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2 marzo 2015
[Socialisti] Pertiniani
Quando gli nomini Pertini son tutti socialisti.
Ste merde.

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politica interna
11 novembre 2013
[da Facebook] Mentirono
Dissero che non era pulizia etnica. Mentendo.
Ricordo una vignetta di non so più quale giornale. Una sede del PSI e dalla finestra usciva una vignetta: "Ecco questa è la tessera del partito e questo è l'avviso di garanzia". L'immagine più lampante di una condanna etnica. Socialista = Ladro.
1992. 12 anni. E guardavo mio padre. Socialista.
Fossi stato un bambino meno intelligente di quel che ero avrei potuto avere il dubbio che anche lui lo fosse. Socialista e ladro.
E invece nè io, nè mia sorella abbiamo mai avuto alcun dubbio. Nostro padre era socialista, onesto, coraggioso e valeva e vale come uomo quel che i venditori di legalità un tot al chilo non valevano come bestie.
E sono cresciuto con la grande serenità che una storia gloriosa come quella del socialismo italiano, per quanto infangata oltre ogni pudore da ometti di varia risma - dai magistrati in carriera ai Repubblichini infoiati, dalle maestrine con la penna rozza ai saltimbanchi dalla facile risata (e una nota a quei compagni comunisti che scoprono oggi sulla loro pelle le iniquità della giustizia italiana ... compagni, voi eravate quelli che nel '92 mandavate pacchi pieni di merda al recapito delle sezioni socialiste e queste cose voi fate bene a dimenticarle, ma io no) - sarebbe sopravvissuta anche a quell'infamia. E non c'è bisogno di rammentare i Matteotti, i Rosselli, i Turati, i Nenni, Lombardi, i Pertini e anche i Craxi e i Martelli. Non ce n'è bisogno.
C'erano e ci sono tanti compagni dai nomi meno famosi. Che magari all'epoca erano poco meno che ragazzi come lo ero io. E che conservano quella storia non solo con dignità, lucidità e sentimento. Ma pure col sorriso.
Come quelli di questa foto.
E ti voglio un bene Giovanni che non lo sai.

https://www.facebook.com/tommaso.ciuffoletti
politica interna
7 maggio 2010
[dal Corriere Fiorentino] Sinistra e lavoro. La sfida persa. Se Giugni e Biagi li prende il PdL
“Da Gino Giugni a Marco Biagi” è il titolo del convegno organizzato dall’associazione universitaria Studenti per la Libertà e tenutosi ieri, 5 maggio proprio all’Università di Firenze, sul cui volantino di presentazione la mano di uno scemo da guerra in tempo di pace ha marcato il simbolo delle Brigate Rosse e la scritta “non pedala più”.

La cosa che salta agli occhi, innanzitutto, è che un convegno promosso da un’organizzazione studentesca di centrodestra riporti i nomi di due giuslavoristi socialisti, uomini di sinistra. Di una sinistra moderna, innovatrice e riformatrice. Gino Giugni, scomparso lo scorso ottobre, è considerato il padre dello Statuto dei lavoratori, per partecipare alla stesura del quale venne scelto, lui giovane professore universitario, da un altro grande socialista Giacomo Brodolini. Incontrò le Br nel 1983. Venne gambizzato dai criminali terroristi in nome della strategia che preferiva l’attacco ai cervelli, piuttosto che al cuore dello Stato. La stessa vigliacca logica che portò dei nuovi soldatini brigatisti ad assassinare Marco Biagi il 19 marzo 2002 mentre tornava a casa in bicicletta. Quell’assassinio venne firmato con lo stesso simbolo scarabocchiato sul volantino del convegno del 5 maggio: una stella a 5 punte. Simbolo, evidentemente ancora in voga, di un militarismo bieco e vigliacco. Il fatto che ci sia chi oggi lo usa per rivendicare la propria imbecillità inquieta per il riferimento alla violenza cui esso inneggia. E su questo ogni altra considerazione spetta alla Digos più che ad altri.


