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30 giugno 2015
[Vuoto in Grecia] Pilato Ponzio
Che un referendum non sia necessariamente il trionfo della democrazia ci sarebbe pure quella storia di Pilato Ponzio a ricordarlo.
SOCIETA'
22 giugno 2015
[Grecia] Dissesto, ingiustizia e spesa
In Grecia c'è la crisi. E ci sono tanti a cui è stata tolta persino la dignità, mentre altri hanno riempito conti all'estero di euro e dollari.
Per ricordare ai fan dello Stato piovra, che questo, ancor prima del dissesto dei conti, produce ed alimenta ingiustizia sociale.
finanza
19 giugno 2015
[Chi ha qualcosa da dire] Altrimenti taccia per sempre

E' facile dire che è tutta responsabilità della Germania.
La verità è che noi preferiamo essere complici senza responsabilità. Facciamo finta di niente sperando che nessuno s'accorga di noi, mentre la Grecia rischia di finire nel gorgo. Che sarà pure andata cercandosi, non c'è dubbio.
Ma ognuno risponde per sè.
E noi, come paese membro di questa unione di soldi ed egoismi, non abbiamo niente di cui rispondere, perchè non abbiamo avuto niente da dire.
Ed è forse questa la cosa più triste.


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permalink | inviato da inoz il 19/6/2015 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
20 aprile 2015
[E se non bastasse] Non basterà
Affonderemo i barconi. E se non bastasse.
Raderemo al suolo le baracche-prigione sulla costa libica. E se non bastasse.
Metteremo lo zucchero nei serbatoi dei loro fuoristrada. E se non bastasse.
Bucheremo le gomme dei loro tir-carovana. E se non bastasse.
Inchioderemo a terra i piedi dei loro passeggeri. E se non bastasse.
Li sterilizzeremo tutti.
No. Non basterà.
E non pretendo lo capisca Salvini.
Mi accontenterei lo capisse la famosa Europa.
Quella che a capo della Commissione elegge un avvocato lussemburghese esperto di astuzie fiscali.
finanza
26 gennaio 2015
[Felicità] Speculare un pochino
"Ciao! Sono felice per la vittoria di Tsipras!".
"Sei comunista?"
"No, speculatore finanziario".
SOCIETA'
13 gennaio 2015
[Oi dilogoi] Ciao sono Mario Borghezio
Oi dialogoi
. Ciao sono Mario Borghezio e l'Europa fa cagare.
. Ciao Mario Borghezio, cosa fai per vivere?
. L'Eurodeputato.
. Cazzo, allora mi sa che hai ragione.
politica estera
26 novembre 2014
[Basta Ventotene] Avanti Stilo
Basta Ventotene. Basta col Papa che va a far chiacchiere a Bruxelles.
Volete rilanciare l'immagine dell'Europa?
Tirate fuori qualche vecchia puntata di Giochi Senza Frontiere cazzo.
Riscopriamo le radici catodiche dell'Europa.
Sabina Stilo meglio di Altiero Spinelli.

politica interna
29 aprile 2014
[dal Corriere Fiorentino] Grillo. Ricordati che devi morire

Poco più di un anno fa Beppe Grillo faceva il suo comizio in una Siena sgomenta e preoccupata dalle inchieste sul Monte dei Paschi. Disse anche cose innegabili, tantomeno negabili di fronte ad un disastro che della politica è stato per tanta parte figlio diretto. Ma lo fece col piglio di urla violente contro pochi colpevoli, offrendo a tutti gli altri l’illusione di redimersi e sedersi dalla parte dei giusti urlando insieme a lui. Tanto investimento di voce gli valse, alle elezioni comunali di qualche mese dopo, la conquista di un seggio nel consiglio comunale di Siena.

Sabato scorso Beppe Grillo faceva il suo comizio in una Piombino sgomenta e preoccupata per la chiusura della fabbrica Lucchini. Ha detto cose piuttosto generiche contro il sindacato (che pure avrà le sue responsabilità) e contro la politica (che ci sta sempre bene), ma urlate con il solito piglio da Savonarola moderno e più ricco. Oltretutto nei suoi show di piazza, l’evocazione della morte ricorre ormai con una frequenza tale che verrebbe da rispondergli proprio come Troisi ai savonaroliani che gli ricordavano di dover morire; “mo’ me lo segno”. In realtà qualche piombinese a Grillo ha risposto con un cartello: “Troppo facile farsi vedere ai funerali. Non fate campagna elettorale sulla nostra pelle”. Il servizio d’ordine dei 5 Stelle, un movimento che del resto è abituato a considerare normali e giuste le censure che Grillo e Casaleggio impongono a deputati e senatori della Repubblica, ha provveduto a strapparlo di mano al piombinese che lo stava mostrando.

Vedremo quanti voti porterà questo comizio a Grillo alle comunali di Piombino e alle Europee. Certo quel cartello è stato rimosso, ma colpiva nel vivo. Perché farsi vedere troppo spesso ai funerali è abitudine da concedersi con moderazione, altrimenti finisce che qualcuno si accorge che è un giochino facile facile.

Perché qualche anno fa Beppe Grillo era ancora una volta a fare un comizio. Ancora una volta davanti ad una fabbrica destinata a chiudere. Uno zuccherificio, a Casei Gerola, in provincia di Pavia. E arringava i lavoratori di quello zuccherificio contro la politica bugiarda e l’infame Europa che aveva tolto i sussidi alla produzione di zucchero. Ebbene, solo pochi mesi prima, quello stesso arringatore di lavoratori in difficoltà, tuonava dalle colonne del proprio blog contro l’ingiustizia dei sussidi agricoli europei per la produzione di zucchero. “Zucchero di Stato” lo chiamava allora, denunciando la sconcezza di produttori inefficienti che stavano in piedi solo grazie ai sussidi.

In un paese senza memoria fare l’arringatore da funerale è mestiere redditizio. Ma in questo senso la Toscana, che pure avrà tanti difetti, potrebbe non essere il terreno più fertile per il predicare grillino.

POLITICA
22 novembre 2011
[Riformismo - e basta] La relazione di Claudia Mancina all'assemblea nazionale di LibertàEguale
Non ho mai avuto il piacere di conoscere personalmente Claudia Mancina. Ed è per questo che non ho mai potuto dirle quanto la stimo.

Di seguito il suo intervento all'assemblea di Orvieto di LibertàEguale.

