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12 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Beppe Grillo comico scienziato

Umberto Veronesi, oncologo. E' anche grazie alla sua opera di medico, ma anche divulgatore e protagonista del dibattito pubblico che la lotta al cancro in Italia ha fatto importanti passi avanti. In un paese che pure sconta un deficit di cultura scientifica di base gravissimo; in cui ci si deve districare tra i complottisti delle scie chimiche, programmi televisivi a base di templari alieni che vivono in cimiteri indiani facendo cerchi nel grano, onorevoli convinti dell'esistenza delle sirene, scienziati improvvisati sulla base di letture che in confronto Wikipedia è roba da professionisti.

Per combattere i tumori esistono due strategie principali: prevenirne la comparsa, adottando uno stile di vita sano (dall'alimentazione, all'evitare il fumo), oppure diagnosticare la malattia il più precocemente possibile, prima che si manifesti a livello clinico. Di qui una serie di scelte per cui in Toscana, regione in questo campo all'avanguardia in Italia, dal 1° gennaio 2000 per le donne dai 50 ai 69 anni la mammografia è divenuta gratuita e successivamente la fascia d'età è stata estesa tra i 45 e i 75 anni.
Certo si può fare di meglio. Ma si può anche fare di peggio.

Beppe Grillo, comico, politico, scienziato. Qualche giorno fa se n'è uscito con una invettiva proprio contro Umberto Veronesi. “Veronesi - ha detto Grillo - va sempre in tv a pubblicizzare la necessità per le donne di fare le mammografie. E dice di farle  ogni due anni ma la differenza percentuale di malattia fra chi le fa ogni due anni e chi le fa meno spesso è solo del due per mille. Ma lui magari prende le sovvenzioni per il suo istituto da chi vende le macchine per le mammografie”. Poteva mancare lo schizzo di fango sull'attività professionale di Veronesi e sulla sua buona fede quando rammenta l'importanza della prevenzione? Ovviamente no. E poteva forse mancare lo zelante grillino, in questo caso tale Roberto Fico (eletto presidente della commissione di vigilanza Rai ai tempi del governo Letta) a rilanciare fango su fango? No, non poteva mancare. Ed ecco quindi anche una dichiarazione secondo cui Veronesi è finanziato da multinazionali che producono inceneritori, per cui dovrebbe tacere quando si parla di tumori. Roberto Fico, laureato in Scienze della Comunicazione.

Ricordo con affetto gli show di Beppe Grillo di qualche anno fa. Quelli in cui ci spiegava come il mondo stesse annegando nell'ignoranza imposta dai soliti burattinai del complotto giudoplutocattomassonico e chi più ne ha, più ne metta. Tra le tante cose che la cupola del potere ci teneva nascoste c'era l'incredibile forza pulente di un prodotto distribuito da una società svizzera. Tale prodotto registrò un'impennata di vendite a seguito degli show di Grillo che ne reclamizzava le virtù. Una palla di plastica contenente sfere di ceramica che, secondo un processo chimico-fisico che non è mai stato chiarito, dovrebbe pulire il bucato in lavatrice.

Beppe Grillo, comico, politico, scienziato. E poi ancora comico.

dal Corriere Fiorentino di martedì 12 maggio

sentimenti
31 marzo 2015
[Il sindaco di Pisa] Protesta per il logo
Il sindaco di Pisa, Filippeschi, dice la sua sul logo della Toscana ad Expo 2015.
Per dire cosa? Che il logo fa cahà? Che è ridicolo? Che era meglio un pene?
No.
Interviene per dire che non è giusto che in quel logo ci sia il cupolone di Brunelleschi e non la torre di Pisa e che in questo modo non si dà degna rappresentazione di tutta la Toscana.
E non è che scherza. E' serio!
Caro sindaco di Pisa. Lei ha ragione. Il logo della Toscana ad Expo 2015, così com'è, non rappresenta tutta la Toscana.
Per rappresentare tutta la Toscana bastava un logo molto semplice. Con una scritta di due sole immortali parole.
Pisa merda.

SCIENZA
27 marzo 2015
[Expo] A ciascuno il proprio logo
Il logo della Toscana ad Expo 2015.
Non è uno scherzo.

3 dicembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] Cina-Prato L'ultima patria della schiavitù

La Cina è vicina, la Cina impero, la Cina nuova frontiera, la Cina potenza economica, commerciale, politica e militare. E la Cina dei calzini e delle magliette di cotone, delle cinture finto Gucci. Quella che abbiamo in casa: Brozzi, Prato, Campi Bisenzio, Macrolotto e capannoni dove si vive, lavora, mangia, dorme ed urina tutto insieme, tutti insieme. Piccole e grandi colonie di schiavi installate su territori che Cina non sarebbero, ma che invece lo sono. Perché “Cina è una civiltà che finge di essere una nazione”, per citare un grande sinologo, e da millenni considera sé il centro dell’esistente e sua periferia tutto ciò che la circonda. E questo sta alla base del modo tutto cinese di essere immigrati. Cinesi in tutto tranne che nella momentanea dislocazione geografica.

