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politica interna
11 marzo 2015
[dal Corriere Fiorentino] La stanca borghesia parastatale italiana
C’erano una volta i Vaffa day, gli insulti al Presidente della Repubblica, il “siete tutti morti”, le volgarità contro Bersani, l’Ebetino, il decalogo del grillino perfetto (versione postmoderna del fu “credere, obbedire, combattere”) ed altre variegate diversità morali di marca pentastellata da rivendicare per la gioia dei militanti e degli elettori illustri e non, che provavano sempre un brivido a dirti saputi “io voto Grillo” o rivendicandolo ad alta voce ad ogni ingresso nel bar.
C’erano una volta. Perché oggi Grillo pare sia repentinamente passato “alla disponibilità al dialogo con Renzi per verificare la fattibilità di alcune riforme comuni”. Che più che Grillo pare Alfano. Ma del resto questa è la politica fatta da un comico con la coerenza dei sondaggi. Ma è soprattutto il segno dei tempi. Con Grillo che inizia a passare di moda e deve ricollocarsi sul mercato, come i jeans col cavallo basso, e Salvini che imperversa manco fosse l’asticella per farsi i selfie.

Il tutto ad uso e consumo della stanca borghesia parastatale italiana. Quella a cui piace sempre darsi arie rivoluzionarie. Che esiste da quando esiste l’Italia. E tante ne ha viste passare. Senza bisogno di tornare agli albori del movimento fascista, il brivido rivoluzionario ha sempre attraversato l’animo cinico di quella minoranza silenziosa, ma non trascurabile. Che ha accompagnato il ’68 fingendo esuberanza giovanile, ha avuto amici con la P38 e i figli in collegio, ha fatto i girotondi ed è stata l’Italia dei Valori. Annoiandosi presto e spaventandosi prima.
Né di destra, né di sinistra, perfettamente costituzionale.

Di recente è stata grillina, ma è ormai prossimo il giorno in cui nessuno sarà mai stato grillino. Perché questa strana metaclasse sociale ha l’innata capacità di non essere mai stata quel che era. Del resto nessuno oggi è mai stato italvalorista, eppure in questa regione il partito personale di Di Pietro prendeva il 10% e veniva blandito dall’allora segretario del più grande partito della sinistra. E non s’illuda Salvini - che oggi fa l’ospite fisso del palinsesto televisivo e che piace non solo alla plebe cafona, ma anche a quelli che “almeno Salvini dice le cose come stanno” - non è troppo lontano nemmeno il giorno in cui nessuno di loro sarà mai stato leghista.

Ma non s’illuda nemmeno chi, questi borghesi parastatali, li ha in uggia. Perché rinnegando sempre il proprio passato preparano per sé un futuro identico a ieri. Comodo e vacuo, cinico e annoiato. E con quel piccolo brivido rivoluzionario che li fa sentire tanto vivi.

dal Corriere Fiorentino di martedì 10 marzo

politica interna
3 luglio 2014
[Recondito] Bersani

Ogni tanto mi piace spingere il pensiero verso ricordi remoti, frammenti d'immagini, apparizioni, lontananze nel più profondo della memoria.
Ogni tanto ripenso a Bersani.


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politica interna
4 novembre 2013
[da Facebook] La Geloni e Peppa Pig
Stavo per leggere il libro di Chiara Geloni su Pierluigi Bersani.
Poi è partita all'improvviso una puntata di Peppa Pig.

https://www.facebook.com/tommaso.ciuffoletti
politica interna
21 febbraio 2013
[Cineserie] I formicolii del cinese

Lo slogan del Partito Democratico per questa campagna elettorale è stato “L’Italia giusta”. Non s’andrà lontani dal vero rilevando che non si è trattato di un grande slogan, né di una grande campagna elettorale. Forse la convinzione che i giochi fossero chiusi dopo il successo delle primarie del centrosinistra ha fatto rilassare qualcuno più del dovuto. O forse, una volta posatasi la polvere della sfida tra Renzi e Bersani ci si è resi conto che intorno il mondo non aveva usato la cortesia di fermarsi.

E così il PD si trova oggi nella scomoda posizione di primo partito annunciato, ma col problema duplice di rischiare di essere recuperato da concorrenti più aggressivi e di dover gestire un dopo elezioni tra un alleato, Sinistra e Libertà, che rivendica la fedeltà agli accordi presi ed un potenziale alleato futuro, Monti, che invece non vuole saperne di narrazioni e profumi di sinistra.