Quanto di politico c’è da considerare in questa vicenda sta invece nel riferimento ai nomi di Gino Giugni e di Marco Biagi, riportati per annunciare il convegno promosso da un’organizzazione studentesca di centrodestra. E’ vero che il sottotitolo del convegno riportava un interrogativo aperto e forse un po’ ambiguo, “40 anni da riscrivere?”, ma è comunque difficile non considerare come la sinistra sul tema del lavoro abbia rinunciato ad accettare la sfida della modernità, rinnegando così non solo la propria storia e i nomi di uomini che quella storia hanno costruito, ma tenendo in disparte ancora oggi il lavoro e le idee di persone come Pietro Ichino che invece quella storia proseguono e che per questo, non a caso, vivono sotto scorta. La retorica del combattere il precariato, invece di garantire i precari, chiedendo l’applicazione completa di quanto, ad esempio, la seconda parte del libro Bianco di Marco Biagi proponeva, è un esempio lampante di questa sfida mancata. Così come lo è l’incaponirsi nel voler difendere il posto di lavoro anche nei casi in cui ciò è palesemente impossibile o addirittura dannoso per i lavoratori stessi, piuttosto che sostenere quei lavoratori nel qualificarsi per poterne trovare uno nuovo, di lavoro.


Su questa rinuncia il centrodestra ha avuto gioco facile a raccogliere una bandiera che, quasi sempre, è stata solo sventolata con piglio propagandistico e senza il coraggio necessario a trasformarla in riforme compiute. Tuttavia questo non può nascondere che se oggi la Cgil è un sindacato a maggioranza di pensionati e se a sinistra si fatica a trovare parole d’ordine convincenti sul tema del lavoro, forse qualcosa da rivedere c'è, eccome.


dal
Corriere Fiorentino di giovedì 6 maggio
politica interna
10 febbraio 2010
[Dal Corriere Fiorentino] Non andrò a votare perchè amo la politica
Caro Direttore,
dichiarare pubblicamente la rinuncia ad esercitare il proprio diritto/dovere di voto sarebbe cosa da non fare, mai. Tuttavia è quanto ho deciso: non andrò a votare per queste elezioni. Chi non partecipa ha sempre torto, si dirà, eppure ci sono delle ragioni per questa scelta. E non sono impolitiche o antipolitiche. Tutt'altro, sono ragioni radicalmente politiche.

Quello toscano non è un modello, è piuttosto un regime. Che ha ovviamente il proprio cardine principale nel sistema di potere riferibile al centrosinistra, ma che trova decisive sponde nel centrodestra. Il tutto ai danni dei cittadini. La cronaca delle scelte riguardanti le leggi elettorali di questa regione ne è una prova lampante. Il 7 maggio 2004 fu varato il Porcellinum toscano, legge elettorale con liste bloccate, grazie(!) al voto di DS, Forza Italia e AN, più i Verdi e i socialisti dello Sdi. I più zelanti potrebbero far notare che a pochi mesi di distanza da quel 7 maggio sono state istituite le primarie per legge. Una legge originalissima, in effetti, che permette ai partiti, di fare qualcosa che non è mai stato vietato e che, per giunta, permette di farlo a carico del contribuente.

Pochi mesi fa poi, in spregio alle indicazioni dell'Unione Europea che chiedono non siano cambiate le leggi elettorali a ridosso delle elezioni, è stata introdotta la soglia di sbarramento del 4% per avere diritto alla rappresentanza all'interno del Consiglio regionale della Toscana. La nuova legge elettorale è stata approvata con 43 voti a favore, quelli di PD e PdL (e fa sorridere che la candidata presidente del PdL si dica "rivoluzionaria") con l'accompagnamento di Alleanza Federalista e dei socialisti del Partito Socialista (gli stessi dello Sdi). E così oggi si chiede ai cittadini di andare alle urne per fare qualcosa che con difficoltà può essere chiamato votare.

Votare nella Regione in cui le pagine della cronaca politico/giudiziaria degli ultimi mesi hanno raccontato come le incrostazioni di regime siano ormai profonde, alla faccia di regole e regolamenti etici. Parlo in termini politici e ricordando che la giustizia la amministrano i tribunali, che in questo paese si è innocenti fino a prova contraria e che non trovo sano che le intercettazioni sian divenute un genere giornalistico. Tuttavia non si può nascondere il dato di una filiera di potere regionale che da troppo tempo non si rinnova (anche perché pare evidente che ci sia un interesse bipartisan a lasciare la situazione immutata).

Votare in una regione impoveritasi e senza prospettive credibili di crescita e rilancio economico, e che laddove resiste alla crisi lo fa nonostante la burocrazia, non certo grazie ad essa. Un territorio la cui immagine è perfettamente inquadrata dal fatto che la prima azienda per numero di addetti della regione toscana è la Regione Toscana. Immagine che dovrebbe interrogare chi, non da anni, ma da lustri governa non solo la Regione Toscana, ma anche la regione toscana.

Fare una croce sulla scheda per contribuire a perpetuare questo regime è dunque esercizio che lascio ad altri. Io mi tengo l'amarezza.

