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30 dicembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] La sottile differenza tra leggerezza e superficialità

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”. Lo diceva Italo Calvino.

Matteo Renzi, ieri in conferenza stampa, ha chiuso trattando con grande leggerezza il tema di una possibile amnistia “Non credo che sia all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano. Non è sul tavolo”.

Andando sul sito del Ministero della Giustizia si possono leggere le statistiche, aggiornate al 30 novembre di quest’anno, sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane. A Sollicciano, per rimanere nella città di cui Renzi è stato sindaco, ci sono 693 detenuti. La capienza ufficiale segnala come limite 494. A San Gimignano non va molto meglio: 349 detenuti dove dovrebbero starcene al massimo 235. E non servirà andare oltre per iniziare ad avere il dubbio che nelle parole del presidente del Consiglio vi fosse, più che leggerezza, un po’ di superficialità.

La stessa superficialità con cui si considera esaurita l’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso delle carceri italiane. E’ vero che la Cedu ha dichiarato irricevibili una serie di ricorsi presentati da alcuni detenuti contro lo Stato italiano. Ma lo ha fatto in attesa di una verifica approfondita della situazione. Sarà infatti il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, a valutare l’effettiva funzionalità degli strumenti messi in campo dall’Italia per evitare, di qui in avanti, quello per cui è già stata condannata in passato: l’aver inflitto trattamenti inumani e degradanti a persone detenute.

Lo strutturale sovraffollamento delle carceri italiane, e la necessità di misure rapidamente efficaci per evitare che questa situazione d’illegalità prosegua, sono temi che sono quindi ben sul tavolo. E lo sono a prescindere dalle comode scelte del governo, che sul fronte giustizia ha rinunciato ben volentieri ad ogni velleità rottamatrice per una più cauta gestione dell’esistente. E lo sono anche a prescindere dalla barbarie della propaganda di antieuropei e manettari nostrani (curiosamente si rilevi come le due categorie si accompagnino spesso insieme, dalla Lega a Grillo). Quelli che non vogliono accettare che la certezza della pena per chi delinque, non possa che essere certezza di un pena giusta. E non illegittimamente aggravata da condizioni inumane e degradanti.

E’ un punto logico all’apparenza sottile, ma fa una grande differenza. La stessa che passa tra leggerezza e superficialità.

televisione
15 dicembre 2015
Il giochino dei titoli e gli opposti benefici

Se c'è un paese che con la libertà ­ha un rapporto schizofrenico, questo è l'Italia. Capace di far convivere nel proprio stesso nome evocazioni d'anarchia e burocrazia, laissez-faire e statalismo, grandi passioni ed infinite rassegnazioni. Con un'unica linea di coerenza, quella di trovarsi sempre ad una delle estremità possibili. Guai rammentare invece la necessaria controparte della libertà: la responsabilità. Per quella non c'è mai tempo.

La libertà di stampa non fa eccezione. Spesso si rammentano classifiche internazionali in cui ci posizioniamo dopo il Congo, ma di contro chiunque può rammentare che siamo abituati a leggere titoli che nemmeno nella Sodoma dei bei tempi andati. Tra i pochissimi paesi al mondo abbiamo un ordine dei giornalisti, salvo poi scoprire che non serve a un granché. Periodicamente c'è chi proclama di volerlo abolire, come Grillo, se non fosse che i suoi deputati partecipano proprio ad iniziative indette da quello stesso ordine.

E potremmo andare avanti fino ad arrivare alla Leopolda dell'altro giorno, dove è andato in scena il giochino di far votare ai leopoldini e alle leopoldine i titoli di giornale ritenuti più bugiardi nel raccontare l'azione del governo. Tra i quotidiani più rammentati dai sostenitori del Presidente del Consiglio figura Il Fatto Quotidiano, i cui giornalisti si sono risentiti facendo presente che questo è un insulto alla libertà, e ancor prima all'onorabilità, del loro lavoro. Loro e di quello del loro direttore, Marco travaglio, che in questi giorni gira l'Italia con il suo show dal titolo molto efficace “Slurp”, in quanto dedicato ai giornalisti, scusate se si è filologicamente corretti, leccaculi. Con tanto di nomi, cognomi e un caro saluto all'onorabilità.