In attesa del riscontro delle urne c’è da notare un Matteo Renzi che nella gestione del proprio profilo post-primarie ha ricominciato a dare qualche timido ma significativo segnale di movimento. Nella fase della morte apparente seguita alla sconfitta con Bersani, il nostro ha perso per strada non pochi supporter d’idee, pur salvando in posti garantiti per Parlamento e Senato alcuni suoi fedelissimi. Anche in questo caso si potrà dire che non s’è trattato di una brillante gestione della sconfitta. Molti, per descriverla, hanno usato l’immagine del cinese che attende sulla riva del fiume il cadavere del nemico. Laddove il nemico sarebbe il segretario del PD Bersani.

Malignità, verrebbe da dire. Specie alla luce dell’impegno renziano per aiutare il PD di Bersani. Non che l’ex rottamatore abbia rispolverato il camper (anche perché l’ormai ex autista sta per diventare onorevole), ma certo qualche apparizione da bravo militante se l’è concessa. S’è addirittura meritato il plauso di D’Alema. Uno che ai tempi gli aveva promesso che si sarebbe fatto male.

Tuttavia Renzi, nei suoi comizi, ha progressivamente allentato la tensione antimontiana che gli veniva chiesta all’inizio per prendere le distanze dai suoi ex-sostenitori che con il professore sono andati a candidarsi in quota società civile. Per Grillo ha usato il bastone, ma non la mazza chiodata dei vertici del PD, e coi grillini la carota di una rabbia compresa dal sindaco Renzi. Che vi siano segnali da cogliere in questi atteggiamenti? Forse son solo malignità. O forse il cinese sulla riva del fiume ha iniziato a sentire qualche formicolio da legislatura in bilico.

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25 gennaio 2013
[dal Corriere Fiorentino] Pci, Pds, Ds, Pd ... Mps
Ai senesi piace raccontare, lo si legge anche su Wikipedia, che il Monte dei Paschi «nacque come monte di pietà per dare aiuto alle classi disagiate». Ma quel Paschi, parte del nome che l'istituto assunse nel 1624, fa chiaro riferimento ai pascoli, quelli della Maremma, dove tanti pastori da tutta la Toscana si recavano per passare l'inverno, compiendo la celebre transumanza. Fin dal 1300 i senesi, sotto la cui giurisdizione ricadeva la Maremma, imponevano una tassa per il passaggio delle greggi e di lì nacque la fortuna di quello che poi diventerà, appunto, il Monte dei Paschi di Siena. Quei pastori usavano dire una frase, diventata poi motto popolare: In Maremma siam condotti /Ognun pensi per sé /E Iddio per tutti.
Quel motto poteva andar bene per i pastori. Mal s'adatta invece a un partito politico, dove ognun potrà anche pensar per sé, ma alla fine si deve parlare con una voce sola. E il Pd, erede dei Ds, del Pds, del Pci, sulla vicenda del Monte dei Paschi difficilmente può permettersi di non aver nulla da dire. Certo si può confidare in un'amnesia collettiva dell'intero Paese, come forse immagina Massimo D'Alema, che stavolta non sarà ricandidato come d'abitudine nel collegio del Salento suo storico serbatoio di voti, quando dice che il Pd non si è mai occupato del Mps. Una linea simile a quella del segretario Bersani che in bersanese puntualizza: “il Pd non c'entra un tubo di niente”.
Più timido di come ce lo ricordavamo nella campagna per le primarie (quando difendendosi dalle accuse dei bersaniani sul suo rapporto col finanziere Serra rispose per le rime dicendo “conosco bene che danni ha determinato il rapporto tra finanza e politica: in sei mesi hanno distrutto quanto i senesi hanno creato in 600 anni”) l’ex rottamatore Matteo Renzi, che stavolta opta per un più cauto “c’è una responsabilità della politica”. E sembra proprio questo il filo da tirare. Renzi giustamente si riferisce alla “politica” e non solo ad una parte o ad un partito (che pure difficilmente può far finta di nulla), ma rimane un po’ vago, diciamo. Certo però, per quanto sfumate, le voci all’interno del Pd su questa vicenda paiono più d’una.
E allora che diranno del caso senese Renzi e Bersani quando il 1° febbraio saranno insieme su un palco a Firenze? Andare in scena senza nemmeno un canovaccio comune può esporre al rischio di passare come quei pastori che andavano in Maremma ognun per sé e Iddio per tutti. Anche se loro, a differenza d’altri, il Monte dei Paschi contribuirono a farlo ricco e grande.
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11 gennaio 2013
[Soccorso rosso] Solidarietà al compagno Bersani
Solidarietà al compagno Bersani.
Non solo gli hanno fatto dei manifesti che sono un inno alla mortificazione del corpo e dello spirito.
Ma ieri, sapendo che Silvio avrebbe fatto sfracelli da Santoro, hanno pensato bene di mandarlo in seconda serata ad afflosciarsi sulle poltrone di Porta a Porta.
Gli strateghi del PD sono tutti a libro paga di Berlusconi.
E' lapalissiano.
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9 gennaio 2013
[Bersani 2013] Manifesti elettorali. Il pipistrello