Tommaso Ciuffoletti

da il Corriere Fiorentino di Mercoledì 10 Febbraio
politica interna
25 gennaio 2010
[Da Il Corriere Fiorentino] Quella socialista è un'identità emotiva
Quella socialista è oggi una comunità dispersa. Eppure per la gran parte è connotata da una forte identità emotiva. Questa, si badi bene, è cosa diversa dall'identità politica e ci spiega quanto inutile sia perder tempo in sterili discussioni su dove stiano oggi i socialisti, se a destra o a sinistra. Certo molto del voto che fu del Psi di Craxi oggi si esprime a favore del centrodestra, ma il parallelo fra il fu segretario socialista e Berlusconi non regge. E' vero che i nemici del Berlusconi di oggi sono, per la gran parte, gli stessi che furono nemici di Craxi. Ma le analogie politiche non vanno molto oltre e non sono sufficienti a dar forza a tesi, dall'una o dall'altra parte, che sostengano un vero parallelo fra i due.

L'identità emotiva dei socialisti italiani di oggi sta nell'aver attraversato come comunità un evento tragico quale fu Mani Pulite. Tragico per questo paese, che ancora oggi ne paga il prezzo, e tragico per i socialisti perché furono obiettivo privilegiato non solo e non tanto del dispiegarsi di aberrazioni giudiziarie, come il ritenere la carcerazione preventiva un metodo d'indagine, ma di una e vera e propria campagna di violenza civile (semmai la violenza possa dirsi tale). Io ero poco più che un bambino, ma conservo un ricordo vivido di quando si scatenò la caccia al socialista (e se qualcuno ha da ridire sul termine, me ne trovi uno più adatto). L'esser conosciuto come socialista era una colpa da scontare ricevendo, e guai a lagnarsene, ogni possibile sorta di pubblico insulto. Questi ricordi son patrimonio d'esperienza di cui non mi vergogno, ma che anzi conservo con attenzione. Hanno contribuito, tra le altre cose, a vaccinarmi dalla retorica del moralismo militante, dall'ansia manettara dei tribuni della plebe, dalle tentazioni infami dello sciacallaggio.

Questo mi rende partecipe dell'identità emotiva socialista. C'è poi chi vi si è abbandonato fino a rimanerne oppresso per la vita. E non mi sento di giudicare nessuno per questo. Ciascuno ha le proprie fragilità e a volte, di fronte alla meschinità della violenza, anche le tempre più forti si piegano. Tradurre in coscienza politica quell'identità emotiva è però quasi un dovere per chi ha 30 anni e non può certo annodarsi su quel passato. Nel farlo, che non significa necessariamente far politica attiva, tengo piuttosto presenti le lezioni di Salvemini, dei fratelli Rosselli, di Ernesto Rossi fino a quelle di Craxi. E dovessi riassumerle con una sola frase, sceglierei quella di Guido Calogero: “la libertà che si deve amare è la libertà dell'altro”.

P.S _ Nel decennale della morte di Craxi, mentre leggevamo le parole del Presidente della Repubblica indirizzate alla sua famiglia, le agenzie davano notizia di un gruppo di appartenenti al “popolo viola” (non quello della Fiorentina! quello del No-B-Day) che per celebrare la ricorrenza improvvisavano un lancio di monetine davanti all'hotel Raphael. Ho provato a visualizzare la scena. Triste e grottesca allo stesso tempo. Una strada attraversata da romani, forse qualche turista e delle persone eccitate che tirano delle monetine al niente. Più che il fantasma di Craxi, è quello dell'imbarbarimento che sarebbe ora di mettersi alle spalle.

Tommaso Ciuffoletti

dal Corriere Fiorentino di Sabato 23 Gennaio
politica interna
12 dicembre 2009
[Massimo Bogianckino] Sindaco di Firenze
E così si è spento Massimo Bogianckino, sindaco socialista di Firenze a fine anni '80. Ieri lo ricordava il suo successore e compagno Giorgio Morales, con queste parole*: "Era un uomo di grande classe. Stupì tutti in consiglio comunale quando, nel discorso di insediamento citò un bellissimo passaggio di Marguerite Yourcenar nelle ‘Memorie di Adriano’. Non molti consiglieri avevano letto il libro. Lui ne aveva letti tanti".
politica interna
10 ottobre 2009
[Socialisti e post-socialisti] Una classe politica buona, ma sterile
. dal Corriere Fiorentino di martedì 6 ottobre 2009

