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10 ottobre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Un marziano alle primarie

Siete il celebre marziano di Flaiano. Sbarcate in Italia, sentite un comizio di Vendola, leggete un’agenzia di Fassina e subito v’immaginate di essere in una terra malata di un morbo chiamato liberismo. Se per curiosità andate a leggervi cosa sia questo liberismo potreste farvi l’idea che l’Italia sia una terra dove il mercato regna sovrano, anzi tiranneggia, su ogni altra istituzione, la competizione è sfrenata in ogni ambito produttivo e lo Stato è ridotto ad uno snello controllore di pochissime regole.

Bisognerebbe che qualcuno, prendendovi amorevolmente sottobraccio, vi spiegasse che non è esattamente così e dei tanti problemi che affliggono questo paese - dall’evasione fiscale al familismo amorale, dal clientelismo alle degenerazioni del capitalismo di relazione, dall’inefficienza della pubblica amministrazione alle arretratezze culturali dei sindacati – il liberismo non è certo il più pressante. Con buona pace dei capi di quella che in questo paese chiamiamo sinistra.

Fuor di battuta, Vendola ha fatto la sua “discesa in campo” nel modo più ovvio: “Renzi sta a destra, Bersani al centro, io mi metto a sinistra”. E per ribadirlo ha attaccato il sindaco di Firenze dandogli del destro e quindi del “liberista”. Se esiste un modo vecchio di concepire la politica è esattamente questo.

Il dirigente del Pd, Stefano Fassina invece, ha compiuto un testacoda avvincente, dato che fino a ieri ha dato anch’egli del liberista a Renzi, salvo poi denunciare ieri che lo stesso Renzi copia il programma del Pd. E allora delle due l’una: o il programma del Pd l’ha scritto un liberista e quindi quel liberista di Renzi lo copia, oppure Renzi non è quello scellerato fanatico del mercato che egli ha dipinto fino all’altro ieri. Tertium non datur dicevano i latini.

Ma a Renzi, oggi, non in nome del liberismo, ma della credibilità come leader, spetterebbe dire una parola sulla questione del Ddl Damiano (Cesare, lo stesso dell’abolizione dello scalone Maroni) sugli esodati. Perché si tratta di un provvedimento proposto in clima da campagna elettorale (e non è un caso che in Commissione Lavoro l’abbiano votato all’unanimità), che manca in modo eclatante di una credibile copertura finanziaria a fronte di un onere che rischia di superare i 30 miliardi di euro e se è vero che il governo ha commesso degli errori, anche gravi, ai tempi della riforma Fornero (votata peraltro dagli stessi che hanno votato il ddl Damiano) non è con provvedimenti senza copertura che questi verranno risolti. Da rottamare non è il presunto liberismo di Renzi, ma l’irresponsabilità di una classe politica che come da tradizione non è mai tanto compatta come quando si tratta di spendere e promettere sotto campagna elettorale.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 10 ottobre