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4 gennaio 2013
[Pranzi] Strategie culinarie

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4 gennaio 2013
[Bon appetit] Renzi, Monti, Bersani
Ora si potrà anche far finta di nulla e buon appettito a Renzi e Bersani che pranzano insieme.
Ma la verità è che Monti ha detto in chiaro quel che Renzi ha detto tra le righe per tutta la campagna delle primarie.
E Renzi ha preso il 40% dei voti degli "elettori di centrosinistra".

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17 dicembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Tra Renzi, le primarie, Roma e un cinese sulla riva dell'Arno

Sarebbe ingeneroso, dopo le giuste lodi al risultato di partecipazione delle primarie di poche settimane fa, contestare la scelta del Partito Democratico (e di Sinistra e Libertà) di ricorrervi anche per la selezione dei candidati al Parlamento. Tornare a votare col Porcellum, oltre a confermare l’incoscienza della classe politica, impone la necessità, per chi ha la sensibilità d’avvertirla, di trovare soluzioni che garantiscano la democraticità di scelte altrimenti difficili da spiegare ai propri elettori. Lo sforzo di organizzare nuovamente una consultazione popolare va apprezzato anche a fronte delle tante liste che si presenteranno con nomi scelti da segreterie ristrette o direttamente da capi padroni.

Son tuttavia da considerare alcuni aspetti non secondari riguardanti le modalità e gli esiti possibili di queste primarie per il Parlamento.

La data scelta è molto ravvicinata. Tanto da rendere difficile immaginare che si possa costruire una competizione che vada oltre la mobilitazione dei cosiddetti “pacchetti di voti” di ciascun candidato. A questo s’aggiunga che se la selezione dei candidati in posizioni garantite avverrà sulla base di scelte dell’apparato che indica i propri vertici locali, si rischia di restringere ulteriormente la futura rappresentanza parlamentare a figure, si sarebbe detto un tempo, organiche al partito. Non che ciò debba essere giudicato un male in sé, ma forse si sarebbe potuto scegliere diversamente.

C’è poi da considerare l’atteggiamento di Matteo Renzi. La sua battaglia politica ha animato speranze che oggi sembrano accantonate. La scelta di focalizzarsi su Firenze restituisce alla città il dinamismo di un sindaco che tante aspettative aveva saputo sollevare. Lascia però privo di un punto di riferimento il fronte del rinnovamento promesso all’interno del partito, tanto che adesso è piuttosto Bersani ad utilizzare questo argomento per sfoltire vecchie fronde. Renzi sembra attendere sulla riva dell’Arno l’aprirsi di nuove possibilità che ad oggi evidentemente non giudica favorevoli. Scelta comprensibile pensando al contesto attuale, ai possibili scenari futuri e alla gestione del suo profilo nazionale. Rischia tuttavia di lasciare quantomeno interdetti molti di coloro che nella sua battaglia lo avevano appoggiato e sostenuto.

dal Corriere Fiorentino di domenica 16 dicembre

politica interna
26 novembre 2012
[Comunicato PRimarie] Nr.3
Caro PG Bersani. Hai vinto il primo turno grazie ai voti del sud. E sai meglio di me che è un segnale duplice.
Da un lato sappiamo che le elezioni politiche in questo paese si vincono al sud. Dall'altro sappiamo che da quelle parti il voto si sposta su logiche non sempre "politiche" (diciamo così).
Oggi festeggia la vittoria, e quella più grande sono i 4milioni di elettori, ma ti prego ... fai attenzione.