Claudia Mancina

Orvieto, 12 novembre

I riformisti davanti al rischio fallimento

Dunque siamo davvero a un cambio di fase, alla fine del lungo ciclo berlusconiano. In questi giorni sta avvenendo ciò che sembrava remoto, quasi impossibile. Berlusconi sta perdendo la presa sul suo partito e l'Italia sta uscendo dall'immobilismo in cui era precipitata da più di un anno per riprendere un cammino politico - faticosamente, con impaccio, come un infortunato che ricominci a muovere le gambe.
E' sotto gli occhi di tutti che ciò non avviene seguendo un normale percorso politico; certamente non per effetto di una fortunata azione delle forze di opposizione; ma solo per effetto del terribile avvitarsi della crisi finanziaria e della pronta e intelligente risposta dell'unico soggetto politico-istituzionale che in questi difficilissimi anni ha tenuto la barra della situazione del paese: il presidente Napolitano, alla cui saggezza e capacità di guida vorrei qui mandare un omaggio.
Forse già domani avremo un nuovo governo, quel governo di larghe intese, o di responsabilità condivise, che già da tempo alcuni di noi avevano indicato come la migliore soluzione per affrontare in modo efficace la crisi, e per uscire dal berlusconismo.

Sappiamo bene che non sarà un percorso facile. Appena il governo sarà formato cominceranno a ripartire le logiche politiche distruttive che sembrano tipiche del nostro sistema di partiti, e sono rimaste intatte dopo quasi vent'anni di  maggioritario.
Da una parte il Pdl sarà alle prese con un day-after che richiederà una ristrutturazione radicale. Personalmente ho una certa fiducia in Alfano, ma le spinte centrifughe e i conflitti personali sono evidenti, e potrebbero creare non pochi problemi.

Dall'altra parte, dalla nostra, i problemi sono forse perfino maggiori. Anche per l'opposizione si tratta di un day-after. Non è solo che da anni, con la breve parentesi della segreteria di Veltroni, l'area di centrosinistra non ha saputo darsi un'identità che non fosse l'antiberlusconismo, un'identità puramente negativa; è anche che in questi mesi di battaglia più ravvicinata, da quando Berlusconi con l'uscita di Fini ha perso la sua sovrastante maggioranza, e quindi la possibilità di rovesciarlo si faceva più concreta, l'opposizione (e in primo luogo il Pd) sceglieva scientemente la linea di non definire con chiarezza una proposta politico-programmatica alternativa, per non rischiare di perdere  consensi e per non ipotecare le possibili alleanze.

Questa linea di condotta ha portato da un lato alla "fotografia di Vasto": un'alleanza spostata a sinistra come mai dalla nascita dell'Ulivo, pur mentre si conitnuava a corteggiare l'Udc. Per me questa condotta è intrinsecamente contraddittoria, ma immagino che non lo sia per chi continua a ragionare e ad agire secondo il vecchio e logoro schema - già tante volte sconfitto - della sinistra-che-si-allea-col-centro.

Ma è un fatto che questa condotta ha portato a non preparare il dopo; a non chiarire, per dire la cosa più importante oggi, il proprio pensiero sulle riforme chieste perentoriamente dall'Europa. Non chiarendo la sua posizione su tali questioni, mostrando di essere contro il governo ma non con l'Europa, lasciando addirittura trasparire una posizione di attesa, nella speranza che alle prossime elezioni in Germania e in Francia vincano le sinistre, e che ne derivino politiche diverse, l'opposizione è stata sin qui complice e corresponsabile della tenuta del governo, che è costata al paese un costo enorme in termini di sfiducia degli investitori e quindi di aumento del debito pubblico.

La posizione del Pd resta tuttora ambigua, e non certo per le divisioni di cui si imcolpa la minoranza: basti pensare alla divaricazione nel giudizio sulla lettera della Bce tra il responsabile economico e il vicesegretario, per esempio. Ma più in generale, non abbiamo ancora sentito né dal segretario né dal suo gruppo dirigente quali misure pensano siano necessarie per uscire dalla crisi attuale. E, cosa ancora più grave, si è fatta sentire anche una opacità, una incrinatura, nell'adesione alla tradizionale posizione europeista.

Si lamenta la perdita di sovranità nazionale, si resiste a quella che sembra un'interferenza delle istituzioni europee; si denuncia la carenza di democrazia di quelle istituzioni. Stranamente (o forse no) queste critiche accomunano la sinistra radicale, i vari movimenti anticapitalisti che agitano il nostro paese come tutto il mondo occidentale, e la destra tradizionale.

A questo proposito noi almeno dobbiamo essere chiari. Non c'è da lamentarsi della perdita di sovranità: questa era esplicitamente compresa nell'adesione alla UE e a maggior ragione nell'adesione all'euro; ciò di cui ci si deve lamentare è di avere perso la possibilità di stare tra chi quelle politiche le elabora e le mette in atto. E di questo è responsabile il governo B., con l'antieuropeismo tremontiano e leghista, con le esitazioni nella politica estera, con l'approssimazione e la miopia di B. stesso; con l'incapacità di definire un coerente percorso di riforme. Il governo di B. ha quindi una responsabilità storica: quella di avere reso ininfluente l'Italia in Europa, di averle tolto non solo peso, ma addirittura la voce. Vogliamo dire che c'è anche una reponsabilità delle opposizioni nel non aver saputo dare, per parte loro, le risposte necessarie? Io credo di sì. In ogni caso, non c'è una violazione di sovranità, non c'è interferenza; c'è un reale indebolimento dello standing europeo dell'Italia. Ma così stando le cose, è solo un bene per noi che le istituzioni europee non ci permettano di sottrarci ainostri impegni e alle nostre responsabilità.

C'è però un problema serio, che è quello della democrazia. E' vero che le istituzioni europee non sono pienamente democratiche. Ed è vero anche che la globalizzazione ha ridotto la capacità decisionale dei governi e quindi anche la democrazia, a favore dell'economia.

Sono questi problemi che preludono probabilmente a una nuova fase storica della democrazia. Come la democrazia moderna è diversa da quella antica, avendo dovuto adattare le sue forme alla dimensione terriotirale dei grandi stati e alla complessità della stratificazione sociale; così oggi la democrazia si trova di fronte alla necessità di trovare forme nuove per istituzioni sovranazionali.
Non sappiamo se e come questa evoluzione si realizzerà, perché la democrazia è sempre stata legata alla cittadinanza, quindi basata su un reciproco riconoscimento di individui che si autodefiniscono come membri di una comunità, caratterizzata da confini che includono ed escludono, e caratterizzata da elementi di identità comuni come la lingua, la storia ecc. E la cittadinanza ha sempre trovato il suo posto dentro lo stato. Oggi l'Europa è precisamente a metà percorso: non uno stato, gli stati esistono ancora con tutte le loro differenze, ma non sono più autonomi. Questo è il nodo, questa è la situazione che deve trovare una soluzione.

La democrazia potrà sopravvivere soltanto trovando una forma sganciata dalla sovranità statale, anche se oggi è difficile immaginare quale.

Due punti però appaiono imprescindibili:

1. La democrazia non può essere concepita solo come rappresentatività, tanto meno come una garanzia di poter fare quel che si vuole. La democrazia è decisione. Una democrazia funzionante è quella che, attraverso la rappresentanza, e quindi con il consenso e la partecipazione dei cittadini, esercita la decisione. Una democrazia che non è in grado di decidere (come quella italiana) non è una democrazia funzionante.