Caro Direttore,

ho letto sabato le due interviste, a Spini e Nencini, sul “caso” socialista realizzate dal suo giornale. Scherzi dell'impaginazione, sopra quelle interviste campeggiava la foto di un altro importante socialista toscano, Alberto Magnolfi, ora consigliere regionale del PdL. Nell'articolo che stava sopra il pezzo dedicato a Magnolfi leggevo poi che un altro socialista è tra i papabili candidati alla segreteria del Partito Democratico fiorentino. Basterebbe ricordare poi che il consigliere più votato in assoluto a Firenze è stato Eugenio Giani per chiudere un divertente cerchio di ricordi.
Il socialismo toscano e fiorentino ha prodotto buona classe dirigente. Questo mi sembra un dato di fatto. A Nencini riconosco di essere l'unico che ancora cerca di tenere alto un nome nelle forme organizzate di un partito, per quanto piccolo. Valdo Spini dovrebbe essere più rispettoso di questo tentativo, considerato che la buona percentuale di voti che ha ottenuto alle ultime elezioni comunali è tuttavia inferiore al numero di trasmutazioni politiche da lui operate nel corso della sua lunghissima carriera.
Il problema è che quella classe dirigente, cresciuta in vario modo alla scuola dell'unico partito della sinistra italiana capace di farsi vera forza di governo, mi riferisco al Psi di Craxi, ha poi dovuto lottare duramente per sopravvivere al periodo in cui essere socialista era una colpa a prescindere. Per quanto all'epoca non fossi nemmeno adolescente ho ricordi forti di quell'infame periodo. So che chi vi è passato attraverso ha dovuto misurare, in alcuni casi tragicamente, non solo la propria tempra politica, ma anche quella umana.
Proprio perché conscio di ciò sospendo il giudizio su chi ha saputo dare più dignitosa prova di sé. Tuttavia una cosa accomuna tutti coloro che rappresentano gli epigoni di quella classe dirigente: nessuno di loro ha saputo costruirne di nuova. Nessuno di loro, ad oggi, ha avuto fino in fondo il coraggio di andare oltre se stesso. Una classe dirigente buona, dunque, ma sterile. E forse non poteva essere altrimenti.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti

P.S _ Quanto alle becere battute su socialisti e poltrone del consigliere verde Roggiolani credo che lo stesso Roggiolani sappia bene che il poltronismo non è esclusiva socialista. Ad ogni modo, io, socialista, di recente mi sono dimesso e licenziato per ragioni di coerenza politica. Due poltrone in un colpo solo. Come Fiorentina-Liverpool, due a zero e palla al centro egregio Roggiolani.
politica interna
27 aprile 2009
[In ritardo sulle polemiche. 25 Aprile fiorentino e socialista] Foscolo Lombardi nel ricordo di Carlo Francovich


Foscolo Lombardi

di Carlo Francovich
da “La Resistenza in Toscana” n. 9 e 10 di “Atti e studi dell'Istituto Storico della Resistenza in Toscana”, La Nuova Italia, Firenze, 1974

Il 7 luglio 1973 è morto a Firenze Foscolo Lombardi, socio fondatore e consigliere del nostro Istituto (Istituto Storico della Resistenza in Toscana ndInoz). Con lui scompare una delle più nobili figure del socialismo toscano. Figlio di un tranviere, fin da ragazzo si interessò alla vita politica, aderendo al Partito socialista italiano e lottando per la democrazia e la giustizia sociale nei primi anni del secolo. Dopo aver fatto con gravi sacrifici le scuole tecniche era entrato nelle ferrovie dello Stato, dedicando il tempo libero allo studio, e frequentando l'università popolare, di cui divenne poi uno dei dirigenti. Nell'immediato dopoguerra partecipò alla lotta del movimento operaio e fu preso di mira dai fascisti i quali, giunti al potere, nel '23 lo espulsero dall'impiego. Fu allora assunto come impiegato da una casa editrice e diresse, era un abile organizzatore, la propaganda dei testi scolastici.