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2 novembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Le primarie, Renzi ... Taricone e la Santanchè
Esercizio per le teste d'uovo del Pd: definire in due righe «elettore di centrosinistra». Chi ha votato almeno una volta per un partito di centrosinistra? Definire allora «centrosinistra». L'Italia dei Valori è un partito di centrosinistra? A sentire l'ultimo Bersani si direbbe di no. Allora è elettore di centrosinistra chi voterà centrosinistra a prescindere dall'esito delle primarie? Se così fosse allora è il concetto di «politica» a dover essere ridefinito. Perché il paradosso e l'ipocrisia del dibattito sulle regole per le primarie del centrosinistra sta proprio nel prescindere dal fatto che «il problema è politico» (come si diceva un tempo nelle case del popolo). Se queste primarie hanno un merito, è quello di porre per la prima volta sul tavolo nazionale del centrosinistra una serie di opzioni tra loro realmente alternative. Non sono le primarie di Prodi, tanto per essere chiari. E non solo perché si tratta di una sfida vera in termini elettorali, ma perché i contendenti sono portatori di proposte politiche che, al di là dei giochini retorici, sono diverse e tra loro sinceramente alternative. Ed è proprio questa la forza e la novità di questa competizione elettorale.
Sbaglia chi crede che ci sia solo una competizione tra personalità diverse, stavolta ci sono opzioni vere e distinte tra cui scegliere. E su questo, senza timore d'esser tacciati volgarmente di «renzismo», si deve riconoscere al sindaco di Firenze di aver saputo dar voce a istanze non nuove dentro il suo schieramento, ma proposte per la prima volta con la possibilità di diventare maggioritarie.
Sbaglia chi non riesce a vedere in questa sfida un'opportunità per il centrosinistra. Perché è vero che le primarie sono un format politico-mediatico con regole proprie, ancora nuove per il sistema italiano. Così come è vero che Renzi spiazza perché è un interprete brillante di questo format dato che a differenza dei politici tradizionali, che considerano il riflesso mediatico del loro agire politico, lui considera il riflesso politico del proprio agire mediatico (non è un gioco di parole, ma una questione fondamentale). Però all'interno di questo format la politica c'è, in modo evidente. Per questo sono convinto che, tanto più in una fase in cui l'astensione è una prospettiva di (non) scelta per tanti elettori, il centrosinistra dovrebbe investire sulla forza attrattiva di questa competizione, invece di scoraggiare il voto degli italiani (soprattutto se simpatizzanti di Renzi...), nononostante l'ammonimento delle elezioni siciliane.
P.S. Per capire quanto sia decisivo l'elemento «politica» all'interno del format primarie si pensi per un attimo alle possibili primarie del centrodestra. Il vuoto del dibattito su cui si vanno annunciando rischia di farle assomigliare a un format che rimarrebbe soltanto mediatico, stile Grande Fratello. Ma Taricone era molto più interessante della Santanché.
politica interna
26 ottobre 2012
[Silvio rimembri ancor ..] Delle differenze decisive tra Matteo e i suoi
La differenza tra Renzi e i suoi competitorz è che loro
considerano il riflesso mediatico del loro agire politico.
Lui, che è un passo avanti,
considera il riflesso politico del suo agire mediatico.
E' una differenza decisiva.
politica interna
18 settembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] RenZen e il mutevole quadro politico

Come in un giardino zen in miniatura, dove un passaggio del palmo di mano azzera forme e geometrie, così la politica italiana si muove oggi su uno scenario instabile e precario. La crisi e la necessità di non allarmare mercati e speculatori sono il solo punto fermo. Ad esso segue logicamente la necessità che il dopo Monti non sia un salto nel buio. Legittimo che chi è all’opposizione del governo Monti abbia voglia di far parte della coalizione che governerà il paese dopo di lui. Altrettanto legittimo è far notare che forse è ancora il tempo delle azioni, più che delle narrazioni. In questo contesto Matteo Renzi rappresenta un elemento di potenziale innovazione, qualcuno direbbe piuttosto stravolgimento, del centrosinistra. Una sua vittoria avrebbe due effetti immediati: sganciare il Pd dal rapporto parasubordinato con la Cgil (che presumibilmente si mobiliterà per sostenere l’attuale segretario del Pd) e annullare l’ipotesi di un governo Bersani con Vendola a rimorchio. Tuttavia a cancellare quest’ultima ipotesi provvederebbe anche un cambio della legge elettorale che eliminasse il premio di maggioranza. Un’ipotesi che, nel rispetto della Costituzione, rimanderebbe con grande probabilità al Presidente della Repubblica e al Parlamento la nomina del Presidente del Consiglio senza alcun vincolo dovuto ad indicazioni farsesche di novelli premier sui simboli elettorali. Un’ipotesi che non pare del tutto sgradita anche ad una parte del Pd stesso, con la consapevolezza dei rischi e pericoli che attendono chi governerà il paese dopo il (primo?) governo Monti.