E la Cina di oggi ci racconta, esasperato, un paradosso vecchio come la parola progresso. Quello per cui, dagli antichi egizi alle rivoluzioni industriali, tanto di quel che chiamiamo civiltà è stato costruito sulla possibilità di disporre di esseri umani come mera risorsa d'energia meccanica raziocinante. Un paradosso di cui l’Occidente s’era forse illuso di potersi liberare grazie allo sviluppo tecnologico, ma che la Cina di nuove ambizioni imperiali ci viene non solo a riproporre come modello in senso ideale, ma a replicarne concretamente l’applicazione “in casa nostra”.

La vicenda drammatica dei sette morti a Prato nel rogo di domenica racconta questa storia, che è più grande delle rivendicazioni politiche di parte o di varia territorialità, e più grande anche della retorica profusa in queste ore. Perché la Cina non sarà quel centro del mondo che per millenni è stata convinta di essere, ma certo è ormai un attore di fronte al quale pare difficile trattare come città di Prato, Regione Toscana o anche Repubblica Italiana. Ed è certamente comprensibile che l’urgenza di amministratori locali (siano assessori o ministri) è quella di fare rispettare una legalità impossibile. Ma anche operando con vigore e abnegazione, se si accetta di guardare alla realtà con un po’ di disincanto, si converrà che si tratta di ambizione non sorretta da mezzi. Anche se questi venissero decuplicati. La sfida è un’altra e di lungo periodo.

Nel 1863 il presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, colui che abolì la schiavitù in America, si vide recapitare una missiva dell’imperatore cinese con la quale questi intendeva rassicurarlo sul fatto che “avendo ricevuto  l’incarico dal Cielo di governare l’universo (nientemeno), noi consideriamo sia l’Impero Centrale sia i paesi esterni come una sola famiglia, senza distinzioni". Si consideri che quando quella lettera fu spedita, la Cina aveva già perso due guerre con le potenze occidentali impegnate a ritagliarsi sfere d'interesse sul suo territorio. L'imperatore tuttavia sembrava considerare quei rovesci come tante altre invasioni barbariche subite dalla Cina nel corso della propria storia: tutte superate, sconfitte, assimilate grazie alla ritenuta superiorità della civiltà cinese.

Oggi secondo qualcuno i ruoli si sono invertiti. Con l’Occidente in decadenza e la Cina che silenziosamente invade. Ma forse allora la sfida, sta proprio nel convincere i cinesi che la loro civiltà, se vuole continuare ad essere tale, deve liberarsi di ciò su cui ha costruito il suo progresso di oggi. Per essere ancora una civiltà. E non solo una multinazionale del progresso. E della schiavitù.

dal Corriere Fiorentino di martedì 3 dicembre

politica interna
10 giugno 2013
[dal Corriere Fiorentino] Padroni e politica
«Le parole sono importanti» urlava Nanni Moretti dando in escandescenze in una celebre scena di Palombella rossa. Non molto più tranquillo era l'Enrico Rossi che mercoledì, al culmine di un'assemblea con i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica tessile ex Mabro di Grosseto, di parole ne ha ripetuta, urlando, una in particolare: «Padroni». Intendendo riferirsi a quelli che, in altri contesti, lui stesso è solito chiamare imprenditori.

La scelta di questa parola ad un'assemblea di lavoratori che non hanno più uno stipendio è stato una sorta di rifugio nella vecchia, rassicurante retorica del conflitto di classe. Ma non solo, perché Rossi ha voluto calcare la mano nell'accusare chi non ha saputo dare copertura alle promesse, per quanto caute, che lui stesso aveva fatto a quei lavoratori sulle prospettive di salvataggio dell'azienda. Di fronte a quei lavoratori che si sono sentiti traditi in primis proprio da Rossi, il governatore ha risposto ponendo una domanda non banale: è forse compito del Presidente «trovà padroni»?.

Il compito della politica può anche essere quello di provare a dare una mano per aiutare a risolvere crisi. Ma è un compito eccezionale e delicato. Dove fare promesse diventa impegnativo anche usando cautele. Mentre il compito quotidiano della politica sarebbe quello di costruire un ambiente favorevole all'impresa e al lavoro, perché le due cose non sono in conflitto. Altro che retorica del conflitto di classe. Meno tasse sul lavoro così come sulle imprese (e Rossi dovrebbe sapere che l'Irap che pagano i padroni copre il 40% della spesa sanitaria nazionale), meno burocrazia, meno incertezze legate all'amministrazione della giustizia.

