenti invero condivisi da molte parti, ma esposti con forza e lucidità. Quest’ultima, però, cede troppo facilmente il passo alla foga quando giunge a colpire il mercato globale delle merci e delle idee, quasi che sia davvero la paura a guidare la mano del Giulio. Il monolite mercatista eretto dal racconto tremontiano diventa un golem da abbattere senza riguardo, pena la sopravvivenza stessa della nostra civiltà. Si respira un’ansia quasi rivoluzionaria – o forse reazionaria, ma fa poca differenza.

Il paesaggio di desolazione ed angoscia deve però, a questo punto, lasciare il passo alla Speranza. Per far ciò Tremonti trasporta la Spe Salvi di Benedetto XVI nell’agone politico italiano e, ancor di più, europeo. “La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente – sta scritto nella lettera enciclica del sommo Pontefice – : il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino”. Il mezzo per raggiungere quella meta sta nel ritorno alle radici, che sono quelle giudaico-cristiane. E’ vero, dice Tremonti, sono state escluse dal preambolo della Costituzione Europea. Eppure stanno lì le sole risorse per affrontare con un briciolo di speranza la paura di un conflitto globale – economico, sociale, culturale … e chissà, forse anche bellico – che per buona parte è già in atto.

Già vi vedo storcere il naso, compagni ed amici, laici, liberali e socialisti. Beh .. è segno che la pur scarna presentazione delle tesi del socialista spirituale Giulio Tremonti ha già suscitato una reazione. Il che non è poco, considerati i sonori sbadigli che accompagnano le cronache dal loft.

SOMMARIO DEL n. 21

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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

Un grande libro

mailme@: tommasociuffoletti-at-gmail.com




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Tommaso Ino Ciuffoletti

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