Lo conoscemmo allora. I professori antifascisti sapevano che a Le Monnier il direttore di quel settore era uno dei loro, abbondando con essi in omaggi di libri e chiacchierando di un passato mitizzato, del triste presente e di un futuro pieno di speranze. Dopo il 25 luglio questo modesto impiegato, insieme con Gaetano Pieraccini, con il maestro Bruni, con Gino Bertoletti, anche lui scomparso in questi giorni, e con pochi altri, ricostruì la sezione fiorentina del partito socialista. Le sue doti di lavoratore instancabile, metodico e coraggioso si rivelarono in pieno. Ma il periodo in cui la sua personalità emerse fu quello della lotta clandestina. Non solo Lombardi fu uno dei capi del PSI, ma rappresentante socialista in seno al Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, ne divenne segretario, assumendo un ruolo di massima responsabilità. Infaticabile e meticoloso redigeva i verbali delle sedute, coordinava il lavoro di tutto il Comitato, girava tranquillo e sereno tra fascisti e tedeschi con le tasche piene di documenti e la borsa coi piombi dell'Avanti! Clandestino. E la sua voce in seno al Comitato fu sempre ascoltata e rispettata, perché deciso antifascista rivelava anche un sincero amore per la democrazia, nonché il buonsenso del popolano toscano, talvolta scanzonato. Si fece amare e rispettare da tutti. Dopo la Liberazione guidò la sezione fiorentina e nel 1947-48 divenne vice segretario nazionale del partito al tempo della segreteria di Lelio Basso. Data la sua modestia non volle mai né cariche né posti di prestigio, non brigò per essere eletto deputato o senatore, ma, affezionato al suo partito, lavorò per i compagni che riteneva più dotati e più capaci. Nei momenti gravi di crisi, di contrasti interni, si ricorreva a Lombardi e tutti accettavano il suo giudizio e il suo responso, sapendo che era dettato da un compagno onesto al di sopra delle correnti.

Negli ultimi anni della sua vita si dedicò all'organizzazione dell'Istituto Storico della Resistenza in Toscana. Gli faceva piacere trovarsi in mezzo alle carte ed ai documenti tra gli amici di allora e esplicando anche qui le sue preziose capacità di organizzatore e di abile diplomatico, pensoso di conservare, almeno in questa sede, l'unità antifascista del Comitato di Liberazione Nazionale. E se oggi l'Istituto Storico della Resistenza in Toscana occupa un posto non secondario tra gli altri istituti regionali, questo merito è soprattutto di Foscolo Lombardi.

Abbiamo collaborato con lui in quegli anni ed abbiamo avuto modo di ammirarne la modestia, l'onesta e la serietà morale. Per quelli che lo hanno avvicinato è stato un maestro. E' vissuto povero, un modesto stipendio, una più modesta pensione ed è morto povero. Nulla ha mai chiesto a nessuno, pur avendo diritto alla riconoscenza di tutti. I compagni più giovani lo ricordano con venerazione ed ammirazione, i compagni meno giovani lo piangono come si piange la morte di un fratello maggiore che ti ha lasciato un insegnamento, un esempio di coerenza, di onestà civile e di fede socialista.
politica interna
12 giugno 2008
[n.26] Labouratorio e le intercettazioni. Ma quanto mi pensi?


“Saluti a comandante e signora”. I più educati di noi hanno spesso l’accortezza di inserire questo intermezzo auto-promozionale nel corso delle proprie conversazioni telefoniche e/o in chat. E’ la cortesia che usa chi sa che in questo paese non è cosa poi tanto inusuale quella di essere in tre al telefono. Un ménage à trois di cui si sorride, ma che in fondo potrebbe inquietare anche solo per il fatto che lo si ritenga possibile.

Ma non è solo, e non è tanto, l’idea di potersi trovare in un curioso triangolo ad inquietare. Quello che inquieta davvero è il sapere che “l’altro” dei tre è un potenziale irresponsabile. Mi spiego meglio.

A noi pare che il vero nodo della questione sollevatisi in merito al decreto legge sulle intercettazioni, non stia tanto nel testo di quell’articolato.
In realtà è vero che anche il modus operandi di coloro che le intercettazioni autorizzano e dei cui brogliacci poi dispongono, necessita di una revisione (si veda qua per spiegazioni in merito).
Tuttavia rimaniamo convinti che il vero nodo rimanga quello individuato da uno dei tre referendum che nel 1987 furono presentati dal Partito Radicale, il Partito liberale italiano e il Partito socialista italiano (anche se poi sulla condotta di quest’ultimo in quel frangente ci riserviamo di esprimerci in altra sede). In particolare ci riferiamo a quello sulla responsabilità civile dei magistrati, referendum vinto dai sì, con ampio superamento del quorum, ma purtroppo rimasto pratica, più che lettera, morta (sorte simile a quella toccata al referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti). Questo perchè, molto semplicemente, secondo noi una qualsiasi intercettazione in mano ad una autorità che gode di una grande discrezionalità e che soprattutto gode di un margine di irresponsabilità eccessivamente ampio non suonerà mai molto rassicurante.