In questo senso si può anche prendere per buona la critica che Rossi ha aggiunto, a seguito della sua sfuriata, sull'eccesso di rendita che c'è in Toscana. La scelta della rendita è in parte sicuramente dovuta a certe disfunzioni del capitalismo di relazione all'italiana, in cui però la politica ha avuto ed ha un ruolo centrale (basti pensare alle privatizzazioni degli anni Novanta, per non andare troppo indietro). Per altra parte è dovuta invece proprio alle difficoltà eccessive che si trova davanti chi vuole fare impresa in questo Paese.

Se il governatore vuole salvare posti di lavoro e combattere la rendita aiuti l'impresa. E, perché no?, anche nella scelta delle parole. Che sono importanti.

dal Corriere Fiorentino di sabato 8 giugno
politica interna
6 maggio 2013
[dal Corriere Fiorentino] In attesa della legge elettorale

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta, durante il discorso con cui ha chiesto la fiducia alla Camera, si è assunto l’impegno di dire ai deputati, e indirettamente ai cittadini, che “quella di febbraio è stata l’ultima tornata elettorale affrontata con il Porcellum”.

Parole simili le aveva pronunciate relativamente alla legge elettorale toscana il Presidente della Regione Enrico Rossi che tre anni fa, fresco di elezione, dal suo profilo Facebook tuonò perentorio: “la legge elettorale toscana non ha funzionato e va cambiata: è giusto rimettere la preferenza o il collegio uninominale”. Ad oggi siamo ad un nulla di fatto ed il rischio è che ancora una volta ci si riduca alle ultime settimane di vita della legislatura regionale per cambiare quella che invece è una legge decisiva per definire le regole del gioco democratico. Tanto che la cosiddetta Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa stilò a suo tempo “un codice di buona condotta in materia elettorale” nel quale si faceva presente che «gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione». Questo per evitare ogni sospetto che le modifiche possano essere figlie di interessi partitici e anche per garantire la piena conoscibilità del sistema elettorale da parte degli elettori.

Se si prende per buono quanto rammentato da questo documento si capirà bene che si è perso fin troppo tempo, dato che il Consiglio Regionale si è insediato nel 2010 e che torneremo a votare fra due anni esatti.

Da un lato c’è la totale mancanza di chiarezza dei partiti maggiori sul tema della riforma della legge elettorale. Né il Partito Democratico, né il Popolo della Libertà, ad oggi, hanno chiarito apertamente quali siano le loro preferenze in materia. Un modo questo per evitare di allargare i confini del dibattito oltre le stanze di Palazzo Panciatichi. Dall’altro a inizio legislatura non è stata istituita alcuna commissione apposita (e tuttora non ve n’è una), ma in pieno stile da vecchia politica sono stati messi in campo solo “gruppi di lavoro informali”. Tanto informali, quanto inconcludenti verrebbe da dire.
E, ad oggi almeno, verrebbe anche da augurare ad Enrico Letta che le sue promesse possano avere miglior sorte di quelle toscane. Nel frattempo restiamo in attesa.

dal Corriere Fiorentino di sabato 4 maggio

politica interna
7 dicembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] La storia del bel modello elettorale toscano

In un’intervista apparsa ieri su Il Fatto, Enrico Rossi racconta il sistema elettorale toscano quasi fosse un modello di cui andar fieri poichè è l’unico sistema che prevede per legge le primarie. Fattici seri dopo un inevitabile sorriso raccontiamo la storia del bel modello toscano.

7 maggio 2004, la maggioranza del Consiglio Regionale (Ds, Margherita, Forza Italia, An, i socialisti dello Sdi e i Verdi) vota la norma che aumenta i consiglieri da 50 a 65 (più stipendi per tutti). La norma è contenuta nel nuovo Statuto Regionale insieme alla legge elettorale: il porcellinum toscano, con liste bloccate. E se questa non è partitocrazia trovatemi voi una definizione più adatta.

17 dicembre 2004, viene approvata la legge 70. Una legge originalissima che sancisce la possibilità, per i partiti, di fare qualcosa che non è mai stato vietato e che, per giunta, permette di farlo a carico del contribuente. Si tratta della legge che stabilisce la possibilità di svolgere elezioni primarie per la selezione dei candidati all'interno delle liste bloccate.
A ricorrere a quelle primarie furono i soli DS, salvo poi disattenderne l'esito nel nome della fusione con la Margherita e la presentazione della lista unica Uniti nell'Ulivo (anche se tra le ragioni non ufficiali c’erano alcuni risultati non graditi al vertice del partito).

Alle elezioni regionali del 2005, con questa legge, i partiti nominano i membri del Consiglio Regionale (difficile sostenere che siano stati i cittadini a sceglierli).

