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vita da impiegato
24 giugno 2015
[Stefano Fassina] E il socialismo in Colombia
Non mi sta simpatico. Ma gli voglio bene.
Uno di quei compagni di università che la sera esci e gli dici di unirsi, ma lui ringrazia, declina e preferisce rimanere a casa che ha da leggere un volumone di qualche economista marxista colombiano.
Ma che quando fai una cena a casa e inviti due o tre fanciulle (magari colombiane anche loro), eccolo che si rimbocca le maniche e ti cucina qualche piatto tipico che faceva sua nonna. Beve, si lancia, si diverte. E magari rimedia anche da trombare.
Dopo qualche anno lo incontrerai per strada. E' diventato funzionario di un qualche organismo internazionale che finge di governare l'economia e la finanza. Uno di quei luoghi di merda che avrà avuto su di lui un'influenza nefasta.
Convincendolo che il socialismo fosse nel volumone del marxista colombiano, invece che nella cena a casa con le colombiane.
Stefano Fassina.
Nonostante tutto. Ti voglio bene.
CULTURA
8 novembre 2011
[Siena e il Palio] Storia dell'anima di una città
dal Corriere Fiorentino del 15 agosto 2011 (pezzo scritto su un iPhone).

Siena è Siena solo dentro le mura, fuori è al massimo "acqua calda", e dentro le mura Siena sorprende ad ogni passo per la meraviglia continua di un Medioevo ricco e affascinante. Per trovarne di paragonabili bisogna salire fino a Bruges, splendore delle Fiandre. Ma a Bruges non hanno il Palio e la differenza non è trascurabile.
In un periodo in cui fioriscono tradizioni fittizie e raffazzonamenti folclorici ad uso e consumo dei turisti, il Palio di Siena rimane fiero ad incarnare da secoli l'essenza stessa della città a cui dà vita. Perché ontologicamente il Palio viene persino prima di Siena (figuriamoci di qualche transeunte ministro della Repubblica italiana). È bene inoltre chiarire che quando si parla della passione che il Palio anima si parla di cosa completamente diversa da quella sportiva, foss'anche il viscerale fanatismo calcistico. Per chiarirci bastano le due parole che un amico senese ha pubblicato come proprio status di Facebook alla vigilia dello scorso 2 luglio. Le due parole erano semplicemente queste: È Palio. Sintesi assoluta. Essenziale e totalizzante. È Palio. Non serve spiegare oltre, inutile aggiungere altro.

In trent'anni di estati trascorse a Castiglion della Pescaia, che durante quei mesi diviene territorio senese, ho potuto fare esperienza curiosa, divertita e affascinata di cosa sia il Palio per i senesi. Il primo scoglio da superare fu però chiarire al succitato amico che io non appartenevo ad alcuna contrada. Avevamo sì e no 8 anni e alla sua domanda "di che contrada sei?" dovetti far intervenire mia madre per spiegare che no, noi le contrade a Firenze non ce l'avevamo. Lui finse di capire, ma rimase perplesso e per i giorni a seguire continuò a guardarmi con un misto di diffidenza e commiserazione.

Certo anche io lo guardavo diffidente quando dopo un acquazzone estivo lo trovavo nel giardino condominiale. In una mano un secchiello, nell'altra un grosso sasso. Raccoglieva le lumache, le chiocciole, che uscivano con l'acqua e le metteva nel secchiello. Il sasso serviva per compiere una strage. La ragione era che la sua contrada, la Tartuca, aveva per rivale proprio la contrada della Chiocciola e questa era la ragione dell'ecatombe. Il contadino che vendeva i propri ortaggi qualche metro più in giù lungo la strada gradiva certamente, ma prima che qualche ministro s'indigni provi a pensare cosa sarebbe potuto accadere se il mio amico fosse stato della Torre, la cui contrada nemica è l'Oca, oppure della Pantera, la cui contrada nemica è l'Aquila. Roba da Grand Guignol.
In spiaggia poi non esistevano le biglie dei ciclisti o dei piloti della Formula 1. Altro che Bugno o Alboreto, c'erano solo i barberi, biglie di legno (piene, mica vuote), dipinte a mano coi colori delle 17 contrade. E non si giocava con piste fatte di rampe, salti o tunnel, l'unica geometria ammessa era il trapezio che riproduceva piazza del Campo; meglio se vicino alla riva, così che la pendenza fosse la stessa dell'originale. I primi tempi non capivo quella monomania e la trovavo castrante. Ma ero l'unico fiorentino in mezzo a tanti senesi e quindi mi adeguavo. Col tempo mi son convinto che lungi dall'essere noiosa, in quella ritualità balneare si narrava la storia di mille Palii, della mitica curva di San Martino, in discesa e con quella rientranza traditrice, o di quella del Casato, da prendere di slancio per affrontare la salita. E con i barberi, che poi è il nome dei cavalli che corrono il Palio, tra quelle sponde di sabbia raffiguravamo e raccontavamo una storia ancora viva.

