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16 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Buongiorno, il mondo è cambiato. Pregasi prenderne atto
"Buongiorno, il mondo è cambiato. Pregasi prenderne atto". Una voce registrata con questo messaggio dovrebbe accogliere tutti coloro che ancora entrano nelle sedi di un qualunque partito italiano. Partito Democratico compreso. Non si tratta del più rassicurante dei benvenuti, ma è premessa necessaria a ogni questione s'intenda trattare. Soprattutto se si parla di politica economica.
Lo diceva bene nella sua intervista al Corriere Fiorentino di sabato scorso l'assessore Alessandro Petretto, il quale faceva presente che l'attuale livello di gratuità dei servizi non potrà essere garantito in futuro e si dovranno quindi trovare soluzioni per ridefinire i confini e le condizioni dell'offerta di servizi, cercando di salvaguardare l'equità. Prontamente Enrico Rossi, poco dopo aver varato giustappunto aumenti di ticket sanitari, biglietti e abbonamenti ferroviari, ha fatto notare a Petretto di non essere in linea con la posizione ufficiale del Pd. Una posizione che si fatica ad evincere tra il sostegno al governo Monti e alle sue scelte di tasse (tante) e tagli (qualcuno) e non meglio precisati intenti dichiarati di combattere l'evasione per ridurre la pressione fiscale (un refrain talmente vecchio e disatteso che si fatica a capire dove stia il senso di riproporlo ancora).
Al di là delle incongruenze di cui sopra, il punto di fondo è che Petretto sostiene sia necessario rivedere i confini dello Stato in economia, mentre per gli ortodossi del Pd fra tassazione per redditi sopra i 65.000 euro e lotta all'evasione si può serenamente continuare a garantire tutti (a parte una generazione di poveri fessi come me che non avranno la pensione, ma questo sembra non rilevare).
È vero che per lunga parte dello scorso secolo la socialdemocrazia ha rappresentato il compromesso più lungimirante realizzato tra la borghesia capitalista e la classe operaia. Le conquiste di quel periodo hanno significato maggiori tutele, garanzie, diritti per larga parte delle società in cui quel compromesso è stato (più o meno compiutamente) realizzato.
Oggi però quelle società non esistono più. Quanto meno non sono più rappresentabili da quel compromesso e il modello di stato sociale costruito allora non può più resistere di fronte ai suoi costi, alla parzialità delle tutele, così come manca di ricette per affrontare credibilmente le sfide della globalizzazione e dell'immigrazione.
E per favore, non ci si illuda che le risposte stataliste alla crisi abbiano rilanciato le ragioni di un rinnovato «socialismo» de facto. Quello che abbiamo visto all'opera è un atteggiamento prettamente emergenziale, si tratta di uno statalismo di salvataggio, che non ha nulla di programmatico a lunga scadenza, né di ideologico e che non può avere né l'uno, né l'altro.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 15 agosto 2012
politica interna
26 maggio 2011
[dal Corriere Fiorentino] La sinistra nel recinto
La geometria politica che divide da destra a sinistra il campo delle proposte è sempre materia delicata. Spesso può essere utile a semplificare, raramente ad inquadrare correttamente la scena. Ieri il presidente della Regione Enrico Rossi vi ha fatto ricorso per sostenere che “una sinistra all'acqua di rose, di stampo bleariano, non ha futuro e finirà per cedere il passo alla destra. Accade già in Spagna con 5 milioni di disoccupati e il 50% dei giovani senza lavoro, ma accade anche in Germania nonostante la crescita al 5%. Ovunque riesplode la questione sociale: lavoro, democrazia, dignità della persona, diritti sociali. E questo richiede una sinistra non annacquata”.
Tony Blair (non Blear), il leader laburista inglese che ha riportato la sinistra al governo dopo quasi un ventennio di dominio conservatore, diviene così il rappresentante di una sinistra “all'acqua di rose”. Strano destino per uno che ha segnato una svolta decisiva nel sanare la frattura tra sinistra e modernità, dando alla parola riformismo un'accezione nuova e rivoluzionaria per i canoni classici della socialdemocrazia europea. Destino ancor meno comprensibile se si guarda al tema del lavoro. Nel 2007, quando Blair lasciò la guida del suo paese, in Inghilterra il 60% di coloro che perdevano un lavoro poteva contare su forme di ammortizzatori sociali, nell’Italia di Prodi e dell’abolizione dello scalone Maroni erano il 18%.
Il punto della questione non è dunque avere patenti ideali di “sinistrismo”, ma avere progetti di riforma, attuabili, concreti e al passo con una realtà del lavoro che non è più quella su cui si sono misurati il pensiero e la pratica politica del Novecento.
Il paragone tra Blair e Zapatero è ulteriormente fuorviante. Il fallimento di Zapatero è stato proprio nelle mancate riforme necessarie per assecondare la crescita spagnola degli scorsi anni. Sburocratizzazione, riduzione e riassetto della spesa pubblica. Sono mancate proprio politiche liberali.
In Italia, una sinistra che volesse raccogliere la sfida abbandonata delle riforme avrebbe da ripartire non dal definirsi in base alla geometria politica, ma da proposte innovative. Per non fare nomi ci sarebbero quelle che da molto tempo ormai, propone il senatore del Pd Pietro Ichino, uno che per le sue idee è condannato dagli estremisti a vivere sotto scorta e dai suoi colleghi di partito ad abitare il recinto dei grilli parlanti. Un recinto dal quale, decidete voi se da destra o da sinistra, sarebbe bene liberarlo.