Si dirà che l’argomento introdotto in questo modo appare tirato per i capelli. Non è così. Al di là delle tante questioni relative alla giustizia italiana che vengono periodicamente gettate nella mischia del dibattito politico, che su questi temi registra regolarmente i picchi più bassi di un livello medio pur non troppo elevato, ci sono pochi grandi temi che (forse proprio perché) sono cruciali e che vengono regolarmente elusi.

Oltre a quello della responsabilità civile dei magistrati, ne citiamo altri due che sono ormai rimasti patrimonio raro nelle proposte politiche dei pochi partiti italiani ancora in vita: la separazione delle carriere e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Sembrano bazzecole. Noi crediamo invece che siano delle minime referenze per partecipare "di diritto" al consesso della civiltà giuridica europea.

SOMMARIO DEL N.26


politica interna
13 maggio 2008
[Labouratorio n.22] Working Class Hero
di Andrea D'Uva

Fatto il governo ora tocca di governare. Berlusconi ha varato il suo quarto esecutivo, al quale spetterà il compito di guidare l’Italia per i prossimi cinque anni.
Un risultato pare già essere centrato ed è il superamento dell’instabilità politica: poter contare su di un ampia maggioranza consente di affrontare in maniera incisiva il tema fondamentale delle riforme. In particolare quelle che dovrebbero stare maggiormente a cuore a chi a sinistra si riempie la bocca della parola “riformismo” riguardano la sfera sociale e del lavoro, le cui deleghe sono state affidate ad un ministro la cui storia personale è legata proprio all’area socialista: Maurizio Sacconi. Già esponente del Psi poi approdato a Forza Italia, era sottosegretario al Welfare ai tempi della stesura del libro bianco di Marco Biagi, con cui collaborò prima dell’assassinio del giuslavorista.

Le prime dichiarazioni del neo ministro fanno ben sperare. Ha dichiarato, pur criticandola per via dei costi che graveranno soprattutto sulle future generazioni, di non voler modificare la controriforma pensionistica voluta dal governo Prodi, questo per evitare di alimentare il clima di incertezza in campo previdenziale. La priorità, ha proseguito Sacconi, deve essere l’aumento di partecipazione al lavoro, aiutando con politiche mirate le categorie più marginalizzate ovvero le donne, i giovani e gli ultracinquantenni. Al tempo stesso il governo ha in programma di adottare a breve scadenza un provvedimento teso all’incremento della parte variabile di salario, ed alla detassazione degli straordinari, due voci legate alla produttività aziendale. Ogni opposizione a tali proposte non potrà prescindere dal merito delle proposte stesse, per risultare credibile agli occhi di un elettorato apparso più maturo di come lo ha tradizionalmente dipinto una certa intellighenzia.

Quale atteggiamento adotterà il Partito Democratico? Accetterà la sfida del riformismo, quello concretamente praticato non quello meramente predicato? Oppure si chiuderà su di una logica di contrapposizione aprioristica? Se ascolterà le sirene di quella parte di sinistra, radicalmente conservatrice, peraltro esclusa dalla rappresentanza parlamentare, nell’illusione di attrarre verso di se il suo elettorato finirà col perdere la sfida della modernità. Se sposerà la linea della triplice sindacale, cercando una rivincita postuma in qualche manifestazione di piazza si condannerà ad una posizione di nostalgica retroguardia. CGIL, CISL e UIL appaiono scettici rispetto alle proposte governative e sono orientati ad una generica redistribuzione, attraverso maggiori detrazioni, di pochi spiccioli nella busta paga di tutti i lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Tale operazione rischia di essere scarsamente percepita dalla maggioranza dei lavoratori come un reale incremento del potere di acquisto e sarebbe marginalmente ininfluente rispetto alla produttività. Sentirsi premiati, in termini economici, per la quantità di lavoro aggiuntiva data alla causa aziendale è una legittima aspirazione di molti lavoratori dipendenti, i quali non sono più disposti a farsi irretire dalla retorica della lotta di classe all’ombra della quale molti sindacalisti si sono nascosti per farsi casta e portare avanti una carriera nella quale il lavoro ha avuto poca o punta parte. La politica riprenda il suo ruolo, che è quello delle decisioni. Nei paesi democratici le preferenze dei cittadini si esprimono con il voto, mentre nei sistemi oligarchici sono le corporazioni a dettar legge.

Pare che la maggioranza parlamentare l’abbia capito e stando al governo appronterà le sue decisioni, vedremo cosa sarà capace di fare l’opposizione dal cui atteggiamento dipende la possibilità di evolvere verso una forma più moderna di sinistra.