Mentre noi maschi giocavamo, le femmine guardavano e commentavano la corsa tra una chiacchiera e l'altra sui fatti loro. Perché effettivamente la pratica del Palio è affare da uomini, che si tratti di fantini, capitani di contrada o baldanzosi giovanotti col fazzoletto al collo. Verrebbe da consigliare alle donne senesi, compresa la divina Gianna, di non crucciarsene più di tanto. In fondo non sarà per loro gran danno se restano affar da uomini anche le tanto narrate zuffe che, a sentire i maschi senesi, trasformano le belle sere estive della città in scontri da guerrieri della notte. Fortunatamente l'esaltazione arricchisce di molto la cronaca. Anche perché altrimenti nel corso dei secoli i ripetuti scontri fratricidi e la selezione della specie che ne sarebbe seguita, avrebbero reso i senesi dei moderni spartiati. In realtà anche gli scontri tra contradaioli, che pure ci sono, sono ritualizzati e fortunatamente non troppo pericolosi. Ma questo, più che con Siena e il Palio, ha a che fare col testosterone e l'essere un pò grulli, che è cosa comune a tanti maschi a tutte le latitudini.

È invece nella ritualità che va cercato il senso vero del Palio: dalla sfilata che precede la corsa dei barberi al battesimo in contrada, dalle benedizioni equine ai balletti di nerbate e trattative tra i canapi che precedono la mossa. Il sacro e il profano che si tengono per mano in quel modo beffardo e divertito che è così tipico della toscanità. E Siena è la più toscana di tutte le città. Fiera, agiata, bellissima e provinciale. Anche più di Firenze. Con le sue istituzioni secolari, dall'Arcidiocesi all'Università (conti permettendo), dal Comune alla Massoneria. E poi il Monte dei Paschi, fondato sulla disgrazia economica dei pastori toscani dalla Val d'Orcia in giù. Pastori che oggi son quasi tutti sardi, come i più formidabili fantini dell'era moderna. Ma tutte queste istituzioni, che fra loro si tengono strette, sono parte di Siena, gli danno corpo. Ma l'anima. L'anima è quella cosa chiamata Palio.

SOCIETA'
21 ottobre 2008
[Una mattina okkupata] Antikonformismo liceale
Stamani, grazie all'invito dell'amico Gionni, son tornato dopo tanti anni al Liceo Galileo di Firenze per un'assemblea organizzata dai ragazzi che stanno occupando l'istituto.
C'eravamo io, un ragazzo studente di chimica, tendenzialmente elettore di centrodestra, ma animatore della protesta anti-Gelmini all'università ed un pubblico di un bel po' di ragazzi e ragazze sorprendentemente attenti. Io, elettore "de sinistra" ho subito chiarito che di quella protesta non sono affatto un fan.
Abbiamo giocato un po' sui paradossi, ma devo dire che poi ci siamo trovati su molti punti di comune intesa nel valutare lo stato dell'istruzione primaria, secondaria e universitaria, nonchè il mondo del lavoro dell'italico country.
Un po' di anticonformismo, ragionato e argomentato, che pare sia piaciuto e non abbia skandalizzato affatto. A me ha dato un po' di fiducia ... credo che la gran parte di quei ragazzi sia molto, ma molto migliore di certi slogan un po' beceri che a volte si sentono nei cortei studenteschi.
CULTURA
8 febbraio 2008
[Sondaggio sugli intellettuali] I Post-Sessantottini
Su Labouratorio questa settimana si votano i Post-Sessantottini nel sondaggio che va A Caccia degli Intellettuali Perduti.