dal Corriere Fiorentino (http://corrierefiorentino.corriere.it/) del 24 maggio 2011
politica interna
25 ottobre 2010
[dal Corriere Fiorentino] La partita della svolta

Il dibattito sul futuro della sinistra in Italia ha ormai una lunga storia, fatta di invocazioni a salvifiche unità, annosi confronti sull’identità socialdemocratica fino alle questioni lessicali sul centrosinistra col trattino o meno. Un dibattito senza dubbio formativo sul piano storico-politico, ma che ad oggi non ha sciolto alcuno dei nodi del difficile rapporto tra la sinistra italiana e la modernità. E il centrodestra ringrazia.

S’inserisce in questo quadro il primo congresso di Sinistra, Ecologia e Libertà che si sta tenendo a Firenze. Il carisma e l’appeal mediatico di Nichi Vendola, oltre ai suoi successi elettorali in Puglia, sono il collante di una formazione che non ha rappresentanza parlamentare. Azzeccatissime le sue campagne elettorali per le primarie del centrosinistra pugliese nel 2005 e nel 2010. Brillante la gestione della sua immagine di comunista eretico, cattolico, omosessuale senza complessi. Viene lodata la sua ars oratoria, la capacità di raccontare al paese le sue stesse vicende con la capacità di spiazzare e sedurre. Con un filo di perfidia qualcuno l’ha ribattezzato “il favoliere delle Puglie”. Eppure a lui guardano con interesse tanti che chiedono alla sinistra di avere un’idea di società. La mitica “idea di società”, la pietra filosofale della politica, o meglio forse, del politichese.

Ricordo uno dei primi interventi di Bersani come neosegretario del Partito Democratico, che parlando di riforme sosteneva che prima di avanzare proposte il PD doveva chiarire la propria idea di società. Ebbene, che cosa, se non le proposte che un partito avanza, può dire quale sia la sua “idea di società”? Che cosa, se non gli obiettivi politici che si assegnano al proprio agire raccontano un’idea di società a cui si tende? Ecco, forse per iniziare a sciogliere qualcuno dei nodi della sinistra italiana sarebbe bene iniziare dagli obiettivi, che se ben chiari e definiti sono il migliore degli strumenti narrativi in mano alla politica.