2. Il secondo punto è che, se ci rendiamo conto che c'è un deficit di democrazia nella costruzione europea, questo non ci autorizza a rimpiangere la dimensione della democrazia nazionale. Un ritorno indietro non è possibile; nutrire quest'illusione significa indulgere a pulsioni conservatrici e localistiche, che sono inevitabilmente regressive anche in termini economici oltre che politici e di civiltà. Tornare alla democrazia nazionale non è un'opzione, come anche i greci, in una situazione molto peggiore della nostra, hanno mostrato di comprendere.

Dunque nessuna indulgenza verso i vari movimenti che si servono del richiamo alla democrazia per opporsi alla modernizzazione del paese è possibile.

Il prossimo governo

Ora è del tutto evidente che il governo Monti avrà anzitutto il compito di intervenire su quei punti delle richieste europee che non sono toccati nel maxiemendamento alla legge di stabilità. E cioè, anzitutto, le pensioni di anzianità e il mercato del lavoro.
Che cosa farà il Pd, come potrà sostenere queste misure, col timore di cedere consensi alla sua sinistra?

Certo, da un punto di vista riformista la risposta non sarebbe difficile. Le riforme chieste dall'Europa si devono fare, se non si vuole precipitare in un default, ma si possono fare in modi diversi. Per esempio, parlando di mercato del lavoro, il progetto Ichino non è il progetto Sacconi; non è "licenziamenti facili" né (nella migliore delle ipotesi) "licenziare per assumere"; ma un rigoroso e complessivo piano di riforma che si propone di superare l'apartheid tra garantiti e non garantiti (la cui drammaticità è diventata ancora più evidente in questa crisi: la perdita di posti di lavoro è soprattutto tra i non garantiti) ripensando contratto e tutele per tutti. E' un progetto che noi di Libeg sosteniamo da anni; e ne riparleremo stasera.

Non intendo qui entrare nell'enumerazione delle misure necessarie, ma vorrei fare un discorso più generale che non è solo di metodo, ma definisce che cos'è una posizione riformista di sinistra, o progressista, come sarebbe più giusto dire.

Se pensiamo che riformismo significa un programma realistico e innovatore ma anche una visione di valori, sviluppo della società, giustizia, diritti, cultura della legalità (Veltroni).?

Prendo a prestito le parole di Morando, che in alcuni suoi interventi degli ultimi mesi ha espresso nel modo migliore questa posizione: i fattori di difficoltà del Paese sono tre: l'elevatissimo debito pubblico, la scarsa crescita, l'eccesso di disuguaglianza.  Questi fattori di difficoltà devono essere aggrediti insieme, perché insieme formano un nodo inestricabile. Non si risolverà un problema affrontandolo da solo, ma soltanto tutti e tre insieme. Questo mi sembra l'approccio giusto, l'approccio riformista; un approccio che ci consente di porre la questione dell'equità, della lotta alla diseguaglianza, in un modo né ideologico né moralistico, ma in un modo che va a sostenere l'efficacia delle misure.
Diciamocelo: nella stretta della situazione attuale l'equità rischia di diventare un di più, un omaggio verbale a un sistema di valori desueto. O peggio, un'ispirazione identitaria rivolta al proprio interesse di bottega, un richiamo alla propria base. Questo è il rischio che corrono le parole della sinistra, se non vengono rivitalizzate in un'analisi attenta e ambiziosa insieme.
L'equità è un valore reale, un valore politico se va a sostegno dell'efficacia. La lotta alle diseguaglianze è un valore politico se si può dimostrare che va nella stessa direzione, e non in direzione contraria, della lotta per la modernizzazione del nostro sistema-paese, e quindi per la crescita e per l'abbattimento del debito.

Questo è il vero test del riformismo.

Ho detto che non farò l'elenco delle misure ma vorrei fare un riferimento a due questioni che sono forse le prime che dovremmo affrontare: quella delle donne e quella dei giovani.

Noi abbiamo bisogno di crescere, infatti, non solo per mettere in sicurezza il debito pubblico ma anche per aumentare le opportunità per i soggetti più sacrificati e più marginalizzati nel nostro sistema economico, in una misura che non ha pari in Europa (e dunque indica un problema che, all'interno della crisi europea, è tutto nostro): i giovani e le donne, due categorie che Ferrera definisce "i grandi perdenti dell'attuale status quo distributivo". (Nannicini)

Non più tardi di qualche settimana fa, il direttore generale di Bankitalia avvertiva che l'Italia è al 74° posto su 134, dietro a tutti i paesi europei, per quel che riguarda la parità di genere. Non vi annoierò con tanti numeri, la cosa che conta è che se l'occupazione femminile arrivasse al 60% (obiettivo di Lisbona: la media europea è 58%, l'Italia al 41%) il PIL crescerebbe del 7%. Se si aggiunge che le donne hanno ormai una scolarità maggiore degli uomini (sono il 60% dei diplomati), si comprende ancor meglio che le donne costituiscono una risorsa sottoutilizzata nelle nostra società. Con conseguenze notevoli anche sulla natalità e quindi sugli equilibri del sistema pensionistico. Come illustrare meglio la connessione tra crescita e aumento delle opportunità?

Dunque bisogna pensare a "azioni positive" che incentivino l'occupazione femminile. E' ormai ampiamente dimostrato che, contrariamente al passato, occupazione e natalità vanno insieme. Donne con un lavoro fanno più figli. Vorrei dire però che interventi di questo genere non devono essere pensati in opposizione o in alternativa a misure di sostegno alle famiglie con figli, che peraltro sono presenti, con ottimi risultati, nel panorama europeo. Non so se la via giusta è quella fiscale, come propone il Forum delle famiglie. Ma vorrei che la cosa si discutesse al di fuori di posizioni ideologiche e al di fuori di una antistorica contrapposizione tra lavoro familiare e lavoro professionale. Ciò che serve alle donne è l'opportunità di conciliare maternità e lavoro, e questo si può ottenere agendo contemporaneamente su diversi piani. L'importante evidentemente è che il sostegno sia diretto ad aumentare opportunità e potere contrattuale della singola donna nella famiglia e nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda i giovani, la loro condizione è sotto gli occhi di tutti. La disoccupazione ha ormai sfiorato il 30%; chi il lavoro ce l'ha, troppo spesso è destinato a un lunghissimo e malpagato precariato. Inoltre, le previsioni attuali dicono che i giovani di oggi avranno, se va bene, un terzo della pensione dei loro genitori. Ciò dà al nostro paese un record di ingiustizia di tipo particolare: l'ingiustizia tra generazioni. Quanto è diseconomica, oltre che mostruosamente ingiusta, questa situazione?