politica interna
26 maggio 2011
[dal Corriere Fiorentino] La sinistra nel recinto
La geometria politica che divide da destra a sinistra il campo delle proposte è sempre materia delicata. Spesso può essere utile a semplificare, raramente ad inquadrare correttamente la scena. Ieri il presidente della Regione Enrico Rossi vi ha fatto ricorso per sostenere che “una sinistra all'acqua di rose, di stampo bleariano, non ha futuro e finirà per cedere il passo alla destra. Accade già in Spagna con 5 milioni di disoccupati e il 50% dei giovani senza lavoro, ma accade anche in Germania nonostante la crescita al 5%. Ovunque riesplode la questione sociale: lavoro, democrazia, dignità della persona, diritti sociali. E questo richiede una sinistra non annacquata”.
Tony Blair (non Blear), il leader laburista inglese che ha riportato la sinistra al governo dopo quasi un ventennio di dominio conservatore, diviene così il rappresentante di una sinistra “all'acqua di rose”. Strano destino per uno che ha segnato una svolta decisiva nel sanare la frattura tra sinistra e modernità, dando alla parola riformismo un'accezione nuova e rivoluzionaria per i canoni classici della socialdemocrazia europea. Destino ancor meno comprensibile se si guarda al tema del lavoro. Nel 2007, quando Blair lasciò la guida del suo paese, in Inghilterra il 60% di coloro che perdevano un lavoro poteva contare su forme di ammortizzatori sociali, nell’Italia di Prodi e dell’abolizione dello scalone Maroni erano il 18%.
Il punto della questione non è dunque avere patenti ideali di “sinistrismo”, ma avere progetti di riforma, attuabili, concreti e al passo con una realtà del lavoro che non è più quella su cui si sono misurati il pensiero e la pratica politica del Novecento.
Il paragone tra Blair e Zapatero è ulteriormente fuorviante. Il fallimento di Zapatero è stato proprio nelle mancate riforme necessarie per assecondare la crescita spagnola degli scorsi anni. Sburocratizzazione, riduzione e riassetto della spesa pubblica. Sono mancate proprio politiche liberali.
In Italia, una sinistra che volesse raccogliere la sfida abbandonata delle riforme avrebbe da ripartire non dal definirsi in base alla geometria politica, ma da proposte innovative. Per non fare nomi ci sarebbero quelle che da molto tempo ormai, propone il senatore del Pd Pietro Ichino, uno che per le sue idee è condannato dagli estremisti a vivere sotto scorta e dai suoi colleghi di partito ad abitare il recinto dei grilli parlanti. Un recinto dal quale, decidete voi se da destra o da sinistra, sarebbe bene liberarlo.

dal Corriere Fiorentino (http://corrierefiorentino.corriere.it/) del 24 maggio 2011
politica interna
22 novembre 2010
[dal Corriere Fiorentino] UNA SFIDA ALL'INGLESE - Chiamparino, Renzi e Tony Blair
Nella recente autobiografia di Tony Blair sono presenti alcune foto dell’ex primo ministro e leader laburista britannico. La più significativa è quella che, alla vigilia delle elezioni vincenti del 1997, lo ritrae insieme ai più importanti esponenti del Labour Party di allora, da Jack Straw a Robin Cook. Tutti tengono in mano il manifesto del partito, che in copertina ritrae proprio il volto di Blair. Provate ad immaginare, alla vigilia delle prossime elezioni, i maggiorenti del Partito Democratico, da D’Alema a Veltroni, che tengono in mano un bel primo piano sorridente di Matteo Renzi.

Basta questa immagine per capire la distanza che passa non solo fra Renzi e Blair, ma fra il Pd e il Labour, fra l’Italia e l’Inghilterra. Bisogna dunque tenere presenti i differenti contesti per dare un senso alla battuta di Sergio Chiamparino, che ieri ha proposto proprio Renzi come leader di un Pd che guarda all’esperienza blairiana per rinnovarsi.

Tony Blair è infatti diventato leader, si direbbe, per cooptazione, ma è diventato leader di un partito. Non ha mai dovuto mettere in campo iniziative come quella dei rottamatori, per la semplice ragione che in Inghilterra le regole di vita dei partiti favoriscono automaticamente il necessario ricambio. Renzi si muove dunque in un contesto diverso, pur perseguendo un obiettivo, almeno negli intenti, simile a quello messo in atto da Blair e compagni. Perché non si dimentichi che intorno a Blair c’era una squadra di politici e intellettuali di spessore.

Tuttavia la provocazione di Chiamparino è interessante ed è al tempo stesso un invito e una sfida per Matteo Renzi. Perché oltre all’obiettivo di conquista della leadership c’è anche quello, assai più decisivo, di dare un nuovo carattere ed un chiaro programma di riforma ad un partito, il Pd, che non ce l’ha. Blair è stato un leader liberale di sinistra, per dirla in estrema sintesi. Qua da noi l’hanno dipinto talvolta come un liberista selvaggio, ma nel 2007, quando lasciò la guida del paese, in Inghilterra il 60% di coloro che perdevano un lavoro poteva contare su forme di ammortizzatori sociali, nell’Italia di Prodi e dell’abolizione dello scalone Maroni erano il 18%. Ma Blair è stato anche il leader del Labour che ha raccolto la sfida del mercato e delle liberalizzazioni. Chiamparino, indicandolo come riferimento, definisce un quadro d’azione ben preciso per il futuro che immagina. E non è un futuro, per dirla spiccia, dipietresco o vendoliano. Renzi, vadano come vadano le vicende del governo, dovrà chiarire presto o tardi se quello indicato da Chiamparino è anche il suo orizzonte.