Su questo fronte dovrà essere misurato il valore di ciò che verrà dal Congresso di Sel, per valutare quanto di davvero nuovo e moderno per la sinistra italiana sia possibile ravvisare negli obiettivi, possibilmente realizzabili, che propone al paese. Allo stesso modo, e pare che Renzi l’abbia capito a giudicare da quanto annuncia sul web, anche l’assemblea dei rottamatori che si terrà a novembre dovrà andare oltre il dito puntato contro i ritenuti responsabili di tanti fallimenti. Spostarlo dall’indicare Bersani e Franceschini e puntarlo verso orizzonti più appassionanti. Uscire dal guado è possibile se qualcuno ha la forza d’indicare una strada, convincere e farsi seguire.

dal Corriere Fiorentino di Sabato 23 Ottobre

politica interna
29 ottobre 2009
[La regola di fondo] E' che i democristiani non perdono mai
La regola di fondo è che i democristiani non perdono mai. Quando non vincono pareggiano, specie se i rivali sono comunisti. Rutelli se ne va? Certo, ma infatti Rutelli non è democristiano.
POLITICA
25 luglio 2009
[Labouratorio n.50] Tutti morimmo a stento
A Malta i socialisti vanno alla grande. Alle Europee il Partit Laburista, guidato dal 35enne Josep Muscat, ha preso un bel 54,77%. Festa! Champagne! Ricchi premi e cotillons!
In attesa che da La Valletta parta la riscossa socialista in Europa e in Occidente, a qualcuno vien tuttavia il fondato dubbio che si sia giunti al capolinea. A lanciare nuovamente il sasso nello stagno è stato Bernard-Henri Lévy, che in una recente intervista sul Journal du Dimanche ha serenamente affermato che il partito socialista francese deve scomparire. Stavolta non si tratta di furberie retoriche o di un dibattito strumentale tipo quello a cui abbiamo assistito in Italia ai tempi in cui nasceva il Partito Democratico. Stavolta, pur conoscendo il radicalscicchismo di Bernard-Henri Levy, la provocazione arriva in un momento in cui l’imbarazzato silenzio seguito al disastro delle Europee rischiava di diventare la prova provata che sì, quel capolinea era ormai stato raggiunto. Non solo in Francia, ma, appunto, in tutta Europa.
Un capolinea che sta nelle parole d’ordine dei socialisti d’Europa, prima ancora che nelle urne.

Per lunga parte dello scorso secolo la socialdemocrazia ha rappresentato il compromesso più lungimirante realizzato tra la borghesia capitalista e la classe operaia*. Le conquiste di quel periodo hanno significato maggiori tutele, maggiori garanzie, maggiori diritti per larga parte delle società in cui quel compromesso è stato più o meno compiutamente realizzato.
Oggi però quelle società non esistono più. Quanto meno non sono più rappresentabili da quel compromesso. Non accettare questa evidenza è ciò che sta facendo scomparire i socialisti d’Europa, molto più che le asserzioni di Levy.
Il modello di stato sociale costruito in quegli anni, soprattutto nell’Europa settentrionale, ha garantito crescita e progresso, ma non calza più per una realtà mutata. Insistere nella sua difesa tout-court significa attestarsi, di fatto, sulla linea di conservazione di un’esistente che non può più resistere di fronte ai suoi costi, alla parzialità delle tutele che può garantire, così come manca di ricette per affrontare credibilmente le sfide della globalizzazione, dell’immigrazione e dei suoi effetti.
E per favore, non ci si illuda che le risposte stataliste alla crisi abbiano rilanciato le ragioni di un rinnovato “socialismo” de facto. Quello che abbiamo visto all’opera di recente è un atteggiamento prettamente emergenziale, si tratta di uno statalismo di salvataggio, che non ha nulla di programmatico a lunga scadenza, né di ideologico e che non può avere  né l’uno, né l’altro**.