La risposta sta in un consistente spostamento di risorse dalle generazioni dei padri e dei nonni a quella dei figli. C'è poco da fare, è così. Anche i sindacati dovranno farsene una ragione. Dunque pensioni, mercato del lavoro, liberalizzazioni, istruzione (istruzione: vogliamo dire che tra pseudoriforme del governo, miranti solo a far cassa, e difesa dell'esistente da parte dell'opposizione (partito e sindacati) c'è stata una complicità perversa?).

Anche in questo caso l'equità è efficienza. Perché un welfare tutto spostato sui padri ha come effetto di deprimere il dinamismo e la mobilità sociale: il fenomeno della lunga permanenza in famiglia, della poca propensione dei giovani a cercare nuove esperienze anche lavorative, è dovuto anzitutto a questo. E il risultato è un immobilismo della società nel suo insieme.


Dunque ciò che dobbiamo pensare è che anche i diritti e le tutele devono essere redistribuiti: oggi è questo uno dei punti essenziali del conflitto interno alla cultura politica del PD e in generale dell'area della sinistra.
C'è chi vuole estendere gli stessi diritti e tutele a tutti, ignorando che questo è impossibile, che nessun paese ha ormai le risorse per sostenere una esposizione del genere; ma prima ancora che non c'è più un unico modello di lavoro e quindi di rapporto di lavoro; al contrario, il paesaggio dei lavori è tanto diversificato e mutevole che sarebbe perfino imporoduttivo immaginarsi la generalizzazione del modello della grande azienda a tutti.
Perciò chi si ostina - i sindacati in primo luogo - a difendere questa trincea non fa che difendere la parte tutelata dei lavoratori sacrificando la parte non tutelata, e cioè i giovani e le donne. Anche contro le loro intenzioni, coloro che stanno su questo fronte sostengono la più grave diseguaglianza della nostra società. La diseguaglianza dei diritti, infatti, è all'origine della diseguaglianza di ricchezza.

Ciò che dobbiamo fare non è estendere, ma redistribuire, e quindi ripensare le forme di tutela e i diritti dei lavoratori dei diversi lavori.

Ciò che dobbiamo fare è, in verità, una gigantesca trasformazione culturale: portare la nostra società fuori dalla cultura del posto fisso e garantito, fuori dalla cultura del "chi è dentro è dentro, chi è fuori si arrangi", che si traduce in immobilismo, conservatorismo, mancanza di mobilità sociale, spesa pubblica perversa - perché quelli che devono arrangiarsi su chi gravano, se non sulle pensioni dei genitori e dei nonni, il lavoro non pagato delle mamme e delle nonne, i mille rivoli di illegalità, di economia in nero che sono da sempre caratteristici del nostro paese?, e quindi fuori anche dal familismo amorale, dal sistema della rete di relazioni familiari, di raccomandazioni e di favori, che stringe l'Italia in una morsa, ora che i nostri giovani se la devono giocare in un mercato mondiale e non più nell'Italietta di ieri.

Portare invece l'Italia nella cultura della sfida, della competizione seria e attrezzata, dell'iniziativa individuale e d'impresa, e della responsabilità individuale e d'impresa; la cultura dell'imprenditorialità giovanile e diffusa, la cultura della velocità di ideazione e della capacità di attuazione; la cultura, perdonatemi se il riferimento è di moda, di Steve Jobs e di Bill Gates, di Mark Zuckerberg, di Larry Page e Sergey Brin: persone che hanno costruito ben più che imperi economici, hanno costruito un mondo, così come ai suoi tempi Henry Ford studiato da Gramsci.
E dunque anche uscire dall'antico modello statalista-assistenziale per costruire un sistema liberale, dinamico, fondato su responsabilità individuali e collettive - quindi sulla formazione, l'onestà e il senso civico. Perché, cito Baricco, anche ai più deboli serve un sistema dinamico e non, come abbiamo creduto nel Novecento, un sistema bloccato.

E' questa sfida culturale che sta alla base di un "governo delle riforme", come lo chiama Nannicini. Una sfida gigantesca che ormai non riguarda più l'alternativa tra la serie A e la serie B, ma quella tra sopravvivere e soccombere, trascinando con noi la moneta unica. Sta qui la più profonda e solida ragione per proporre oggi non genericamente un governo di transizione, ma specificamente un governo di larghe intese. Perché la sfida riguarda tutti allo stesso modo; destra, sinistra, centro, siamo tuttti allo stesso modo di fronte al non facile compito di rivoluzionare la nostra cultura politica e sociale, di scalzare i nostri pregiudizi, i luoghi comuni della nostra tradizione, i nostri idola tribus.

Stare insieme in un governo di larghe intese, diretto da una peronalità di statura europea, può servire ad annullare, per una fase, gli interessi elettorali che sono certamente un grande ostacolo sulla via del cambiamento; e ad identificare quella "constituency per le riforme" di cui parla Nannicini, che certamente c'è nel paese - soprattutto tra un certo tipo di giovani e meno giovani acculturati, abituati a pensare in chiave globale - ma che deve essere raccolta, rafforzata, indotta a riconoscersi come attore politico.

Saremo in grado, noi paese, di affrontare e di vincere questa sfida? Saremo noi, Partito democratico, centrosinistra italiano, in grado di affrontarla e di vincerla?
La sinistra tradizionale ci obietta che restiamo presi nelle idee che hanno portato alla crisi attuale. Idee, secondo Fassina, che ha almeno il merito di parlar chiaro, subalterne al modo di pensare neoliberista degli anni Ottanta e Novanta. Non è così. Al contrario, è Fassina, e quelli che la pensano come lui, che vogliono rispondere alla crisi attuale con ricette e con categorie degli anni Settanta. Lo so, molti nei decenni passati hanno subito malvolentieri l'evoluzione della cultura della sinistra europea lontano da quei riferimenti fissi stato-classe-partito che, pur tra tante non secondarie differenze, accomunavano il comunismo occidentale e la socialdemocrazia. Oggi, in questa così grave crisi, sembra a loro di poter dire: avevamo ragione noi; e di poter tornare ai lidi familiari dell'intervento pubblico, delle tutele eguali per tutti, del Welfare come ombrello protettivo dalla culla alla tomba. Purtroppo per loto non è possibile; la globalizzazione ha tolto una bella fetta di ricchezza ai paesi occidentali, e da questo non si torna indietro. Dunque la crisi impone un di più di innovazione e non di meno. La crisi è crisi degli stati, della loro capacità economica e della loro solvibilità; non richiede più stato ma meno stato; più attività di controllo, di verifica, di monitoraggio, ma meno impegno economico diretto e, nei campi in cui ciò è possibile, anche meno gestione.

Su questo punto va detto che i nostri amici cattolici sono più avanti; sviluppando il pensiero della sussidiarietà fino all'idea della poliarchia - cioè di una società capace di autoorganizzarsi e di un apparato pubblico non centralizzato né unificato, ma diversificato in tanti livelli autonomi per inziativa e responsabilità - danno un contributo fondamentale alla riforma culturale del centrosinistra; mentre noi di matrice socialista-comunista siamo sempre molto esposti al rischio di statalismo.