5 agosto 2009, il Consiglio dei nominati decide di modificare la legge elettorale. Mantenute le liste bloccate, ridotti per eccesso di vergogna i consiglieri da 65 a 55, viene introdotta una soglia di sbarramento del 4% per accedere al Consiglio. A volere questa modifica sono il Pd (per cercare di arginare l’Italia dei Valori) e Forza Italia+An (per cercare di arginare la Lega). Insieme non hanno però una maggioranza sufficientemente qualificata a garantirli dal rischio che un quinto dei consiglieri regionali contrari alla modifica possa chiedere di sottoporre la legge a referendum. Per ottenere la maggioranza qualificata il PD procede ad acquisire i voti dei consiglieri del Partito Socialista (gli stessi dello Sdi dopo il cambio di nome). Questi votano la norma dietro la garanzia offerta dal PD di un posto nel listino bloccato collegato al candidato presidente (per il quale non sono previste “primarie” di sorta) ed un posto nella futura giunta regionale.
Ad oggi possiamo dire che quell’accordo, conservato in cassaforte, è stato onorato. Con il consigliere socialista Pieraldo Ciucchi eletto nel listino del Presidente e Riccardo Nencini, segretario nazionale socialista, assessore della giunta Rossi.

A voi giudicare se questa sia una vicenda di cui andar fieri.
Oggi restiamo in attesa di vedere se anche l’impegno di una nuova legge elettorale promessa da Enrico Rossi verrà onorato.

politica interna
19 ottobre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Sprecare legalmente
La si pensi come si vuole sulle Società della Salute, ma alla fine il risultato è stato un mancato successo. Che tradotto dal politichese significa un fallimento.

Partite nel 2004 come sperimentazione per avvicinare al territorio l’offerta di alcuni servizi sociosanitari e assistenziali, nel tempo ne sono state costituite 25 “e altre si stanno costituendo” recita la pagina da aggiornare del sito della Regione. Il loro abbandono è stato imposto da ragioni di un bilancio regionale ridottosi di 500 milioni di euro, come ha ricordato l’assessore Nencini. Tuttavia questo argomento s’offre come un’arma in più a chi ha sempre criticato le Sds, su tutti il consigliere dell’Udc Marco Carraresi che non a torto sosteneva già da qualche tempo di “non aspettare la scure della spending review ed operare in modo oculato e incisivo i tagli possibili e necessari”, partendo da un riassetto dei settori assegnati finora alle Sds.

Non che il costo delle Sds fosse esagerato in termini contabili, dato che i fondi erano utilizzati in prevalenza per il pagamento della retribuzione al Direttore della Sds, con uno stipendio medio annuale tra i 110 e i 120 mila euro (a cui però si devono aggiungere una serie di voci di strutture, consulenze, collaborazioni), solo che ogni spesa la si deve valutare in termini di utilità. Specie in tempi di assottigliamento delle risorse, che s’accompagnano non solo ad un impoverimento dell’intero paese, ma anche alla scoperta di malversazioni operate dalla politica col denaro dei cittadini le regioni sono più che mai nell’occhio del ciclone. Ma che più che la rincorsa alla questione morale, più che il ritenere i Fiorito figli di una degenerazione genetica sarebbe utile considerare quanto stringente sia il rapporto tra la possibilità di esigere e spendere denaro pubblico e la responsabilità di renderne conto.

Abbiamo già vissuto una stagione politica, perché politica fu in ogni senso, in cui la convinzione che il problema fosse legato soltanto al diffuso malaffare tradì ogni buon intento risolutivo. Perché il fallimento di quella stagione è oggi ben chiaro senza possibilità di smentita di fronte ai casi usciti in successione, e senza soluzione di continuità, negli ultimi disastrosi mesi di cronache politico-amministrative. Ma ancor più fallimentare è il bilancio di quella stagione se si guarda a come la macchina amministrativa dello Stato, a tutti i livelli, non solo non è diventata più efficiente, ma ha drenato al paese sempre più risorse. Perché si può spendere in modo assolutamente lecito, ma del tutto inefficiente. Gli esiti sono comunque nocivi.