dal Corriere Fiorentino - http://corrierefiorentino.corriere.it - di Sabato 20 novembre


politica interna
3 giugno 2010
[dal Corriere Fiorentino] I giovani e il conto di un futuro già speso (da altri)
Disoccupati e bamboccioni, umiliati e offesi, cornuti e mazziati. Trovate il binomio che più vi piace, ma per i giovani italiani non c'è molto da ridere. Il rapporto Istat pubblicato la settimana scorsa parlava chiaro e il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo ha ribadito in modo perfetto nella sua relazione di martedì: se c'è una categoria che più di altre il nostro paese ha scelto di penalizzare in maniera drammatica è proprio quella dei cosiddetti giovani. Categoria transitoria, certo, ma che ormai raccoglie sotto il suo disgraziato ombrello anche uomini e donne che hanno più di trent'anni.

Ma il punto che i dati forse non colgono è che la sconfitta dei giovani italiani sta nel non avere nemmeno catene da perdere. Sta nel non avere coscienza del portare appeso al collo il giogo di un'esclusione ingiusta e truffaldina. Qualcuno direbbe che non abbiamo “coscienza di classe”. E se questa sembra retorica valgano gli esempi. Uno su tutti. C'è stata forse qualche sommossa di piazza allorché il governo Prodi decise di abolire il famigerato scalone Maroni? Tutt'altro, a sinistra lo si celebrò addirittura come una conquista. Una conquista che ha interessato direttamente poco più di 100mila lavoratori, che ha permesso loro, nel migliore dei casi, di andare in pensione un anno prima, ma che è costata alle casse dello Stato 10 miliardi di euro in 10 anni. Tutto questo in un paese in cui il 60% della spesa sociale è impiegata per le pensioni. Il silenzio di una generazione di fronte a quel furto è stata la prova provata che essa manca di voce e di coscienza. Ed è un deficit grave in un paese dove la logica di casta viene fatta valere anche dai più piccoli gruppi di privilegiati, in un paese dove i privilegi degli insiders sono uno schiaffo in faccia alla deprivazione degli outsiders.

La mancanza di “rappresentanza di classe” dei giovani, la loro esclusione, è inoltre un costo anche per il paese. Perché manca la voce di chi è legittimo portatore d’interessi del futuro. Di chi avrebbe da alzarsi, ogni tanto, e dire che non si può continuare a finanziare a debito un benessere mal distribuito. Non si può continuare a ipotecare il futuro di tutti, o almeno di tutti coloro destinati o condannati ad averlo un futuro, per garantire solo il presente di alcuni. Ed è con questo sguardo cinico, incattivito se si vuole, che può capitare di guardare alla crisi attuale ed ai suoi effetti.

Ed è con cinismo che può venir da sorridere di fronte alle proteste dei 117 dirigenti (ripeto: 117) della Regione che rischiano di vedere i propri stipendi, da oltre 90mila euro annui, leggermente ridotti. Perché è vero che tagli lineari alla spesa pubblica tendono inevitabilmente ad essere iniqui, ma intanto arrivano in un sistema dove l’iniquità è norma di Stato e poi perché fatico a ricordare grandi sostenitori della meritocrazia nel pubblico impiego quando pure c’era l’occasione per esserlo utilmente. Durante la scorsa legislatura ho avuto la sorte, e l’onore, di lavorare per il deputato che presentò la proposta Ichino per un’authority sul pubblico impiego. Un deputato di sinistra, che presentava ad un governo di sinistra il progetto elaborato da un ex-dirigente della Cgil. Ci dissero che non si poteva fare. E non ricordo grandi prese di posizione da parte di dirigenti pubblici a difesa di quel progetto. O meglio le ricordo, perchè furono molto poche.