Considero positivo che nel PD, dopo anni di torpore, si stia sviluppando un dibattito, anche se ancora embrionale, ancora fissato su questioni macroscopicamente evidenti ma non originarie (nel senso che sono effetti e non cause), come quella generazionale. Qualcosa si muove, forse? Forse, anche se gli anatemi di cui è stato oggetto Renzi fanno un po' impressione. Si può pensare quel che si vuole di Renzi ma bisogna discuterne le idee e le proposte politiche (che ora si cominciano a vedere), non scomunicarlo dicendo che ha odore dabolico. L'uso infamante del riferimento agli anni Ottanta, e dunque a Craxi, è semplicemente inaccettabile.

Dopodiché, io a Renzi e agli altri che si aggregano su base anagrafica vorrei dire che hanno ragione a lamentare il tappo generazionale, ma forse sarebbe bene cercare di capire come avviene che si formi questo tappo. Il punto non è che negli altri partiti di altri paesi i leader sono più giovani: il punto è che in quei partiti chi è sconfitto lascia il posto di guida. Di conseguenza, ovviamente, si fa posto ai giovani. E' lo stesso discorso che abbiamo fatto nei decenni passati per le donne. Non serve lamentarsi che ci sono poche donne. Meglio guardare ai meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti. Se quei meccanismi sono oligarchici, ai posti di comando restano quelli che ci sono, con una solidarietà di genere e di generazione che sfida le rivalità più estreme. Se quei meccanismo sono democratici, faranno posto alle donne come ai giovani.

Dunque il problema di fondo è che il PD non è un partito democratico, cioè non funziona sulla base del confronto e anche dello scontro su linee politiche: l'unico modo per dare vita a gruppi dirigenti e a leadership e l'unico modo per cambiarle. Oggi forse qualcosa si muove e questo è un bene. Ma credo che ci sia ancora molto da fare e da dire, anche se non posso ora fermarmi su questo punto.

Vorrei invece fermarmi, brevemente, sul tema della classe politica: un tema che fa parte del problema che abbiamo di fronte, e certamente avrà il suo posto nel programma del prossimo governo.

Anzitutto vorrei dire che non si tratta solo dei costi della politica, ma della sua legittimazione. Il problema, che i politici tendono a rimuovere, è che la classe politica, tutta, ma anche la politica come attività, è completamente delegittimata agli occhi dei cittadini. I costi naturalmente sono importanti, ma l'indignazione dell'opinione pubblica per questo aspetto - a cui è necessario dare una risposta - è in verità una spia del problema più ampio di cui parlavo.
Delegittimazione significa che la funzione della politica, il suo ruolo nella vita del paese, non è più percepita. Un sentimento sempre presente nelle democrazie, ma marginale, è diventato prevalente: i politici sono inutili, non fanno il loro mestiere e pensano solo ad arricchirsi.

A monte c'è la reale perdita di ruolo della politica nazionale nelle condizioni della globalizzazione, e c'è la ricerca di un capro espiatorio per la condizione drammatica di declino in cui si trova l'Italia. Ma c'è anche l'oggettivo scadimento di qualità della classe politica italiana, dovuto alla stagnazione politico-culturale di questi anni, e non da ultimo anche a una legge elettorale che toglie qualunque elemento di concorrenza, di merito, di scelta delle persone che vanno a formare la rappresentanza.

Non sembra che da parte della stessa classe politica ci sia consapevolezza della gravità della situazione, e quindi nemmeno risposte efficaci. Non considero efficace la risposta che consiste nel dimezzare, o comunque tagliare fortemente, il numero dei parlamentari fuori da una riforma del bipolarismo. Bisognerebbe invece approfittare della pressione dell'opinione pubblica per realizzare infine questa riforma che di tutte è forse la più urgente. Bisogna certamente rivedere il sistema dell'indennità e dei vitalizi, per renderli più trasparenti, e per dare un segnale, anche in termini quantitativi, all'opinione pubblica a cui si chiedono grossi sacrifici. Bisogna certamente abolire le province e ridurre la pletora di consiglieri regionali; bisogna anche individuare i punti dello spreco (consulenze ecc.).

Ma i veri costi della politica sono altri. Anzitutto i cosiddetti costi di transazione, cioè i rallentamenti nel migliore dei casi, e nel peggiore le tangenti, dovute alla presenza diffusa di intermediazioni politiche. Questo è il punto su cui si deve intervenire con decisione: si tratta di ridurre gli spazi della gestione politica in tutta la società. Per lasciare la politica alla sua vera e più nobile funzione.

Poi c'è la questione delle questioni, di cui non si parla: il finanziamento pubblico dei partiti. Non credo che abbia ragione chi propone di abolirlo: significherebbe tornare indietro rispetto ad una delle più importanti conquiste democratiche.

Ma ci sono forme diverse di finanziamento. Dei candidati nei paesi anglosassoni; commisurato al finanziamento privato in Germania. Si possono pensare varie soluzioni (perché non considerare i partiti una associazione come le altre e inserirli nel 5/permille?). Il punto dirimente è che il finanziamento non sia automatico, a piè di lista verrebbe da dire, come oggi, ma obbedisca a due logiche: 1. i partiti per accedere al finanziamento devono avere statuti democratici; 2. il finanziamento deve riflettere una scelta dei cittadini, e quindi sostnere la capacità dei partiti di convincere i cittadini. Ciò naturalmente comporta una legge di attuazione dell'art. 49 Cost. (proposta Veltroni ecc.)

Queste due logiche insieme sono la cura migliore per riqualificare e rilegittimare la politica.

Infine. Oggi, di fronte al fallimento del governo e alla soluzione delle larghe intese, si dice che è morto il bipolarismo. La fine del berlusconismo viene identificata con la fine della Seconda Repubblica e quindi con la fine del bipolarismo. Si tratta a mio parere di un evidente errore di prospettiva, sia dal punto di vista storico che da quello politico.

In primo luogo va osservato che esperienze di larghe intese sono proprie dei paesi a sistema politico bipolare o meglio bipartitico, come la Germania e la Gran Bretagna.
E la fine del berlusconismo può essere la fine della Seconda Repubblica - almeno lo speriamo se questo significa mettere un punto alla transizione interrotta, modernizzare l'ordinamento delle istituzioni politiche, e possibilmente anche cominciare ad avere partiti che siano tali (l'evoluzione del Pdl in questi giorni è estremamente interessante). Ma non è certamente la fine del bipolarismo, perché B. ha sì impersonato il bipolarismo ma non si identifica con esso. Rinunciare al bipolarismo significherebbe davvero rinunciare a ricostruire un ruolo importante per l'Italia, accontentarsi deinitivamente della debolezza poltica e istituzionale che ci ha condannati a un ruolo marginale, tornare all'Italietta che è il destino contro cui questo paese ha combattuto per 150 anni. Un destino minore che non corrisponde alla ricchezza di risorse umane, economiche e culturali del nostro paese.