dal Corriere Fiorentino di venerdì 19 ottobre
16 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Buongiorno, il mondo è cambiato. Pregasi prenderne atto
"Buongiorno, il mondo è cambiato. Pregasi prenderne atto". Una voce registrata con questo messaggio dovrebbe accogliere tutti coloro che ancora entrano nelle sedi di un qualunque partito italiano. Partito Democratico compreso. Non si tratta del più rassicurante dei benvenuti, ma è premessa necessaria a ogni questione s'intenda trattare. Soprattutto se si parla di politica economica.
Lo diceva bene nella sua intervista al Corriere Fiorentino di sabato scorso l'assessore Alessandro Petretto, il quale faceva presente che l'attuale livello di gratuità dei servizi non potrà essere garantito in futuro e si dovranno quindi trovare soluzioni per ridefinire i confini e le condizioni dell'offerta di servizi, cercando di salvaguardare l'equità. Prontamente Enrico Rossi, poco dopo aver varato giustappunto aumenti di ticket sanitari, biglietti e abbonamenti ferroviari, ha fatto notare a Petretto di non essere in linea con la posizione ufficiale del Pd. Una posizione che si fatica ad evincere tra il sostegno al governo Monti e alle sue scelte di tasse (tante) e tagli (qualcuno) e non meglio precisati intenti dichiarati di combattere l'evasione per ridurre la pressione fiscale (un refrain talmente vecchio e disatteso che si fatica a capire dove stia il senso di riproporlo ancora).
Al di là delle incongruenze di cui sopra, il punto di fondo è che Petretto sostiene sia necessario rivedere i confini dello Stato in economia, mentre per gli ortodossi del Pd fra tassazione per redditi sopra i 65.000 euro e lotta all'evasione si può serenamente continuare a garantire tutti (a parte una generazione di poveri fessi come me che non avranno la pensione, ma questo sembra non rilevare).
È vero che per lunga parte dello scorso secolo la socialdemocrazia ha rappresentato il compromesso più lungimirante realizzato tra la borghesia capitalista e la classe operaia. Le conquiste di quel periodo hanno significato maggiori tutele, garanzie, diritti per larga parte delle società in cui quel compromesso è stato (più o meno compiutamente) realizzato.
Oggi però quelle società non esistono più. Quanto meno non sono più rappresentabili da quel compromesso e il modello di stato sociale costruito allora non può più resistere di fronte ai suoi costi, alla parzialità delle tutele, così come manca di ricette per affrontare credibilmente le sfide della globalizzazione e dell'immigrazione.
E per favore, non ci si illuda che le risposte stataliste alla crisi abbiano rilanciato le ragioni di un rinnovato «socialismo» de facto. Quello che abbiamo visto all'opera è un atteggiamento prettamente emergenziale, si tratta di uno statalismo di salvataggio, che non ha nulla di programmatico a lunga scadenza, né di ideologico e che non può avere né l'uno, né l'altro.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 15 agosto 2012
14 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Quanto è vecchio il nuovo patto dei democratici e progressiti

La grande novità della politica estiva dicono sia il patto dei democratici e dei progressisti avanzato da Bersani, accolto da Vendola e benedetto da Casini (uno che, a leggere la sua lettera al Corriere della Sera di ieri, sembra arrivato da Marte e invece è in Parlamento dal 1983). Vai così a leggere il contenuto di questo grande patto, guardi alla voce Lavoro e la prima cosa che noti è il solito refrain del meno tasse sul lavoro e più tasse sui patrimoni. Per non abbandonare sconsolato la lettura con troppa fretta decidi di concederti anche il passo dedicato all’Europa. E qua tra i primi punti leggi che si richiede la “fine del dogma dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici assunto come unico fine in sé”.

E’ quanto basta per capire che di passi in avanti non v’è ombra. Il PD si conferma un partito schiavo delle sue paure, tanto pavido da risultare ipocrita. Perché è un partito che sostiene il rigore imposto da Monti senza il coraggio di dirlo (rigore imposto a suon di tasse più che di tagli ed il timore è che presto anche la Regione Toscana possa fare altrettanto). Appoggia con atti, riforme che non ha il coraggio di sostenere a voce. Agisce senza capacità di pensiero costretto dalla responsabilità della contingenza, ma schiacciato dalla paura di dire e dirsi perché è necessaria quella responsabilità.

Il punto della spesa pubblica è la cartina tornasole per capire il paradosso di cui è schiavo. Perché se è vero che il dogma dell’austerità è sbagliato, ancora più sbagliato è il dogma della spesa pubblica intoccabile. Peggio ancora: innominabile. Eppure la crisi legata al debito pubblico di questo paese imporrebbe la necessità di affrontare proprio questo nodo. C’è chi lo fa con coerenza sul fronte liberale, ed è il caso del manifesto “Fermare il declino” promosso da Oscar Giannino e firmato a livello locale anche dall’assessore Petretto. Sul fronte (per semplificare) socialista si preferisce invece nascondere la testa sotto la sabbia. Per troppo tempo, infatti, ci si è abituati a gridare alla macelleria sociale ogni volta che venivano proposti tagli alla spesa pubblica. E lo si è fatto anche quando quella spesa foraggiava privilegi ingiusti, intollerabili e nemici del lavoro e dei lavoratori, quelli veri.