Diceva Sciascia che “i nodi vengono al pettine, quando c’è il pettine”. Ebbene la crisi è il pettine; ed è un pettine spietato. Eppure mostra quanto l’egualitarismo di casta sia ingiusto due volte, perché esclude chi è fuori e privilegia senza distinzione chi è dentro per il solo fatto di essere dentro. Se poi a qualche dirigente proprio non sta bene l’alleggerimento in busta paga, potrebbe fare a cambio con la mia o cederla a qualche qualificato trentenne disoccupato.

Lo so è sgarbato dire così, ma mi si passi la battuta, per quanto scortese; non foss’altro perché quando a noi sarà consegnato il conto di un futuro già speso da altri, probabilmente, avremo molta meno voglia di scherzare.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 2 giugno
politica interna
15 luglio 2009
[Labouratorio n.49] Ci fate cacare

Lab.49Perché il come lo si dice è importante quasi quanto ciò che si dice. E siccome noi ve l’abbiamo detto in tanti modi, ma senza mai dare la giusta sostanza verbale alle nostre ragioni, adesso ve lo diciamo nel modo più diretto che ci viene in mente.
Sia detto in amicizia ovviamente. E’ semplicemente il tentativo di farvi arrivare con poche parole il messaggio che con troppi sforzi di retorica abbiamo tentato di consegnarvi.

Quando vi dicevamo che il PD sarebbe stato un abbozzo informe di moderne illusioni e vecchi limiti culturali; e quando vi imploravamo di non buttare via la Rosa nel Pugno.
Quando vi ammonivamo che seguire Di Pietro sulla giustizia era fare il gioco di Berlusconi; e quando vi chiedevamo di ascoltare Ichino sulla riforma della Pubblica Amministrazione.
Quando (seppur in pochi) vi suggerivamo di lasciar perdere lo scalone Maroni; e quando vi facevamo notare che serviva un po’ più welfare e un po’ meno pensioni.
Quando vi chiedevamo di non “combattere” i precari, ma di renderli più garantiti.
Quando valeva la pena essere in disaccordo col sindacato.
Quando vi siete inventati lo sbarramento alle Europee di concerto con il centrodestra; e quando avete detto di votare il referendum Guzzetta.
Quando avete invocato il voto utile; e quando poi c’avete chiesto quello disperato.
Quando, da altre parti, avete pensato che bastasse mettersi alla sinistra del PD; e quando non avete considerato che agli elettori del Kamasutra della politica non frega granchè.
Quando vi siete incagliati a parlare di socialismo europeo, ma senza rendervi conto di cosa succedeva in Italia.
Quando continuate a dire scuola pubblica, scuola pubblica, scuola pubblica; e quando non dite scuola pubblica efficiente e di qualità, scuola pubblica efficiente e di qualità, scuola pubblica efficiente e di qualità.
Quando vi abbiamo chiesto di dare un segnale nella vicenda Englaro; e quando vi abbiamo visto balbettare.
Quando abbiamo visto il governo di centrodestra promuovere una legge illiberale sul fine vita; e quando non vi abbiamo più visto.

E in tutti quei momenti, in ciascuno di quei momenti è stata colpa nostra. Colpa di non avervi detto quello che avremmo dovuto dire. Forse non sarebbe cambiato granché. Ma almeno noi ci saremmo sentiti un po’ più leggeri. E voi un po’ meglio informati.
Poco male. Rimediamo adesso. E così, a tutti voi dirigenti del centrosinistra italiano, presunti riformisti, sedicenti riformatori, progressisti, laici, socialisti, socialdemocratici, oltristi, antani, bestie di Satana o cos’altro. Insomma, a tutti voi, ci siamo intesi. A voi mandiamo una bella cartolina estiva con su scritto quello che avremmo dovuto dirvi chiaramente molto tempo fa: CI FATE CACARE.