Allora dobbiamo evitare che la durezza della crisi ci faccia dimenticare tutto questo, e buttare via quel poco di buono che la Seconda Repubblica ha prodotto, quel poco di buono che va riconosciuto anche all'eredità di B.

Nelle drammatiche ore, nei tesi confronti di questi giorni c'è stato un convitato di pietra: il referendum elettorale. Ma il referendum c'è e non può essere evitato, se non con una nuova legge elettorale. Bisogna evitare che si faccia una legge elettorale di tipo proporzonale. Noi non lasceremo cadere quest'impegno e non consentiremo che il bipolarismo sia offerto a Casini su un piatto d'argento come la testa del Battista.
ECONOMIA
21 giugno 2011
[Aut Aut] Tra Europa, Grecia e ... Nuova Zelanda
O fare uscire la Grecia dall'euro, o far entrare l'Europa nel vortice greco. Mi pare l'aut aut di fondo sia questo ... io inizio a guardare quanto costano i biglietti per la Nuova Zelanda ...
politica interna
10 febbraio 2010
[Dal Corriere Fiorentino] Non andrò a votare perchè amo la politica
Caro Direttore,
dichiarare pubblicamente la rinuncia ad esercitare il proprio diritto/dovere di voto sarebbe cosa da non fare, mai. Tuttavia è quanto ho deciso: non andrò a votare per queste elezioni. Chi non partecipa ha sempre torto, si dirà, eppure ci sono delle ragioni per questa scelta. E non sono impolitiche o antipolitiche. Tutt'altro, sono ragioni radicalmente politiche.

Quello toscano non è un modello, è piuttosto un regime. Che ha ovviamente il proprio cardine principale nel sistema di potere riferibile al centrosinistra, ma che trova decisive sponde nel centrodestra. Il tutto ai danni dei cittadini. La cronaca delle scelte riguardanti le leggi elettorali di questa regione ne è una prova lampante. Il 7 maggio 2004 fu varato il Porcellinum toscano, legge elettorale con liste bloccate, grazie(!) al voto di DS, Forza Italia e AN, più i Verdi e i socialisti dello Sdi. I più zelanti potrebbero far notare che a pochi mesi di distanza da quel 7 maggio sono state istituite le primarie per legge. Una legge originalissima, in effetti, che permette ai partiti, di fare qualcosa che non è mai stato vietato e che, per giunta, permette di farlo a carico del contribuente.

Pochi mesi fa poi, in spregio alle indicazioni dell'Unione Europea che chiedono non siano cambiate le leggi elettorali a ridosso delle elezioni, è stata introdotta la soglia di sbarramento del 4% per avere diritto alla rappresentanza all'interno del Consiglio regionale della Toscana. La nuova legge elettorale è stata approvata con 43 voti a favore, quelli di PD e PdL (e fa sorridere che la candidata presidente del PdL si dica "rivoluzionaria") con l'accompagnamento di Alleanza Federalista e dei socialisti del Partito Socialista (gli stessi dello Sdi). E così oggi si chiede ai cittadini di andare alle urne per fare qualcosa che con difficoltà può essere chiamato votare.

Votare nella Regione in cui le pagine della cronaca politico/giudiziaria degli ultimi mesi hanno raccontato come le incrostazioni di regime siano ormai profonde, alla faccia di regole e regolamenti etici. Parlo in termini politici e ricordando che la giustizia la amministrano i tribunali, che in questo paese si è innocenti fino a prova contraria e che non trovo sano che le intercettazioni sian divenute un genere giornalistico. Tuttavia non si può nascondere il dato di una filiera di potere regionale che da troppo tempo non si rinnova (anche perché pare evidente che ci sia un interesse bipartisan a lasciare la situazione immutata).

Votare in una regione impoveritasi e senza prospettive credibili di crescita e rilancio economico, e che laddove resiste alla crisi lo fa nonostante la burocrazia, non certo grazie ad essa. Un territorio la cui immagine è perfettamente inquadrata dal fatto che la prima azienda per numero di addetti della regione toscana è la Regione Toscana. Immagine che dovrebbe interrogare chi, non da anni, ma da lustri governa non solo la Regione Toscana, ma anche la regione toscana.

Fare una croce sulla scheda per contribuire a perpetuare questo regime è dunque esercizio che lascio ad altri. Io mi tengo l'amarezza.

Tommaso Ciuffoletti

da il Corriere Fiorentino di Mercoledì 10 Febbraio
politica estera
27 agosto 2008
[L'orso russo] A tutto gas, ma con poco cibo


Non servivano Abkhazia e Ossezia meridionale per far sapere, agli europei almeno, che la Russia ha ripreso a pensare se stessa in termini di madre-padrona dei territori un tempo sovietici ed orbitanti. Da tempo, infatti, i russi hanno ingaggiato un vero e proprio sabotaggio commerciale nei confronti dei prodotti agricoli polacchi adducendo fragili ragioni di “igiene alimentare” e senza che da Bruxelles si siano mai levate voci troppo alte per condannare il sabotaggio russo ai danni di un paese membro dell’Unione Europea.
Considerato che l’UE, pur non essendo un’entità politica forte, è almeno un mercato unico avrebbe potuto già allora avere salde ragioni per aprire un confronto serrato con Mosca. Oggi tale urgenza non è più rimandabile e credo che nell’affrontarla forse varrebbe la pena considerare anche che l’orso russo è ricco di idrocarburi, ma non altrettanto di risorse alimentari. Sembrerà cinico, ma del resto il compagno Putin non pare essere da meno.

ECONOMIA
5 agosto 2008
[Da ItaliaOggi] Doha Round: cronaca di un fallimento annunciato. Quali soluzioni per il commercio mondiale
da ItaliaOggi di Sabato 2 Agosto