Se davvero si vuole proporre una via di sinistra per uscire dalla crisi lo si può fare anche in nome della spesa pubblica. Chiedendo che sia più giusta, che non foraggi clientele e fannulloni. Accettare la sfida di un suo ridimensionamento per concentrarla là dove veramente può servire ad aiutare tutti e gli ultimi per primi. Ma se si ha paura anche di nominarla, beh, la sfida è già persa.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 8 agosto

ECONOMIA
16 aprile 2012
[dal Corriere Fiorentino] Io sto con gli imprenditori

dal Corriere Fiorentino di Sabato 14 aprile

Francesco Tudino, 28 anni del ragusano. Paolo Tonin, 53 anni della provincia di Treviso. Francesco Todesco, 26 anni di Caprese Michelangelo in provincia di Arezzo. Gli ultimi nomi di una tragica lista: imprenditori in crisi che hanno scelto il suicidio.

Una lista che è qualcosa di più, ormai, di un campanello d'allarme e alla quale si può aggiungere anche il nome dell'ex dirigente d'azienda disoccupato che ieri si gettato sotto un treno a Sesto Fiorentino. Come sperare in un cambiamento di rotta? Come si fa a credere ancora agli appelli alla crescita? Chi dovrebbe far crescere questo Paese? Quei piccoli e medi imprenditori che un giorno sono la spina dorsale dell'Italia che rischia e il giorno dopo sono tutti evasori fiscali? O i media che diffondono analisi sommarie sulla realtà economica di un'Italia che sembra piena di furbetti e straricchi, alimentando un giochino autolesionista che indebolisce la possibilità che si crei un ambiente favorevole alla cultura d'impresa? E se manca la cultura d'impresa, l'unica alternativa che rimane si chiama rendita. In Toscana ormai sembra quest'ultima a prevalere, che sia al riparo di un settore pubblico che conta Regione e Comune di Firenze tra le prime tre imprese regionali per numero d'addetti, che sia rendita immobiliare, o finanziaria (a proposito, come mai le fondazioni bancarie non pagheranno l'Imu?), o altro.

E come si fa a convincere l'opinione pubblica che «pagare tutti, pagare meno» non è uno slogan, ma una bugia? Sono lustri che si sente ripetere questa nenia. E negli anni c'è chi ha sempre pagato e ha pagato sempre di più. Di pagar meno non è mai successo. Né coi «miracoli italiani» né con quelli che come tocchi la spesa pubblica è sempre «macelleria sociale». E invece la macelleria è sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vuol vedere un fisco opprimente e una spesa pubblica che alimenta sprechi, clientele e corruzioni (il cui esempio più lampante sta nei rimborsi elettorali ai partiti). Purtroppo il governo dei tecnici invece che tagliare la spesa ha scelto la via delle tasse e i partiti politici quella del tirare a campare. Io credo invece che si dovrebbe stare con chi rischia e fa impresa. Nonostante le ingiustizie di questo Paese.

10 gennaio 2012
[dal Corriere Fiorentino] L'anno del Dragone
La leggenda narra che Buddha, sentendo prossima la fine della propria vita terrena, chiamo a sé tutti gli animali, ma solo 12 si presentarono al suo cospetto. Riconoscente, l’Illuminato decise che da quel momento ogni anno sarebbe stato dedicato a turno ad uno di loro e le caratteristiche proprie di ciascuna creatura sarebbero state trasmesse ai nati in quell’anno. Il capodanno cinese sarà il prossimo 23 gennaio e segnerà l’ingresso nell’anno del Drago. Non un anno qualunque, ma quello assegnato all’unica creatura ultraterrena delle 12 che riverirono Buddha. Ad essa si associano potenza, fortuna, ricchezza e gloria e in tutto il mondo i cinesi che han fiducia nella leggenda desiderano che i propri figli nascano nell’anno del Drago.

L’ultima volta che tale occasione si presentò, nel 2000, la natalità cinese aumentò del 5% e si ritiene che incrementi addirittura maggiori si registrarono nelle comunità cinesi residenti fuori dai confini della Repubblica Popolare. La Regione Toscana che indaga in questi giorni sulle nascite di cittadini di origine cinese nella nostra regione farebbe bene a tener conto anche dei possibili effetti dell’anno del Drago se avesse a valutare i dati delle nascite di qui a qualche mese. E se qualcuno pensa che sia una battuta si sbaglia di grosso. Più in generale si dovrebbe sempre tener presente che le analisi sommarie non aiutano a capire quella cosa complessa che noi, e solo noi occidentali, chiamiamo Cina. Del resto anche la celebre questione relativa alla selezione di genere, a favore dei maschi, effettuata a causa di aborti e infanticidi in terra cinese (e asiatica in genere) è assai controversa. Spesso si citano i dati di una ricerca, piuttosto che di un’altra, senza sapere che c’è un lungo dibattito che parte dalle cifre e arriva all’analisi dei dati. E considerato che è proprio a partire dalle cifre che i ricercatori si dividono, varrà la pena far presente una teoria molto convincente che serve ad inquadrare più correttamente la questione; quella proposta qualche anno fa da Emily Oster, all’epoca giovane e brillante dottoranda ad Harvard. La Oster ha portato all'attenzione due aspetti ignorati in precedenza dal dibattito sull'argomento. Primo, le donne asiatiche si ammalano più frequentemente di epatite B rispetto alle donne di altri paesi. Secondo, le portatrici di epatite B hanno una probabilità molto più elevata delle altre di dare alla luce un figlio maschio. Se si mettono insieme questi elementi, si ottiene una rivalutazione dell’incidenza di aborti e omicidi d’infanti nel definire la sex ratio in Asia e una potenziale soluzione del mistero: un’elevata proporzione del numero di donne mancanti in Asia può essere attribuita all'epatite B.