Tornando a Matteo Renzi e alla sua sfida per le primarie (che nel caso di un cambio della legge elettorale potrebbero al massimo servire a definire i rapporti di forza interni al Partito Democratico) la sua sfida è partita proprio all’insegna del superamento del quadro politico attuale con l’appello/avviso agli elettori in libera uscita dal centrodestra. Più in generale, per avere delle chances, Renzi deve fare di tutto perché queste primarie diventino oggetto di dibattito diffuso. La creazione dell’attesa intorno al loro svolgersi e il fermento che travalica i confini del dibattito politico gli fanno guadagnare posizioni.
Ma nella frenesia della corsa renziana, quasi il sindaco fosse un novello Forrest Gump, non ci si dimentichi che si sta parlando, appunto, di un sindaco. Di una città che non ama sentirsi trascurata. E dove l’idea di un Renzi proiettato a Roma sta già scaldando parecchi aspiranti successori. Ma anche qui, come in un piccolo giardino zen basta un palmo di mano per azzerare ogni prospettiva.

dal Corriere Fiorentino di Sabato 15 settembre

politica interna
5 settembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Renzi, il PD, gli attacchi, la Seconda Repubblica
Casa del popolo fiorentina. Prendo un caffè mentre aspetto che un avventore con molte più primavere di me finisca di leggere l’Unità. Giunto il momento, cortesemente domando: «Scusi, posso prendere il giornale?». «Prenda, prenda, tanto ormai anche qui l’è tutto un Renzi. Due pagine su i’Renzi, i’commento su i’Renzi, le lettere su i’Renzi. Pare che l’Unità la sia l’organo di’Renzi».
Non credo che lo stagionato avventore fosse un raffinato spin doctor, né che si sia mai fregiato del titolo di lìder, né tantomeno di Maximo. Eppure ha capito.

Ha capito quello che ai tempi delle primarie per succedergli sfuggì all’ex sindaco Leonardo Domenici e che oggi sfugge a D’Alema, Bindi, Franceschini e altri autorevoli esponenti del Partito democratico, compresi giovani dicono brillanti segretari. Sparare addosso a Matteo Renzi, oramai candidato ufficialmente alle primarie del centrosinistra, è il modo migliore per accreditarlo. Tanto più se le sparate sono portate con eccesso di stizza, argomentate in politichese e mosse dalla malcelata voglia di difendere posizioni di potere dalla propagandata brama di rinnovamento del sindaco di Firenze. Una trappola in cui ieri si è infilato anche Beppe Fioroni, che ha lanciato al rottamatore un ultimatum subito respinto al mittente: se vuoi candidarti a premier devi dimetterti da sindaco entro il 28 ottobre, cioè 180 giorni prima delle elezioni. Così dice la legge. Che però riguarda i candidati al Parlamento, non quelli alla presidenza del Consiglio, come spiega il politologo Stefano Passigli, che non è un famiglio del sindaco.

Alla serie di bordate Renzi è bravissimo a replicare in punta di battuta, conquistando nuovo spazio mediatico, senza mancare di concessioni a marketing da «Libro Cuore» come quando va a Vasto per sostituire la foto di Bersani-Vendola-Di Pietro con quella di giovani di belle, pare, speranze.

In questo gioco delle parti, dov’è paradossale che a scegliersi il ruolo dei cattivi siano quelli che dovrebbero essere invece vecchie ed astute volpi, rimane in un angolo proprio la politica. Non quella delle alleanze fra partiti o delle geometrie da bar del destra-sinistra, ma quella del «che fare» in questo momento per l’Italia? D’Alema dice che Matteo Renzi è immaturo e che non è pronto a guidare il Paese. Non è il solo a pensarla così in un Paese indebolito e intimorito come l’Italia, che s’illude che affidabilità faccia rima con over 60.

Ebbene, se davvero è così immaturo e impreparato perché non incalzarlo sui temi più scottanti del governo del Paese? E perchè non accettare la sfida in tv che Renzi ha proposto a Bersani? La risposta sta probabilmente nelle mille contraddizioni che abitano da sempre il Pd e nella convinzione dei vecchi dirigenti, e dei loro giovani discepoli, che sia più facile liquidare Renzi assegnandogli il ruolo del disturbatore, del turboliberista, del pericoloso destro che «con noi non ha niente a che fare». Lo fanno sapendo che il richiamo della foresta è da sempre forte su un elettorato divenuto nel tempo radicalmente conservatore come quello della sinistra ai tempi della Seconda Repubblica. La scommessa di Renzi, in fondo, è proprio che quest’ultima sia ormai ad un passo dal venir meno. Una scommessa il cui esito non dipende solo da lui.
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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