Il commissario europeo Peter Mandelson ha definito “straziante” il fallimento dei negoziati sul commercio mondiale, mentre l'Economist di questa settimana parla addirittura della “tragedia del Doha Round”.  L'ipotesi del fallimento è stata costantemente presente nel corso dei negoziati avviati 7 anni fa nella capitale del Qatar ed oggi sembra essersi definitivamente realizzata, lasciando il campo, oltre che allo sconforto, alle riflessioni su ciò che sarà del Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio) e più in generale delle relazioni commerciali internazionali.
Un fallimento annunciato
Dopo che la scorsa settimana era balenata la speranza di una soluzione positiva (si veda ItaliaOggi del 26 luglio) tra lunedì e martedì è arrivata la notizia che l'ipotesi d'accordo era saltata per via dell'intransigenza indiana in merito ad una clausola di salvaguardia volta a proteggere i paesi in via di sviluppo dai picchi delle importazioni di prodotti agricoli.
Ancora una volta, dunque, è stato il commercio di prodotti agricoli il pomo della discordia. Del resto proprio l'agricoltura è stato il settore più delicato della storia recente e passata delle trattative sul commercio mondiale. Dal secondo dopoguerra, fino alla seconda metà degli anni '60, gli accordi del Gatt (General agreement on tariffs and trade) venivano infatti applicati con numerosissime deroghe alle norme relative al commercio agricolo. Più di recente l'Uruguay Round, il ciclo negoziale conclusosi nel 1994 con la creazione del Wto, era riuscito ad ottenere l'impegno generale affinchè le varie forme di protezione del settore agricolo fossero trasformate esclusivamente in tariffe doganali, lasciando tuttavia ai vari paesi ampi margini di manovra per imporre tariffe di salvaguardia su specifiche categorie di prodotti. Il Doha Round si è arenato proprio nel tentativo di rivedere le regole generali per la protezione di quei prodotti.
Nel corso delle trattative un ruolo decisivo è stato giocato dai principali paesi in via di sviluppo, India e Cina su tutti. La parte dell'ariete è spettata all'India, che ha condotto una lunga battaglia in nome della volontà di proteggere i propri agricoltori i quali, tuttavia, più che dai rischi del mercato globale sono attanagliati dalla scarsità di infrastrutture commerciali e finanziarie interne. La Cina ha invece giocato di rimessa, preferendo dedicarsi alla stipula di numerosi accordi bilaterali nei quali far pesare il proprio crescente ruolo di potenza economica.
Urgenze politiche hanno d'altro canto legato le mani di Stati Uniti e Unione Europea. Gli Usa hanno licenziato nei mesi scorsi la legge di programmazione agricola quinquennale, il Farm Bill, mantenendo alti livelli di sussidi per gli agricoltori a stelle e strisce e ribadendo il peso politico delle lobbies dei grandi produttori. Inoltre il clima pre-elettorale che si respira oltreoceano non ha certo reso facile il ruolo negoziale degli Usa. Le difficoltà europee sono state evidenziate da Peter Mandelson, responsabile delle trattative per l'UE, che si è lamentato dell'eccessiva interferenza dei rappresentanti degli stati membri.
Oltre il Doha Round
Giovedì il ministro indiano del commercio, Kamal Nath, si è dichiarato “pronto a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative”. Al di là delle dichiarazioni, tuttavia, l'ipotesi di riaprire i negoziati secondo le modalità finora dimostratesi fallimentari non sembra avere grandi prospettive.
Molti analisti hanno sottolineato che i grandi round negoziali, come quello di Doha, non sono adatti a gestire una realtà resa più complessa dall'emergere di nuove potenze commerciali. C'è chi propone “coalizioni dei volenterosi” per ripartire da accordi multilaterali fra paesi con interessi convergenti su settori come i servizi e il commercio di prodotti non agricoli, ma intanto la via degli accordi bilaterali sembra quella su cui si stanno orientando paesi come Usa e Cina. Per adesso però, il direttore del Wto, Pascal Lamy ha l'urgenza di salvare le intese raggiunte nel corso delle trattative di questi giorni nel tentativo di mettere al riparo il Wto da critiche che potrebbero mettere in discussione la sua stessa esistenza.
ECONOMIA
31 luglio 2008
[Da ItaliaOggi] WTO - Prima del fallimento in duplice versione
Da lunedì sappiamo che il vertice ginevrino del Wto non ha avuto esito.: le trattative sono fallite. La situazione adesso è molto incasinata, non solo (e forse non tanto) per il commercio mondiale, ma soprattutto per il futuro del ciclo negoziale e per il ruolo della stessa Organizzazione per il Commercio Mondiale. Facendo però un piccolo passo indietro torniamo a sabato scorso, anzi, a venerdì.
Nel corso di quella giornata c'è stata l'illusione di un barlume di speranza, balenato nel tardo pomeriggio; si diceva che vi fosse un accordo di massima su cui stavano convergendo i principali paesi. Il sottoscritto, alle prese con il consueto pezzo del sabato per ItaliaOggi ha così dovuto rivedere la prima stesura dell'articolo, che era improntata ad un pessimismo assai più marcato. Oggi il pessimismo della prima stesura suona come semplice realismo preventivo.
Di seguito riporto le due stesure del pezzo.



DOHA ROUND, DALLA PAURA ALLA SPERANZA, MA L’INDIA FREME
Seconda stesura - Articolo pubblicato su ItaliaOggi di Sabato 26 Luglio


Nel breve volgere di un pomeriggio le trattative del Doha Round sono passate dalla paura alla speranza. Dalla paura di un fallimento dei negoziati per un nuovo accordo sul commercio mondiale, alla speranza di giungere ad un compromesso sul quale ormai pochi erano disposti a scommettere.
A Ginevra, dove da lunedì sono riuniti i rappresentanti dei 35 principali paesi della World Trade Organization, non si è ancora giunti ad una soluzione condivisa, ma sulla spinta degli ufficiali del Wto, ed in particolare per la strenua volontà dello stesso Lamy, ha prevalso la linea della trattativa ad oltranza. Così, dopo una lunga riunione pomeridiana fra i rappresentanti di Usa, UE, India, Brasile, Cina, Australia e Giappone è stato deciso di fissare per il tardo pomeriggio una riunione allargata ai negoziatori di tutti i 35 paesi presenti a Ginevra. Il portavoce del Wto, Keith Roswell, ha ostentato ottimismo al termine della riunione ristretta dei sette paesi più importanti, dichiarando che “ci sono segnali davvero incoraggianti”, aggiungendo però che “resta da vedere quali reazioni susciteranno nelle prossime ore”.
Al momento non ci sono ancora notizie ufficiali sui dettagli del possibile accordo. Alcune fonti parlano della richiesta di una riduzione del tetto massimo ai sussidi che annualmente gli Usa assegnano all’agricoltura. L’accordo prevedrebbe una soglia massima di 14,5 miliardi di dollari, a fronte della proposta Usa di 15 miliardi. L’Unione Europea dovrebbe ridurre dell'80% i sussidi agricoli con effetti distorcenti per il mercato, cosa peraltro in linea con le recenti riforme approvate dall’UE. Impossibile dire quali soluzioni sono state trovate per nodi intricati come quelli relativi alle protezioni da accordare ai cosiddetti “prodotti sensibili” o alla tutela delle Indicazioni Geografiche.
Una proposta di accordo è stata avanzata anche da un gruppo di paesi asiatici e latinoamericani, guidati dal Messico. La mediazione proposta da questi paesi prevede l’accettazione di una forte riduzione delle barriere che i paesi in via di sviluppo oppongono all’import di prodotti industriali, in cambio della possibilità di proteggere alcuni settori e prodotti strategici. Qualunque ipotesi di accordo che dovesse essere raggiunta a Ginevra dovrà tuttavia essere successivamente accolta da tutti i 153 membri del Wto e per adesso c’è da registrare la malcelata riluttanza dell’India che sta facendo già avanzare qualche ombra sul buon esito del week-end ginevrino.
La speranza maturata nelle tarde ore di ieri ha tuttavia sorpreso non pochi osservatori, perché nei giorni scorsi l’ipotesi di un fallimento dell’accordo sembrava assai concreta ed era già cominciato il gioco dello scaricabarile fra i principali paesi coinvolti nelle trattative. Nel frattempo, dalle colonne del proprio blog, anche il commissario al commercio estero Peter Mandelson si è tolto qualche sassolino dalle scarpe per le continue polemiche che hanno accompagnato il suo operato in qualità di negoziatore europeo, facendo presente che non è possibile condurre tali trattative se ogni rappresentante dei 27 paesi membri vuole “mettere la propria mano sul volante”. Una frase che suona come una secca risposta a chi, come il presidente francese Sarkozy, lo aveva attaccato nei giorni scorsi.