Ma di tutta questa vicenda a noi preme guardare il riflesso politico. Con la speranza di sbagliarci nell'immaginare che – al di là dei fini ludici del sondaggio della Leopolda – vi fosse in fondo la volontà di provocare e riproporre uno schema che è stato la fortuna politica di Silvio Berlusconi per tanti anni. Ovvero quello di occupare il centro della scena grazie agli attacchi demonizzanti di una parte della stampa e dei media. Un gioco di mutuo scambio e mutua convenienza. Perché così come questo schema ha giovato a Berlusconi, così ha garantito rendite di posizione ad ampie schiere di giornalisti specializzati nell'antiberlusconismo militante.

Pochi giorni fa Paolo Mieli, a colloquio con Eugenio Scalfari, salutava con favore la scelta di Calabresi come nuovo direttore de La Repubblica, quasi a sancire il passaggio ad una fase politica diversa. Ecco, speriamo che si vada avanti su questa strada. Perché tornare all'antico non farebbe bene a nessuno. E francamente, sarebbe pure parecchio noioso.

dal Corriere Fiorentino di martedì 15 dicembre

danza
4 dicembre 2015
Calzini e destini
Campagna per le comunali fiorentine. E' il 2009.
C'è questo evento organizzato dalla nostra lista. Sinistra per Firenze. Partecipa Nichi Vendola e Renzi viene a portare un saluto.
A fine serata si ferma a fare due chiacchiere e gli presento Sofia e Mila.
Lui inavvertitamente chiede loro: "Vado bene vestito così?".
Mila guarda la giacca color blu Oltrepò pavese e si mette direttamente a ridere. Sofia adocchia la cravatta dorata e, donna d'onestà intellettuale altissima, risponde sincera: "No".
Ci rimase male.
Niente mi toglie dalla testa che fu allora che mi giocai il mio futuro politico.


CULTURA
1 dicembre 2015
[Lungarno] Dicembre
E' uscito il nuovo numero di Lungarno e io vi parlo di surf e di come mai, se avete un bel tatuaggio, siete delle vacche.
Tecnicamente parlando.



30 novembre 2015
Surfaiolo
danza
6 novembre 2015
Bocce
Testimonial Esselunga 2016 o "Il Cristo delle Bottiglie".
Vostro con 8.000 punti Fragola.
Photo by Giancarlo Bahr Steiner

moda
2 novembre 2015
La propaganda e il suo rovescio
letteratura
21 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Requiem per la lettera al Presidente
14 luglio 2015
[Niente panico] Siete poveri
Niente panico - SIETE POVERI
Su Lungarno faccio del classismo e vi spiego come mai è morta la civiltà del villaggio vacanze. Per colpa di Fiorello.

14 luglio 2015
[La mia Yaris] Beve solo Moët et Chandon.

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permalink | inviato da inoz il 14/7/2015 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
20 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Salvini e il Karaoke

Come il vecchio Karaoke. Quello di Fiorello, non la sua triste e recente riedizione. Quel circo itinerante che riempiva le piazze di tutta Italia nel 1993. Fiorello faceva il mattatore, qualcuno cantava insieme a lui, tutti accorrevano in piazza alla registrazione del programma per poi riguardarsi a casa, alle 20.00, in prima serata.

E' lo stesso format della campagna elettorale salviniana in Toscana. Salvini è lo showman col seguito di telecamere, i candidati locali sono i concorrenti che lo affiancano, e a fare da pubblico accorrono sostenitori e contestatori. Che poi si riguardano al Tg Regionale e se va bene anche a quello nazionale. Solo che al posto delle canzoni c'è una violenza verbale e purtroppo a volte anche fisica, a fare da collettrice d'attenzioni.