“Come mai sopravvivono la fissazione e la regressione al Sessantotto? Forse lo ha chiarito Freud mezzo secolo prima con un esempio eloquente.
Poniamo che un esercito avanzi in territorio nemico lasciando dietro di sé delle truppe di occupazione a presidiare i punti strategici. Se in uno di essi lascerà un contingente troppo grande ne risulterà un indebolimento dell’esercito stesso che avanza, per cui, ogni volta che incontrerà un ostacolo, anziché affrontarlo, sarà portato a regredire su quella postazione arretrata.
E’ appunto questo il nostro caso.
La politica del secondo Novecento, e insieme ad essa la cultura e la stessa psicologia quotidiana, hanno investito sul Sessantotto una quantità sproporzionata di energie, per cui si sono trovate immunodepresse per i decenni successivi, sino al giorno d’oggi. E, come il drogato ad ogni difficoltà che si presenti torna ad affidarsi alla siringa, così nei momenti più imprevisti continuiamo tuttora a veder riaffiorare gli atteggiamenti e il linguaggio della fine degli anni Sessanta

Queste parole di Mario Chalet, tratte dall’imprescindibile “Formidabili quei danni” (Piemme, Casale Monferrato (AL), 1996), sono la migliore introduzione per presentarvi il gruppetto di intellettuali, o tali presunti (a voi la scelta), che abbiamo selezionato per questa puntata del Sondaggione di Labouratorio.
Da presunti progressisti ad affermati regressisti, è stato infatti il destino di alcuni dei nomi che troverete in gara per questa puntata del Sondaggiùn. Oggi che si celebra il brand “1968” per il quarantennio della sua registrazione, Labouratorio ne approfitta per ricercare alcuni dei leaders e dei manovali del movimento studentesco, di un periodo dove vennero fondati molti dei clichè dell’intellettuale (anti)moderno, inserendo fra loro anche alcuni infiltrati.
Voi non abbiate pietà per nessuno, le loro “proteste” sono già state ampiamente ripagate.

Lanfranco Pace _ Da ingegneria a Roma a Potere Operaio a Torino. Il nostro frequenta i tipi tosti, signorini che ben presto inizieranno ad usare le P38, mica balocchi. I socialisti che ci leggono lo ricorderanno come mediatore cercato da Craxi, tramite Signorile, ai tempi del sequestro Moro. I radicali che ci leggono lo ricorderanno come uno degli imputati nel processo “7 Aprile”, insieme ad altri dei nomi che fanno parte di questa lista. La gran parte dei più giovani lo avrà presente come l’ottimo giornalista che fa il Punto a 8 e ½, scrive articoli sul Foglio e libri su Sarkozy.

Mario Capanna _ Quarant’anni fa si picchiava con poliziotti e missini, oggi se la prende con gli Ogm. Mario Capanna da Città di Castello, che ha rischiato di averlo come sindaco qualche anno fa, è il barbudo che guida gli studenti di Milano, lui che era andato alla Statale dopo una breve esperienza alla Cattolica. L’Italia ha avuto l’onore di averlo come deputato e di farlo eleggere al Parlamento Europeo. Possa Dio avere pietà delle nostre anime…

Toni Negri _ Lui in Parlamento ce lo volle mandare l’amico Pannella, per via di quel “7 aprile” di cui si diceva sopra. Toni ringraziò Giacinto, ma trovò più confortevole la fuga in Francia sulle orme proprio di Pace e Piperno, che però nel frattempo erano già tornati in Italia. Oltralpe la dottrina Mitterand gli offre nuovi pulpiti per vecchie prediche. E pensare che aveva iniziato a fare politica col PSI e quando arriva il ’68 lui non è fra gli studenti…E’ professore. La cosa non gli impedisce d’innamorarsi del Potere Operaio. Piaccia o no, il suo Impero, scritto con Michael Hardt nel 2002 lo ha fatto assurgere al ruolo d’intellettuale (anti)globale. Ci conforta il suo “Goodbye Mr Socialism”. Addio Mr. Negri.

Massimo Cacciari _ Sindaco di Venezia bello e vanesio, ma con mente tagliente. Comincia ad affilarla politicamente proprio alla fine degli anni ’60, anche grazie al Negri qua sopra. Anche lui passa per Potere Operaio e può figurare tranquillamente in questa selezione dedicata al ’68, anche se la sua storia politica prende strade diverse, intellettualmente ardenti e devianti persino quando sta col Pci. Intellettuale lo è senza dubbio e gli piace esserlo sopra ogni altra cosa … a parte lo stare a Ca’ Farsetti.