IL WTO SCOMMETTE SULL’OTTIMISMO, MA INTANTO SI GIOCA ALLO SCARICABARILE
Prima stesura, corretta dall'articolo di cui sopra

“La situazione è critica, in bilico fra successo e fallimento”; sono queste le parole con cui ieri mattina Pascal Lamy, direttore generale del Wto, ha fotografato la situazione delle trattative sul commercio mondiale apertesi lunedì a Ginevra. Dopo cinque giorni di lavoro ininterrotto non si è ancora giunti ad una soluzione condivisa, ma sulla spinta degli ufficiali del Wto, ed in particolare per la strenua volontà dello stesso Lamy, ha prevalso la linea della trattativa ad oltranza. Così, dopo una lunga riunione pomeridiana fra i rappresentanti di Usa, Unione Europea, India, Brasile, Cina, Australia e Giappone è stato deciso di fissare per il tardo pomeriggio una riunione allargata ai negoziatori di tutti i 35 paesi presenti a Ginevra. Il portavoce del Wto, Keith Roswell, ha ostentato ottimismo al termine della riunione ristretta dei sette paesi più importanti, dichiarando che “ci sono segnali davvero incoraggianti”, aggiungendo però che “resta da vedere quali reazioni susciteranno nelle prossime ore”.
A giudicare da quanto emerso nel corso delle trattative dei giorni scorsi, tuttavia, il clima generale sembra improntato a ben altro atteggiamento che non l’ottimismo. Sul tavolo, infatti, rimangono ancora da sciogliere parecchi nodi. I principali sono legati al commercio agricolo e vanno dalle protezioni da accordare ai cosiddetti “prodotti sensibili” al commercio delle banane, dalla tutela delle Indicazioni Geografiche ai sussidi statunitensi per la produzione di cotone.
Nelle ore precedenti l’incoraggiante annuncio di ieri di Keith Roswell l’ipotesi di un fallimento dell’accordo sembrava infatti assai concreta ed era già cominciato il gioco dello scaricabarile fra i principali paesi coinvolti nelle trattative. Il responsabile cinese Zhang Xiangchen aveva per primo puntato il dito contro gli Stati Uniti già nel corso della giornata di giovedì, dichiarando “priva di significato” la proposta Usa di ridurre il tetto dei propri sussidi agricoli a 15 miliardi di dollari annui. L’accusa è stata prontamente rispedita al mittente dai rappresentanti statunitensi, che hanno fatto notare come alle proprie offerte sui sussidi agricoli non abbiano corrisposto simili aperture sul commercio di prodotti industriali da parte di paesi come Brasile e la stessa Cina.
Nel frattempo, dalle colonne del proprio blog, il commissario al commercio estero Peter Mandelson, provvedeva a togliersi qualche sassolino dalle scarpe per le continue polemiche che hanno accompagnato il suo operato in qualità di negoziatore europeo. In poche righe Mandelson ha innanzitutto ribadito come ogni paese membro dev’essere consapevole del maggior peso negoziale che l’Europa può avere trattando in qualità di Unione Europea ed ha poi affondato il colpo aggiungendo che non è possibile condurre tali trattative se ogni rappresentante dei 27 paesi membri vuole “mettere la propria mano sul volante”. Una frase che suona come una secca risposta a chi, come il presidente francese Sarkozy, lo aveva attaccato nei giorni scorsi.
politica interna
25 gennaio 2008
[ESCLUSIVO] L'UNIONE EUROPEA COMMISSARIA L'ITALIA. Scopriamo il profilo del nuovo commissario d'Italia


Il suo primo atto ufficiale è stato pulirsi il culo con alcuni fogli della Costituzione della Repubblica, mettendo a tacere lo sgomento dei presenti con un sonoro peto. Gustavo Dracula Pustellsson, il nuovo commissario d'Italia scelto dall'Unione Europea per guidare il paese fino a prossime decisioni, si è così presentato ai suoi nuovi concittadini.

Ebreo di origini mitteleuropee, con madre napoletana e padre impiegato in FIAT, Pustellsson si è diplomato presso la Scuola Radio Elettra e successivamente si è dedicato al disegno di "giornaletti" porno, mettendo la sua firma su creazioni come Jacula e Lando.

In Europa, ma anche negli Stati Uniti ed in Cambogia, tutti lo hanno definito l'uomo giusto per l'Italia. La Commissione Europea non ha avuto dubbi quando si è trattato di commissariare il governo italiano e così da ieri sera Pustellsson occupa il posto che è stato di Romano Prodi.

Oggi alle 15:00 il suo primo discorso alla nazione, alle 17:00 il secondo. Alle 18:00 presenterà infine il suo piano per la Campania e per lo smaltimento di Bassolino, Rosa Russo Jervolino e Pecoraro Scanio. Dalle prime indiscrezioni pare che nel piano di Gustavo Dracula sia previsto un massiccio ricorso ad armi da caccia e munizioni da safari.

I mercati stanno già premiando la scelta europea di consegnare l'Italia a Pustellsson, detto dagli amici "Dracula il disturbato". A Milano l'indice Mibtel guadagna il 7,4% e salgono tutti i titoli legati alla speculazione finanziaria. Un sondaggio lampo dell'IPSOS ha certificato che la popolarità di Pustellsson è attorno all'80%, con picchi del 95% fra pensionati e studenti degli istituti per geometri.

Le sue prime parole appena giunto nella capitale, dove alloggerà in equocanone al teatro Marcello, sono state: "Ti amo Roma, città della baia"; e a chi lo ha chiamato signor commissario ha risposto amabilmente: "chiamatemi semplicemente boss". Forse siamo troppo ottimisti, ma da oggi ci sembra di poter dire che l'Italia può finalmente riprendere a vivere così, col sole in fronte.
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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