Se oggi il socialismo ha da essere è bene che sia altro da quello che si nasconde dietro slogan inneggianti al socialismo europeo (quando poi di fatto non esiste, ma esistono piuttosto socialismi europei). Anche perché là dietro sta nascosto niente più che un cadavere.
Ma anche ai cadaveri c’è chi è affezionato e chi ancora s’affeziona, senza che ciò porti grande giovamento né a costoro, né al cadavere. Diverso è invece rimanere affezionati al ricordo di ciò che era prima di quel cadavere. Libertà e uguaglianza, meriti e bisogni, diritti e doveri. Per rinnovare quell’affetto, e se proprio vogliamo credere che esista un socialismo europeo, allora forse varrebbe la pena ripartire di lì e magari recuperando dall’oblio il Libro Bianco per l’occupazione e lo sviluppo proposto da Jacques Delors.
Altrimenti ci si accontenti di continuare a morire a stento. Del resto a noi socialisti d’Italia una simile sorte è stata ormai di fatto consegnata da una storia tanto infame quanto pietosa. Infame per come ha archiviato un assassinio politico e moralista, pietosa nel consentirci oggi, magra consolazione, di morire a stento, ma canticchiando in rima.

Prima che fosse finita/ ricordammo a chi vive ancora/ che il prezzo fu la vita/ per il male fatto in un’ora.
Poi scivolammo nel gelo/ di una morte senza abbandono/ recitando l’antico credo / di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta/ e l’estrema vergogna ed il modo/ soffocato da identica stretta/ impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull’ossa/ e riprese tranquillo il cammino/ giunga anch’egli stravolto alla fossa/ con la nebbia del primo mattino.

* Umberto Ranieri sull’ultimo numero de Le Nuove Ragioni del Socialismo
** Luciano Cafagna sull’ultimo numero de Le Nuove Ragioni del Socialismo

_ Tommaso Ciuffoletti – 29 anni – Socialista liberale fiorentino. Che vi piaccia o no

LABOURATORIO n. 50 – SOMMARIO

politica interna
2 aprile 2009
[Anticipazioni] Ritratti: Massimo D'Alema (e Walter Veltroni)
Ancora non è definitivo, ma dovrei collaborare nei prossimi mesi con una rivista online. Compito assegnatomi: scrivere brevi ritratti di politici italiani, con l'idea di compilarli poi in un volumetto da mettere in stampa.
Quella che anticipo qua è la bozza del primo ritratto. Un ritratto che non poteva che aver due soggetti, visto che stiamo parlando di Massimo (il timido protagonista) e Walter (il vuoto sabotatore) ...


RITRATTI - Massimo D'Alema (e Walter Veltroni)



La migliore battuta sul Partito Democratico non poteva che essere sua. Interrogato da un vecchio compagno sulla data del prossimo congresso del PD, Massimo D'Alema ebbe a rispondere “Un congresso si fa quando ci sono due linee politiche ... noi al momento non ne abbiamo nemmeno una”.
Eppure, al tempo di questa battuta, segretario del partito nuovo era il vecchio compagno Walter Veltroni e da che esistono i post-comunisti in Italia anche i bambini, che finalmente possono dormire sonni tranquilli, sanno che Veltroni e D'Alema sono divisi sulla direzione politica da far prendere alla migrazione del proprio popolo dopo il tramonto del sol dell'avvenire.
Ma la battuta dello sprezzante baffetto verso la nullità politica espressa dal Veltroni segretario democrat ha un fondamento di verità che ribalta la narrazione classica delle recenti vicende del PD. Secondo tale narrazione Massimo D'Alema è stato l'indefesso cospiratore, il guastatore interno dedito al sabotaggio della linea del leader scelto dalle primarie. Ma mentre tutti i commentatori si sforzavano a tinteggiar di fosco il suo profilo, nessuno si prendeva la briga d'interrogarsi su quale fosse la linea politica che lui, almeno a stare ai loro racconti, avrebbe sabotato.
Se qualcuno si fosse dedicato a tale indagine anche solo per un attimo avrebbe forse colto il paradosso per cui non è D'Alema ad aver sabotato Veltroni, ma è Veltroni che da anni sabota D'Alema. La ragione è semplice e semplicemente politica. D'Alema ha una linea politica, Veltroni no; e questo vale al di là della bontà o meno di quella linea. Anzi, Veltroni esprime la sua linea politica in mera contrapposizione a quella dalemiana ed è quindi, di fatto, un sabotatore/parassita ... politicamente s'intende!