E' l'effetto falena, quello che all'accendersi di ogni telecamera attira verso la luce qualsivoglia sorta di aspirante presenzialista, eccita ogni cacciatore di 15 secondi di popolarità, rianima la sonnacchiosa provincia che vive l'arrivo di Salvini come lo sbarco del circo Barnum in periodo d'audizioni per il nuovo fenomeno da esibire. E non si sottraggono i lanciatori d'oggetti, i funamboli del centro sociale, stagionati impiegati per rivoluzioni parastatali e persino consiglieri comunali d'ogni sorta, Partito Democratico compreso. Comparse anch'esse necessarie allo show. Non serve nemmeno scomodare la categoria degli utili idioti.

La violenza, predicata o praticata, è ingrediente necessario del format, che serve a tenere alta l'attenzione mediatica, di cui peraltro si alimenta, in un circolo che più vizioso non si potrebbe. Questo non significa sminuire il portato politico della Lega di Salvini, così come del suo predicare; tanto più efficace proprio per la condizione d'impotenza in cui si trova quel che resta di Berlusconi e dei suoi. Si potrebbe infatti notare come l'alzare i toni di Salvini sia efficacissimo anche sul piano politico, grazie al vuoto in cui langue ogni alternativa a destra. Con i media berlusconiani ormai in preda alla paranoia dello zingaro e dell'immigrato birbone, con Brunetta che s'inventa capopolo astioso che gode delle sentenze contro la legge Fornero (da lui peraltro votata) il tutto dopo mesi al governo con Letta ed altrettanti di Patto del Nazareno. Rincorrere Salvini sul suo terreno è una meravigliosa esibizione del masochismo tipico di chi è privo di idee, di bussola e di Silvio. E questo al netto del profilo, degnissimo, del candidato governatore di Forza Italia in Toscana.

Salvini gioca a fare la lepre. E un po' ricorda il primo Renzi. Quello rottamatore duro e puro. Da un punto di vista mediatico è l'unico che ha raccolto l'eredità del format renziano, trasportandolo dalla Leopolda in un luogo di confine tra i salotti tv e una curva da stadio. E sarà facile notare come sovente, nel corso della Seconda Repubblica, la differenza tra i due luoghi sia parsa piuttosto labile.

Tuttavia la rincorsa a celebrare il salvinismo sconta anche l'ansia tipica italiana di acclamare sempre il vincitore annunciato o quello che per tale si presenta. Le previsioni sul suo successo vanno depurate da questo dato strutturale. Il tutto in attesa delle elezioni del 31 maggio. Le ennesime della repubblica del video.

dal Corriere Fiorentino di martedì 19 maggio

LAVORO
14 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Storie della storia delle riforme della scuola
I toscani e le riforme della scuola. Potrebbe essere il titolo di un volumetto di storie della storia. A partire da quella di un toscano adottato come Giovanni Gentile, cui si deve l’unica vera riforma della scuola che questo Paese possa dire d’aver conosciuto. 1923. Ma sono vicende più recenti quelle che ci aiutano ad inquadrare il dibattito che oggi Matteo Renzi deve affrontare in prima persona (con tanto di gessetti e lavagna, come ha fatto ieri nel video con cui lui vorrebbe mettere fine alla guerra ideologica scoppiata sulla sua riforma).