Giampiero Mughini _ Mughini non è solo quel folle juventino che siede di fronte alla Canalis indossando giacche e occhiali improbabili in una trasmissione sportiva. Mughini è molto di più. Brillante giornalista, fonda il Manifesto, ma saluta ben presto Rossanda e banda. Non ne condivide la violenza predicata e praticata, ma dirige il giornale di Lotta Continua; ci guadagna 26 processi e due o tre condanne. Non troverete Sofri fra questi intellettuali, chè lui andrà tra gli ex di LC, ma vale la pena segnalare che proprio Mughini è uno dei pochi che sul caso Sofri si è espresso senza sentimentalismi. Ne potete leggere in un libro da avere assolutamente, “Il grande disordine” (Mondadori, Milano, 1998): “Se c’era un gruppo in cui nessuno dava ordini a nessuno, questo era proprio LC. E dunque, nel caso dell’esecuzione di Calabresi, non c’è stato un ordine dato da questo o da quello, meno che mai un ordine votato a maggioranza dall’esecutivo nazionale (quel che Marino accusa Pietrostefani d’avergli riferito) […] La tesi perfettamente opposta, che mai e poi mai la sinistra extraparlamentare del 1972 avrebbe potuto covare un omicidio politico, ha fondamenta logiche e culturali debolissime. I «chiodi» c’erano, e venivano usati.”
Oggi scrive su Libero, la sua vecchia rubrica sul Foglio valeva da sola l’euro del giornale. Intellettuale puro, come dimostra la sua collezione di film porno-erotici.

Franco Piperno _ Si guadagna la nostra stima facendosi cacciare dal Pci nel 1968 per aver preferito “la classe al partito” per perderla immediatamente andando a fondare Potere Operaio insieme ad altri due già citati aspiranti intellettuali. Trascinatore ed agitatore degli studenti romani, collabora con diverse riviste vicine ai movimenti per poi andare a dare manforte a Pace, alcuni anni dopo, nella tentata mediazione per liberare Moro. Si rifugia dall’ospitale Mitterand in seguito all’accusa di essere un fiancheggiatore di Autonomia Operaia. In tutto ciò trova il tempo per diventare professore di Fisica presso l’università di Cosenza, città natale per la quale ha fatto anche l’assessore alla cultura nell’ultima giunta del grande Giacomo Mancini. Coerente fino in fondo, sostiene tutt’ora le ragioni dell’antagonismo e segue con attenzione le vicissitudini dei movimenti No-Global. Dell’intellettuale ha senz’altro le fattezze.

Gino Strada _ Chirurgo sessantenne e fondatore dell’associazione umanitaria Emergency è un’icona, forse la più amata della sinistra pacifista e antiamericana nostrana. Dall’Afghanistan, dove opera da anni donne, uomini e bambini maciullati dalle mine antiuomo, si permette frequenti incursioni nella politica italiana per bastonare il “guerrafondaio” di turno. Il pulpito afgano lo rende un personaggio politicamente controverso, nel suo fondamentalismo pacifista che lo ha spinto a una vita quanto mai estrema. Politicamente nasce nel movimento studentesco milanese dove era, pensate un po’, nel servizio d’ordine della facoltà di medicina. Ottimo chirurgo e coraggio da vendere, ma se con le mani usa il bisturi, con la testa usa l’accetta. Non ce ne vorranno i suoi estimatori, ma noi su di lui abbiamo da avanzare più di un “se” e più di un “ma”.

16 gennaio 2008
[Piero Calamandrei] Il manganello, la cultura e la giustizia
Il manganello, la cultura e la giustizia

Di Piero Calamandrei


Questo fu il preannuncio delle ostilità. Alla vigilia della cerimonia, su “Battaglie fasciste” del 14 marzo, fu pubblicato il seguente divieto:

SALVEMINI NON DEVE PARLARE A FIRENZE

Sappiamo che domenica mattina il rinnegato, rinunciatario, antifascista e vessillifero professor Gaetano Salvemini dovrebbe parlare all’Università di Firenze per commemorare il professor Pasquale Villari purissima gloria della storia italiana e dell’italianità. Ci meravigliamo che il Senato accademico dell’Università fiorentina abbia ratificato la scelta di questo figuro fatta dalla Facoltà di Lettere, composta notoriamente in grande maggioranza di elementi antifascisti: e ciò nonostante che la sconvenienza di tale ratifica fosse stata fatta vivacemente notare dai membri fascisti del Senato accademico stesso. Ora se il Senato accademico non ha voluto o potuto impedire questo sconcio, lo impediranno i fascisti fiorentini. E’ bene si sappia all’Università che il fascismo è stufo di vedere la maggior parte della scienza ufficiale asservita all’antifascismo, e che il rispetto verso esimi scienziati o artisti non può andare fino al punto da permettere loro di fare impunemente gli antifascisti.

Salvemini non deve parlare e non parlerà.

Domenica alle ore 9 i fascisti non mancheranno di trovarsi in Piazza San Marco a dire, in modo convincente, il loro parere in proposito al rinnegato Salvemini e alla banda che gli tiene bordone.

Rettore dell’Università era allora il professore di anatomia Giulio Chiarugi, grande scienziato e grande maestro, per la sua probità d’uomo e per la sua autorità di studioso da tutti rispettato; ma più portato agli studi che alle lotte di quel periodo così agitato, non sempre seppe resistere con mano ferma alle imposizioni dei fascisti. Quando questo divieto gli fu notificato da questi stessi professori che io avevo sorpreso nel loro osservatorio, si lasciò intimidire dalle minacce, e per evitare nuovi tumulti rinviò all’ultimo momento la cerimonia. La mattina del 15 gli invitati trovarono la porta dell’Università sbarrata; e la inaugurazione non fu più tenuta.

Il giorno successivo, 16 marzo, Salvemini doveva tener lezione nella sua solita aula. Quando entrò, sostò un istante (lo rivedo ancora) con un moto di sorpresa: l’aula era affollatissima di studenti di lettere e di legge, ma tra loro nei primi due banchi erano frammisti molti professori di varie facoltà, venuti ad assistere alla sua lezione in segno di omaggio al collega oltraggiato e alla libertà della scuola: c’erano, della facoltà di Lettere, il senatore Guido Mazzoni e i professori Casella, Limentani, Bignone, Ferrando; della facoltà di Legge i professori Lorenzoni, Giulio Paoli, Valeri ed io. Questi sono i nomi dei professori presenti che son ricordati nel n.7 del “Non Mollare” e in “Battaglie fasciste” del 21 marzo; ma ve n’erano certamente molti altri, e non posso escludere che tra i presenti ci fosse anche il senatore Girolamo Vitelli.

Salvemini, pallido per l’emozione, salì in cattedra, e attaccò la sua lezione sulla questione di Tunisi al congresso di Berlino, senza mostrare neanche con un gesto di essersi accorto di quell’uditorio eccezionale; quando alla fine si alzò, lo accompagnò all’uscita un caldissimo applauso.

Tra i professori presenti in quell’aula non c’era il Pistelli; ma il numero di “Battaglie fasciste” del 21 marzo pubblicò una sua lettera di protesta per il rinvio della commemorazione del Villari, nella quale dichiarava che il nome del Salvemini, come il più idoneo per commemorare il maestro, era stato suggerito da lui: “è il nome di un nemico tanto più temibile quanto più influenza ha sui giovani per ingegno e cultura…Ma né il Salvemini fa politica a lezione, e tanto meno l’avrebbe fatta parlando del Villari…”. Naturalmente anche qui i saggi consigli del Pistelli restarono inascoltati; la sua lettera fu seguita nello stesso numero da una postilla ironica, colla quale si avvertiva che, specialmente in seguito alla dimostrazione di omaggio a Salvemini fattagli dai colleghi, l’ostracismo contro di lui non poteva che essere confermato:

“I fascisti universitari e tutto il fascio fiorentino confermano al Rettore della Università il loro proposito che oratore ufficiale per le onoranze a Pasquale Villari non deve essere Gaetano Salvemini”.

Salvemini fu arrestato l’8 giugno. Il 13 giugno “Battaglie fasciste” rincarò la dose:

“Esprimiamo un voto che all’occorrenza potrebbe trasformarsi in un atto di durissima volontà. Gaetano Salvemini occorre che vada fuori dall’Università…Il Governo fascista non può e non deve permettere che questo antitaliano guastatore di generazioni e corruttore di cervelli, continui a insegnare storia nell’Università di Firenze e in nessun’altra”.