Certo può essere utile un’indagine sulla diffusione in Toscana della terribile pratica dell’aborto clandestino, un tempo così diffusa anche in Italia fino a che non fu conquistato, grazie anche ad un referendum, il diritto di abortire senza dover ricorre ai punteruoli delle mammane. Vale tuttavia la pena di considerare che avvicinarsi a, o essere avvicinati nostro malgrado da, il mondo cinese è una sfida di fronte alla quale è bene farsi trovare armati non solo del provincialismo che ci è tanto caro. Laboriose, silenziose, fuori dai circuiti ufficiali e non di rado anche da quelli legali, le comunità cinesi si moltiplicano. E non sono composte da cinesi italiani se non in pochi casi. Per lo più sono composte semplicemente da cinesi.

E per intuire cosa sia veramente la Cina non servono le statistiche, ma una frase, quella del più grande sinologo contemporaneo, Lucian W. Pye: “China is a civilization pretending to be a nation”, che potremmo tradurre, impoverendo il significato della frase inglese, con “la Cina è una civiltà che finge di essere una nazione”. La dimensione della sua identità millenaria travalica i confini del concetto di nazione, come quelli di etnia.

Del resto uno dei fraintendimenti che spiegano in maniera chiara quanto poco sappiamo della Cina, e quanto poco i cinesi vogliono che noi si sappia di loro, riguarda proprio un equivoco etnico. Capita infatti di sentire presunti sinologi parlare disinvolti di “cinesi di etnia Han”. Ebbene, tale frase, se si considera il significato che noi diamo al termine etnia, ha il valore di una fesseria. Han non è il nome di un’etnia, ma di una dinastia che governò, dal 206 a.C. al 220 d.C., un territorio oggi per la grandissima parte compreso entro i confini della Repubblica Popolare. Un territorio entro cui già allora conviveva una molteplicità di popoli che non parlavano nemmeno la stessa lingua. Niente a che vedere, dunque, con qualsivoglia concetto occidentale di etnia. In conclusione, sarebbe bene iniziare a capire che Cina, se proprio dobbiamo usare questo termine, non è un luogo, non è un’entità statuale, non è un’etnia; Cina è un’idea, un principio. Se lo si vuole comprendere sarebbe bene iniziare a studiarlo, invece di ripetere la noiosa litania che vuole la Cina tanto vicina.

dal Corriere Fiorentino di sabato 7 gennaio
politica interna
2 gennaio 2012
[Vecchia Politica 2.0] Enrico Rossi, Facebook e la stizza
Ti fai gestire la pagina Facebook da gente che pensa che Blair si scriva Blear.
Te la fai sorvegliare da troll e fake che insultano chi muove una critica od un appunto.
Un giorno appare su un quotidiano una pagina di satira ti prende in giro in modo talmente palese che tu non te ne accorgi, ti stizzisci e affidi al social network un commento acido e offensivo.
Ecco, qualcuno dovrebbe spiegarti che un vecchio politico che usa Facebook non diventa un politico nuovo. Rimane semplicemente ... un vecchio politico che usa Facebook.
Tanti cari auguri di buon anno al Presidente di questa Regione.
politica interna
30 novembre 2011
[dal Corriere Fiorentino] L'oro di Mosca non luccica più
Che il nodo dello sviluppo dell'aeroporto di Firenze sia intricato da tanto,troppo tempo è un dato di fatto. La sua vicenda, fatta di veti incrociati, volontà e inconcludenze politiche è ormai parte della storia di questa città e di questa Regione. Molti, anche questo giornale, hanno visto nella volontà espressa dal sindaco Renzi di fare dello sviluppo di Peretola un punto qualificante del proprio mandato una speranza di soluzione dell'annosa vicenda. Speranza rafforzata dai propositi dichiarati dal presidente della Regione Rossi. Eppure ad oggi si stentano a vedere gli effetti concreti di quelle dichiarazioni d'intenti, con danno non solo per Firenze, ma per l'intero sistema Regione (come usa dire).

Ad alcuni potrebbe venire anche il dubbio che ci sia una volontà dilatoria: per affossare definitivamente lo sviluppo di Peretola alla fine potrebbe bastare far passa re altro tempo, fra le spietate valutazioni degli esperti e la concorrenza di altri aeroporti vicini e più attrezzati, vedi Bologna, chiudendo in un angolo ciò che non sa stare al passo coi tempi.