1990. Al governo c’è Andreotti. Sergio Mattarella è ministro della Pubblica Istruzione. Da anni le statistiche registrano un netto calo demografico. Le classi, dove insegna il maestro unico, si fanno sempre meno numerose. Cosa fare dunque? Risparmiare? Ripartire le stesse risorse tra un numero inferiore d’insegnanti per dare loro stipendi più alti e formazione permanente? No. I sindacati scelgono di puntare sulla moltiplicazione dei maestri per ogni classe, sostenendo la tesi che tale moltiplicazione sarebbe stata a costo zero. La tesi è sposata dal ministero. A smentirla nella sua assurdità logica ci pensa un toscano, Alessandro Petretto, che in quel tempo lavora al Tesoro. Gli dicono bravo, grazie, ma delle sue analisi se ne fregano. Politici e sindacati in festa. Gli insegnanti si moltiplicano e continuano a guadagnare poco.

2000. Al governo c’è D’Alema (bis). Al ministero della Pubblica Istruzione c’è l’ex rettore di Siena, Luigi Berlinguer. Toscano d’adozione. Intanto la fine dei partiti ha dato al sindacato un ruolo ancora più centrale nell’arena politica. E proprio i sindacati confederali, Cgil in testa, lo accompagnano nel tentativo più rivoluzionario della sua gestione: il famoso «concorsone». Vengono stanziati sei milioni di lire d’aumento su base annua, per ognuno dei 150 mila insegnanti che lo avessero a superare. Stavolta sono i sindacati di base a cogliere la palla al balzo della lotta contro il merito. Si mobilitano mettendo in un angolo i sindacati confederali. Cisl e Uil si sfilano presto, lasciando la Cgil da sola e il ministro con lei. L’ipotesi di dare stipendi sensibilmente più alti sulla base di un criterio, per quanto rozzamente, meritocratico è sconfitta. Berlinguer batte in ritirata. I sindacati di base fanno festa. Di quegli aumenti non se ne fa nulla.

Ed eccoci ad oggi. Gli insegnanti guadagnano poco e non potrebbe essere altrimenti. I sindacati sono forti solo nel pubblico impiego. Renzi ci prova e predica la buona scuola. In bocca al lupo a tutti.

dal Corriere Fiorentino di giovedì 14 maggio


12 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Beppe Grillo comico scienziato

Umberto Veronesi, oncologo. E' anche grazie alla sua opera di medico, ma anche divulgatore e protagonista del dibattito pubblico che la lotta al cancro in Italia ha fatto importanti passi avanti. In un paese che pure sconta un deficit di cultura scientifica di base gravissimo; in cui ci si deve districare tra i complottisti delle scie chimiche, programmi televisivi a base di templari alieni che vivono in cimiteri indiani facendo cerchi nel grano, onorevoli convinti dell'esistenza delle sirene, scienziati improvvisati sulla base di letture che in confronto Wikipedia è roba da professionisti.

Per combattere i tumori esistono due strategie principali: prevenirne la comparsa, adottando uno stile di vita sano (dall'alimentazione, all'evitare il fumo), oppure diagnosticare la malattia il più precocemente possibile, prima che si manifesti a livello clinico. Di qui una serie di scelte per cui in Toscana, regione in questo campo all'avanguardia in Italia, dal 1° gennaio 2000 per le donne dai 50 ai 69 anni la mammografia è divenuta gratuita e successivamente la fascia d'età è stata estesa tra i 45 e i 75 anni.
Certo si può fare di meglio. Ma si può anche fare di peggio.

Beppe Grillo, comico, politico, scienziato. Qualche giorno fa se n'è uscito con una invettiva proprio contro Umberto Veronesi. “Veronesi - ha detto Grillo - va sempre in tv a pubblicizzare la necessità per le donne di fare le mammografie. E dice di farle  ogni due anni ma la differenza percentuale di malattia fra chi le fa ogni due anni e chi le fa meno spesso è solo del due per mille. Ma lui magari prende le sovvenzioni per il suo istituto da chi vende le macchine per le mammografie”. Poteva mancare lo schizzo di fango sull'attività professionale di Veronesi e sulla sua buona fede quando rammenta l'importanza della prevenzione? Ovviamente no. E poteva forse mancare lo zelante grillino, in questo caso tale Roberto Fico (eletto presidente della commissione di vigilanza Rai ai tempi del governo Letta) a rilanciare fango su fango? No, non poteva mancare. Ed ecco quindi anche una dichiarazione secondo cui Veronesi è finanziato da multinazionali che producono inceneritori, per cui dovrebbe tacere quando si parla di tumori. Roberto Fico, laureato in Scienze della Comunicazione.