SOMMARIO DEL N.22

politica interna
8 maggio 2008
[Orgoglio socialista] Nessun parlamentare, ma ben 4 ministri


Abbiamo il ministero degli Esteri, quello dell'Economia e Finanza e quello del Lavoro, Salute e Politiche Sociali. Tre importanti ministeri con portafoglio.
Quasi non bastasse ci siamo presi anche quello della Pubblica Amministrazione. Altro che Lega ed Alleanza Nazionale, sono i socialisti a far la parte del leone di questo governo!

politica interna
24 aprile 2008
[Romana] Il rancio del compagno Rutelli


Dal Corriere della sera, 2.XII.1993


ROMA . L' ombra di Bettino Craxi ha presenziato all' ennesimo "faccia a faccia" in tv tra i candidati sindaco Francesco Rutelli e Gianfranco Fini. Ieri l' ex segretario del Psi ha fatto giungere all' esponente progressista il suo sostegno. "No grazie - ha replicato Rutelli durante la trasmissione su Canale 5 - e' una polpetta avvelenata, una provocazione preparata a tavolino per danneggiarmi. Vorrei vedere Craxi consumare il rancio in galera al piu' presto". Fini non ha mancato l' occasione per dire la sua: "La verita' e' che Craxi appoggia Rutelli perche' con lui sindaco di Roma avra' la possibilita' di rientrare in politica".

Tra le palme finte della scenografia di Canale 5, che ieri sera ha ospitato negli studios del Celio l' ennesimo "faccia a faccia" tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, si e' consumato uno degli scontri piu' pesanti di questa campagna per l' elezione del sindaco di Roma. In mattinata le agenzie di stampa avevano gettato sul candidato progressista tutto il peso del sostegno di Bettino Craxi. Senza fare il nome di Rutelli, l' ex segretario del Psi ha affermato che "e' assolutamente giusto che i responsabili del Psi sentano il dovere di compiere ogni sforzo possibile per concorrere a impedire una vittoria del segretario del Msi". E ha aggiunto: "I voti socialisti e ex socialisti dovrebbero essere tutti disponibili per il candidato alternativo". Non e' mancata una postilla tutta craxiana: "Meglio sarebbe naturalmente se questi voti venissero richiesti e sollecitati in modo aperto e pubblico e in buona e dovuta forma". Enrico Mentana, che ha condotto il "Braccio di ferro" con i due ospiti, non poteva non avviare il dibattito senza citare l' "abbraccio" di Craxi a Rutelli. E l' atmosfera si e' subito scaldata. "No, grazie. A questa offerta di appoggio rispondo cosi' ", ha subito replicato il candidato progressista che era stato preparato alla domanda dallo stesso conduttore prima della messa in onda. "La considero una velenosa provocazione. Io e Craxi siamo avversari, mi ha tenacemente contrastato la scorsa primavera, in Campidoglio, quando ero candidato sindaco". Quella di Craxi, ha continuato Rutelli, "e' una polpetta avvelenata, una provocazione preparata a tavolino". L' aspirante sindaco sa di avere in mano un argomento delicatissimo (poche migliaia di voti possono decidere la sua elezione) ma sa anche di poter sparare ad alzo zero su uno dei politici meno amati in Italia. "Vorrei vedere Craxi in galera al piu' presto", incalza. "E una sciagura che Craxi vada ancora in giro" si slancia Rutelli immaginando l' ex segretario del Psi impegnato a consumare "il rancio delle patrie galere". Il candidato progressista sente di mantenere bene il ritmo. Sembra perfino infervorato: "Craxi vuole solo danneggiarmi". Ma ecco che Fini fa uno sgambetto. Interrompe: "Capisco l' imbarazzo di Rutelli. Sta compiendo un patetico tentativo di arrampicarsi sugli specchi. La realta' e' che Craxi lo appoggia perche' con lui sindaco ha la possibilita' di rientrare in politica. E piu' garantito da Rutelli che da me". E ancora: "Craxi mi avversa perche' sa che se vinco io lui certo resta fuori". La polemica si allarga, mette in campo Berlusconi e il pluralismo delle sue testate. Fini se la prende anche con Mentana, una battuta con lo staffile: "Forse quando lei era amico di Craxi c' era meno pluralismo di adesso...". Pronta replica del conduttore, che non riesce a rinunciare al sorriso tv: "C' e' chi ha amicizie piu' imbarazzanti delle mie". E cominciata cosi' . E se fosse continuata sullo stesso tono, la trasmissione sarebbe finita probabilmente prima del limite per invasione di campo. Ma, dopo uno scambio dl genere, i duellanti hanno lasciato i guantoni e sono passati a sciabole e fioretti, senza peraltro affibbiarsi colpi mortali. Gli argomenti sono sempre gli stessi: il "federale" Teodoro Buontempo, braccio destro di Fini confermato in Campidoglio, con i suoi avvisi di garanzia, Rutelli ostaggio dei partiti che lo sostengono. La questione morale: "Tu annaspi" accusa Rutelli. "Annaspi tu" risponde Fini. Le tasse: "Il ricavato deve essere investito dove viene versato, circoscrizione per circoscrizione" promette Rutelli. Fini: "Bisogna abbassare l' ICI e incentivare gli investimenti". Un giornalista di l' Unita' formula a bassa voce una domanda micidiale: "Fini, non capisco perche' lei dice che andra' alle Fosse Ardeatine se sara' sindaco. E se non sara' eletto non ci andra' ?". Il segretario del Msi replica provocatorio: "Non mi meraviglio che uno dell' Unita' non capisca...". Il cronista: "Lei offende". Qualche parola forte senza microfono e l' incidente si ferma. Il dibattito riprende. Il livello e' basso. "Rutelli, tu sei la faccia presentabile di una moneta fuori corso" dice Fini alludendo al "vecchio sistema" che appoggerebbe il candidato progressista e contro il quale si batterebbe l' esponente della destra. Mentana non ne puo' piu' : "Giudicheranno i telespettatori" chiude salomonico. Il gran finale dello scontro tra i due aspiranti alla "poltronissima" del Campidoglio si terra' domani. Rutelli al Palasport, Fini al Teatro Tenda. Ciascuno con i suoi, senza dover subire la presenza dell' avversario. Ormai i due sembrano non poterne piu' delle decine di ring messi in piedi da giornali, tv, categorie, associazioni di ogni tipo. Prima di iniziare la trasmissione, ieri si sono ignorati. L' ultimo sondaggio Cirm indica Rutelli al 53,5%, mentre Fini si attesta al 46,5%.