Il dibattimento ebbe luogo il 13 luglio. Quello che accadde all’uscita di quell’udienza, lo racconta Salvemini in questo stesso volume; ma egli, chiuso in gabbia, non poté avere, come la ebbi io uscendo dal Tribunale, la visione panoramica della premeditata aggressione.

Anche qui mi restano nitidissimi nella memoria i particolari di quella giornata. Il Tribunale si era ritirato in camera di consiglio per deliberare: Salvemini in gabbia, conversava con i suoi avvocati Nino Levi e Ferruccio Marchetti; e la parte dell’aula riservata al pubblico era piena zeppa di una folla in attesa della sentenza, composta in gran parte di amici e di colleghi di Salvemini, tra i quali però si erano infiltrati, per sorvegliare, numerosi squadristi. A un tratto mi accorsi che il loro caporione Odoardo Cagli, che conoscevo di vista, faceva segno agli altri di seguirlo fuori dall’aula, come se volessero preparare qualcosa all’uscita; lo dissi a bassa voce a Ugo Ojetti, che era con me tra il pubblico, ed egli mi suggerì: “Lo dica a Pistelli”. Cercai il Pistelli, e lo trovai sulla porta dell’aula: “Ho l’impressione che si preparino violenze all’uscita”. Il Pistelli parve turbato; mi rispose: “Vado io a vedere”. E si allontanò per il corridoio. Io rientrai nell’aula: pochi istanti dopo il Tribunale uscì dalla camera di consiglio, e il presidente lesse il provvedimento di rinvio e la concessione di libertà provvisoria. Proprio nel momento in cui il pubblico cominciava ad uscire dall’aula, il Pistelli rientrò per un momento, e disse: “Ho già provveduto io, non succederà nulla!”. Mentre l’aula si vuotava, mi avvicinai alla gabbia di Salvemini, per stringergli la mano; e stetti qualche istante a conversare con lui. Per questo fui uno degli ultimi ad uscire: il grosso del pubblico mi aveva preceduto, e quando io mi affacciai alla porta esterna del Tribunale che dà su Piazza S. Firenze, il gruppo di coloro che avevano assistito all’udienza aveva già sceso la scalinata in direzione del Bargello, e i primi erano arrivati allo sbocco di via dell’Anguillara, in un punto ove mi pare che allora fosse il chiosco di un giornalaio.

Ricordo perfettamente la visione che ebbi di lassù, di dove si dominava tutta la piazza. All’improvviso, su quella gente pacifica e inerme che se andava per i fatti suoi soddisfatta dell’esito del processo, si vide sbucare da dietro al chiosco, come uno sciame di vespe infuriate, una colonna di manigoldi a bastoni levati, che investirono a manganellate i primi del gruppo. Quello che avvenne si può leggere, vantato come un’impresa eroica, su “Battaglie fasciste” del 18 luglio: nella stessa pagina in cui si annuncia che la Corte d’Appello ha assolto il camerata Cagli dall’imputazione di minacce gravi contro i componenti del defunto “Circolo di Cultura”, si trova esaltata la nuova brillante operazione di “legnatura”, ed enumerati, come in un bollettino di vittoria, le ferite riportate dagli aggrediti e i nomi degli aggressori che più si erano distinti nel bastonare:

“…il nostro direttore Odoardo Cagli, il segretario del fascio cavaliere Barlesi, il console Onori, Pieroni, Sorbi, l’avvocato Rinaldi e tanti altri…”.

Di seguito alla cronaca è riportato l’ordine del giorno del direttorio del fascio, il quale dichiara:

“…che il fascismo fiorentino ha esercitato un suo legittimo diritto intervenendo violentemente contro gli esponenti di questa progettata manifestazione e che la presenza durante i conflitti dei membri della Commissione esecutiva del fascismo di Firenze dice che i dirigenti del fascismo fiorentino assumono ogni e completa responsabilità per quanto è avvenuto; plaude al contegno magnifico tenuto dagli squadristi, degno delle tradizioni delle camicie nere fiorentine…”.