Ricordo con affetto gli show di Beppe Grillo di qualche anno fa. Quelli in cui ci spiegava come il mondo stesse annegando nell'ignoranza imposta dai soliti burattinai del complotto giudoplutocattomassonico e chi più ne ha, più ne metta. Tra le tante cose che la cupola del potere ci teneva nascoste c'era l'incredibile forza pulente di un prodotto distribuito da una società svizzera. Tale prodotto registrò un'impennata di vendite a seguito degli show di Grillo che ne reclamizzava le virtù. Una palla di plastica contenente sfere di ceramica che, secondo un processo chimico-fisico che non è mai stato chiarito, dovrebbe pulire il bucato in lavatrice.

Beppe Grillo, comico, politico, scienziato. E poi ancora comico.

dal Corriere Fiorentino di martedì 12 maggio

7 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Renzi e la trasparenza
«In Italia il capitalismo di relazione ha prodotto effetti negativi e credo sia giunto il momento di mettere la parola fine ad un sistema basato più sulle relazioni che sulla trasparenza». Così Matteo Renzi a Milano, nella sede della Borsa Italiana, per un dibattito davanti alla comunità finanziaria.
Va detto che dirla, il presidente del Consiglio, l’ha detta giusta. Più trasparenza innanzitutto. E poi combattere un sistema in cui per troppo tempo la grande maggioranza delle società quotate è stata, e credo si possa dire che lo sia ancora, collegata in un’unica rete attraverso un ristretto gruppo di amministratori che siedono ciclicamente in più consigli d’amministrazione.
Malignamente verrebbe da pensare che, se Renzi fosse stato preso sul serio, si sarebbero rischiati diversi malori in sala.

Una sala dove del resto erano presenti anche i rappresentanti della Consob, l’autorità deputata proprio a garantire, tra le altre cose, la trasparenza dei mercati mobiliari. Attualmente, tra i fronti su cui è impegnata c’è quello relativo alle operazioni intercorse sui mercati inglesi prima che il decreto di riassetto delle Popolari venisse varato dal governo, con il provvedimento serratamente approvato poco più di un mese fa.

Il punto è che, al di là degli episodi, la definizione di capitalismo di relazione inquadra un sistema pervasivo di interessi costruiti su relazioni che si proteggono e promuovono reciprocamente a scapito di altri eventuali competitors. L’Italia in questo settore è, purtroppo meritatamente, ai vertici delle classifiche, in special modo nella categoria «Paesi sviluppati che non crescono più». Il che fa intendere come il capitalismo di relazione, lungi dall’essere il male congenito che è nelle economie in forte sviluppo, è da noi un’incrostazione senza tempo ed anzi una delle cause del nostro stallo.

Nel suo viaggio Firenze-Roma, Renzi ha provato per esperienza diretta quanto possa essere difficile penetrare il muro di gomma della politica e degli affari in questo Paese. Per farlo ha dovuto dotarsi degli strumenti necessari. A partire proprio dalle relazioni con imprenditori, finanzieri, giornalisti. Attuando un aggressivo spoils system dove possibile e tenendo innanzitutto saldo il timone di quella che adesso è la sua ditta . La speranza è che tra grandi ambizioni di cambiamento e ineludibile necessità di conservazione, il nostro abbia almeno la forza di non rinunciare completamente alle prime.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 6 maggio 2015


LAVORO
2 marzo 2015
[Renzi su Twitter] #lavoltabuonaunasega
Perchè va bene la propaganda.
Ma proprio presi per il culo ?#?ancheno?.


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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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