Quella di Veltroni è un'idea di politica profondamente vacua, ben descritta dalle parole dell'Andrea Romano di “Compagni di Scuola”:
«“La mia idea di politica – dice Veltroni – e persino i riferimenti storici per me più importanti comportano il dovere, talvolta aspro, della chiarezza”, in quanto “sicuramente sono uno che rischia in politica, perché ho sempre detto delle cose eterodosse rispetto al mio tempo”. In mancanza di indizi più precisi sulla sua “aspra eterodossia” - di cui si ignora l'esatta conformazione, avendo Veltroni fatto la serena carriera di un berlingueriano eminente, che certo non frequentava le sezioni del Pci per diffondervi i germi dell'eresia – viene da pensare che l'unico rischio dell'operazione consista nell'appropriarsi di quel mito (berlinguerian-kennediano ndr)senza farsi frenare da eccessivi pudori».
Quella di D'Alema è invece un'idea politica semplice, quasi ovvia ... tanto che fino ad oggi, non è mai riuscito a realizzarla! La si ritrova espressa con chiarezza in un'intervista rilasciata a Bruno Vespa nel 1996.
«Tu non hai mai pensato a un partito dell'Ulivo? “No. [...] Se hai voglia di andarti a rileggere il discorso del giugno '94, quando chiesi la fiducia per diventare segretario del Pds, c'è scritto che non volevo il partito dell'Ulivo”.
Già pensavi al partito socialdemocratico? “Sì, è scritto lì. E' scritto che dobbiamo completare la svolta creando un partito saldamente impiantato nella tradizione del socialismo europeo”
E i rapporti con i Popolari, in prospettiva, quali saranno? “La mia bussola è l'Europa. I Popolari sono una delle grandi correnti politiche dell'Europa democratica. In Europa c'è una Destra molto conservatrice che non ha un grande peso. Poi c'è una Destra liberalconservatrice. E poi ci sono i Popolari. In alcuni paesi europei sono antagonisti dei socialisti. In altri (Olanda, Belgio, Austria) collaborano al governo coi socialisti. I Popolari non collaborano mai con la Destra. Dove c'è una Destra forte collaborano con la Sinistra. Dove non c'è sono alternativi alla Sinistra. In ogni caso, nessuno immagina che possano confluire nel nostro nuovo partito».

Esprimendo Veltroni un vuoto politico riempito solo dalla costruzione della propria immagine, ed avanzando invece D'Alema una direzione politica, per quanto timida, appare evidente che quello ad esprimersi politicamente per contrapposizione sia sempre stato Walter.
Ad oggi il suo sabotaggio può dirsi riuscito, perché, per eccesso di ritardo, la linea Dalemiana non ha più la ragion d'essere espressa oltre 10 anni fa. Il perché sta scritto nella mossa decisiva del più geniale politico italiano degli ultimi lustri, quel Silvio Berlusconi che dal predellino di un auto non solo ha lanciato un partito, ma lo ha saldamente impiantato nella tradizione del popolarismo europeo, facendo saltare le fila del ragionamento del povero Massimo.
Il sabotaggio veltroniano ha dunque contribuito al tracollo dell'unica prospettiva politica made in post-Pci. Rimane una sola consolazione al compagno Massimo ed è quella con cui chiudiamo questo requiem.
Festa nazionale del Partito Democratico a Firenze, la scorsa estate. Un giovane fan di D'Alema va incontro al suo idolo al grido di “Presidente! Sappia che io son sempre stato d'accordo con Lei!”. Il baffo s'increspa nel ben noto sorriso sarcastico, quasi ad anticipare il tono della risposta: “Allora sappi che hai sbagliato molto ... ma molto meno di altri”.
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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