Nel “magnifico contegno” tenuto in quel giorno dai fascisti fiorentini (sul quale la magistratura non trovò nulla da obiettare), non si deve dimenticare la giusta parte di gloria di quel degno sanitario dell’ospedale di S. Maria Nuova, il quale, quando alcuni feriti, tra i quali il professore Alessandro Levi, andarono a farsi medicare, si rifiutò di prestar loro le sue cure, testualmente: “Andate a farvi medicare dagli austriaci”.

Come si chiuse la storia di questo episodio si legge nel numero di “Battaglie fasciste” del 12 luglio 1925. In seconda pagina figura il resoconto di una bella cerimonia tenuta alla sede del fascio, allora in piazza Mentana, per celebrare il primo anno di vita del settimanale squadrista. La festa, alla presenza di tutti i manganellatori della città, consisté nell’offrire al professor Pistelli, “anima del nostro foglio” una medaglia d’oro recante la dicitura: “A padre Pistelli, apostolo di fede fascista”: dopo la consegna il festeggiato parlò e (suscitando, dice il resoconto, molta ilarità) si rivolse all’ “amico Cagli” con un dolce rimprovero: “Qualche volta è un tantino impetuoso, cioè non un pochino, ma molto; ma lo è simpaticamente…”. Il Cagli era stato, dieci giorni prima, il capeggiatore della bastonatura di piazza San Firenze; come fu, qualche settimana dopo, l’aggressore di Adriano Tilgher, per punirlo di aver scritto sul “Mondo” un articolo polemico contro il Pistelli (su “Battaglie fasciste” del 19 settembre questa esemplare punizione fu così annunciata con un titolo a sei colonne: “Sul grugno di Adriano Tilgher, estratto concentrato di vigliaccheria, sta scritto: ingresso libero”.

Nello stesso numero del 25 luglio, si leggono accanto, in prima pagina, un articolo del Cagli e uno del Pistelli: quello del Cagli esalta “la dimostrazione di simpatia che gli squadristi di Montecatini hanno fatto all’onorevole Amendola e la conseguente legnatura, diciamo pure di stile”, quello del Pistelli, intitolato “Il processo Salvemini” è dedicato alla legnatura, anch’essa “di stile”, colla quale il processo si era chiuso; ma mentre si astiene dal dare un giudizio su di essa (“di questo parleremo con calma quando i fatti siano stati vagliati”), fa capire fin d’ora che la colpa di quell’episodio non si deve cercare nella violenza criminale degli aggressori che hanno dato le bastonate, ma nella pusillanimità degli aggrediti che se le son prese senza reagire, mentre lui “vecchio prete di 63 anni, naturalmente disarmato, si era gettato nella mischia pronto a riceverle invece dei tre assediati nella bottega dell’uccellaio”.

In quegli stessi giorni, a Montecatini, Giovanni Amendola si era macchiato della stessa pusillanimità: si era lasciato bastonare fino al punto di doverne morire dopo pochi mesi. Poi vennero le sanguinose giornate di ottobre di cui in questo volume scrive Salvemini; egli, p3er fortuna nostra, era già in salvo a Parigi.

Il 1 novembre 1925 Salvemini mi scrisse da Londra, annunciandomi che stava per inviare al rettore le sue dimissioni dalla cattedra fiorentina:

“Sono giunto a questa decisione dopo molto doloroso ripensarci su. Aspettativa no. Un permesso non avrebbe risoluto niente, ed avrebbe l’aspetto di una attesa non esente da qualche speranziella, e disturberebbe l’ordine degli studi. Tornare no: perché tutti direbbero che è una provocazione e se fossi ammazzato direbbero: lo sapeva quel che gli toccava. Perché è tornato? Dunque dimissioni per non esser dichiarato dimissionario per abbandono di posto. C’è l’affare della pensione. Ma chi se ne frega? Tanto la pensione sarebbe stata confiscata ad un antinazionalista come me, rifugiato all’estero. Dunque un taglio netto e non se ne parli più Se quella gente rimane al potere finché io tiro le cuoia, è inutile badare alla pensione. Se si volta la carte, spero bene – se frattanto non sarò morto o rammollito – che potrò ritornare nel mio stipendio e nella mia pensione. In attesa, farò all’estero tutto il possibile perché si volti la carta. Non credo che i fascisti abbiano fatto un buon affare costringendomi a questa deliberazione. Avrebbero fatto meglio ad ammazzarmi”.
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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