Può darsi che sia un dubbio malizioso. Forse è vero invece che da parte di Rossi vi sia la volontà di rimandare lo scontro con i sindaci della piana fiorentina, di cui s'è già avuto un assaggio con l'approvazione dell'ultimo piano territoriale (Pit). Forse c'è la volontà, anche questa dichiarata, d'attendere che la Regione rientri in Adf e in tal senso c'è adesso sul tavolo anche la disponibilità dell'Ente Cassa di Risparmio di dare in affitto alla stessa Regione le proprie azioni. Forse c'è la volontà d'avere un progetto d'integrazione articolato per gli scali regionali, soprattutto fra Firenze e Pisa. Forse c'è anche l'idea di gestire la partita togliendo la scena al sindaco Renzi.

E sia, ma intanto i tempi continuano a stringere e vale la pena ricordare che già nel 2005 quella che è oggi Aeroporti Holding aveva presentato alla Regione un progetto di integrazione degli scali toscani con relativo potenziamento funzionale di Peretola. E verrebbe da chiedere che ne è stato di quel progetto. Perché è pur vero che la politica ha i suoi ritmi, ma sarebbe bene che questi coincidessero con quelli della realtà che intende governare. Altrimenti diventano legittimi i dubbi anche i più maliziosi su volontà inespresse o manifeste incapacità. Anche perché potrebbe capitare, lontano dai microfoni, di sentir dire da autorevoli personalità istituzionali che a loro nulla interessa dei milionari russi che potrebbero arrivare a Firenze con scalo diretto. A far sorridere, per non piangere, non è solo la superficialità dell'analisi, ma anche la divertita considerazione che trattasi di dirigenti che avevano idee diverse sui milioni che un tempo arrivavano dalla Russia. Che all'epoca si chiamava Unione Sovietica.

dal Corriere Fiorentino di martedì 29 Novembre
politica interna
26 maggio 2011
[dal Corriere Fiorentino] La sinistra nel recinto
La geometria politica che divide da destra a sinistra il campo delle proposte è sempre materia delicata. Spesso può essere utile a semplificare, raramente ad inquadrare correttamente la scena. Ieri il presidente della Regione Enrico Rossi vi ha fatto ricorso per sostenere che “una sinistra all'acqua di rose, di stampo bleariano, non ha futuro e finirà per cedere il passo alla destra. Accade già in Spagna con 5 milioni di disoccupati e il 50% dei giovani senza lavoro, ma accade anche in Germania nonostante la crescita al 5%. Ovunque riesplode la questione sociale: lavoro, democrazia, dignità della persona, diritti sociali. E questo richiede una sinistra non annacquata”.
Tony Blair (non Blear), il leader laburista inglese che ha riportato la sinistra al governo dopo quasi un ventennio di dominio conservatore, diviene così il rappresentante di una sinistra “all'acqua di rose”. Strano destino per uno che ha segnato una svolta decisiva nel sanare la frattura tra sinistra e modernità, dando alla parola riformismo un'accezione nuova e rivoluzionaria per i canoni classici della socialdemocrazia europea. Destino ancor meno comprensibile se si guarda al tema del lavoro. Nel 2007, quando Blair lasciò la guida del suo paese, in Inghilterra il 60% di coloro che perdevano un lavoro poteva contare su forme di ammortizzatori sociali, nell’Italia di Prodi e dell’abolizione dello scalone Maroni erano il 18%.
Il punto della questione non è dunque avere patenti ideali di “sinistrismo”, ma avere progetti di riforma, attuabili, concreti e al passo con una realtà del lavoro che non è più quella su cui si sono misurati il pensiero e la pratica politica del Novecento.
Il paragone tra Blair e Zapatero è ulteriormente fuorviante. Il fallimento di Zapatero è stato proprio nelle mancate riforme necessarie per assecondare la crescita spagnola degli scorsi anni. Sburocratizzazione, riduzione e riassetto della spesa pubblica. Sono mancate proprio politiche liberali.
In Italia, una sinistra che volesse raccogliere la sfida abbandonata delle riforme avrebbe da ripartire non dal definirsi in base alla geometria politica, ma da proposte innovative. Per non fare nomi ci sarebbero quelle che da molto tempo ormai, propone il senatore del Pd Pietro Ichino, uno che per le sue idee è condannato dagli estremisti a vivere sotto scorta e dai suoi colleghi di partito ad abitare il recinto dei grilli parlanti. Un recinto dal quale, decidete voi se da destra o da sinistra, sarebbe bene liberarlo.

dal Corriere Fiorentino (http://corrierefiorentino.corriere.it/) del 24 maggio 2011
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