LABOURATORIO n.49 – SOMMARIO

politica interna
3 aprile 2009
[Terrorismi] De Giovanni lo teme oggi, Labouratorio chiedeva la verità più di un anno fa
Ieri sul Riformista e oggi su il Giornale, Biagio De Giovanni racconta e spiega i suoi timori per un riaccendersi del terrorismo in Italia. Il sottoscritto, su Labouratorio, aveva parlato di tale rischio, evidenziando ragioni simili, ma con largo anticipo sui tempi, rispetto a quelle proposte da De Giovanni.
Non ci credete?
Leggere per credere.

[n.12] Labouratorio … non si fida

di Tommaso Ciuffoletti - lunedì 3 marzo 2008 - 391 views

Labouratorio non si fida. Non si fida molto nemmeno di ciò che sta per scrivere, né dell’immagine scelta per aprire questo numero. Eppure deve farlo.
Deve fare ciò che Veltrusconi non fa: raccontare la verità.

Questo paese sta per andare incontro ad una brutta crisi. Qualsivoglia governo non potrà fare molto per evitarlo … di certo non potrà farlo se chi si candida oggi non pone come primo punto del proprio programma la verità.

La prima verità è che l’andamento dell’economia di un paese che fa parte del sistema economico e finanziario globale dipende solo in parte dalle scelte di un governo nazionale.

Labouratorio non si fida di chi fa finta di niente, perché prezzi delle materie prime continuano a salire: dal petrolio al grano. Salgono perché ci sono paesi, come la Cina, che non solo consumano di più rispetto al passato, ma perché (sembrerà banale, ma nessuno lo dice) possono permettersi di continuare ad acquistare anche se i prezzi salgono oltre soglie ritenute un tempo impensabili. Il petrolio sfonda il tetto dei 100 dollari a barile? Non importa, la Cina continua a comprare … e intanto si aggiungono anche le speculazioni.

Gli Stati Uniti, intanto, continuano a tagliare i tassi d’interesse e chissà che non si debba arrivare alla versione a stelle e strisce del modello nipponico dei tassi zero. Si continuerà a drogare un sistema che rimanda la crisi d’astinenza e intanto si brucerà ricchezza per centinaia (forse migliaia) di miliardi di dollari. Se qualcuno crede che l’Italia sia al riparo da questo fuoco grazie al rigido tetto Europeo forse vuol dire che si droga anche lui …

Labouratorio non si fida di chi fa finta di niente, perché l’Italia sta già male senza bisogno d’aiuti esterni. Debito pubblico superiore al 100% del PIL e che ogni anno fa spendere il 4,5% delle entrate solo per rimborsare gli interessi. Nel 2007 l’economia è cresciuta meno delle attese e la pressione fiscale ha toccato il livello record del 43,3%. In cambio riceviamo servizi pubblici inefficienti ed un welfare inadeguato ed ingiusto.
Oggi in Italia solo il 18% di chi perde un lavoro può contare su delle forme di ammortizzatori sociali. In Inghilterra invece il 60% e la media europea è del 56%.

Se avete meno di 30 anni abbiate inoltre la cortesia di non rompere i coglioni. Pagate la pensioni dei vostri padri e dei vostri nonni , ma non sperate di riceverne voi. Senza dimenticare che l’abolizione dello scalone Maroni è avvenuta senza che nessun giovine abbia avuto da ridire.
Zitti stiamo. Scendiamo in piazza solo per le manifestazioni indette da qualche partito. Gli stessi partiti che poi mandiamo affanculo, ma che non siamo in grado di cambiare.

Labouratorio si fida della relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia, ma a questo punto che fiducia può ancora avere?
Che fiducia può avere nell’Mtv Democratic Party o nel Gregge delle Libertà?

Se almeno qualcuno spiegasse la verità oggi, forse sarebbe più facile dargli fiducia ed essere persuasi domani che sparare non serve a niente.
Perché Labouratorio non si fida dei violenti, ma non è detto che altri saranno disposti a fare altrettanto tra qualche tempo.


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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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