Pullara Giuseppe 
9 aprile 2008
[Mani Pilate] Il debito di Veltroni con Di Pietro


Dire che Veltroni aveva un debito verso Di Pietro fa indignare alcuni. Non ce n'è ragione, perché si tratta di una verità storica. Senza gli effetti politici di Mani Pulite i dirigenti di quel Partito che si chiamava Comunista Italiano avrebbero dovuto fare conti ben più onesti, ma anche più salati, con una ragione politica che era uscita sconfitta dal confronto con la storia. Mani Pulite invece offrì l'occasione per evitare quella necessaria revisione, facendo così molto male alla sinistra italiana, non solo al Partito Socialista Italiano.
Fece altresì del bene giusto ad un gruppo dirigente che è rimasto sostanzialmente invariato, passando indenne attraverso cambi di sigle - Pci, Pds, Ds ed oggi Partito Democratico - senza mai rivedere fino in fondo le proprie ragioni e la propria prassi politica. Un gruppo dirigente di cui fa parte (e faceva parte anche senza mai essere stato comunista) Walter Veltroni. L'alleanza con Di Pietro ed il rifiuto dei socialisti è coerente con questa storia. Una storia che non è la mia, né quella di chi utilmente voterà Partito Socialista.
CULTURA
11 febbraio 2008
[# 9] Labouratorio non si fa assorbire


Labouratorio non si fa assorbire. Gli altri facciano quello che credono. Noi non ne abbiamo bisogno.
Noi eravamo socialisti e democratici per la libertà nel 1956 a Budapest, noi eravamo socialisti e democratici per la libertà nel 1968 a Praga. Noi abbiamo avuto la Fortuna di essere radicalmente socialisti e democratici nei Settanta e non rinneghiamo niente delle battaglie culturali e democratiche degli Ottanta.
Noi siamo già stati umiliati e offesi, non democraticamente, nei Novanta, ma non per questo moriremo oggi con la schiena piegata.
Radicali e socialisti. Perché siamo tanto invisi al buon Walter? Non è il nostro “laicismo”, quella è una scusa che vale per i titoli dei giornali e per dare soddisfazione alle parti più clericali del PD.
La verità è che noi rappresentiamo quella possibilità che Walter deve negare, quella storia che deve essere cancellata, quel retaggio da dimenticare. Dobbiamo essere cancellati perché siamo la prova che quanto di moderno c’era a sinistra non stava nelle identità negate del PD.
Stava invece in storie politiche che ancora potrebbero essere attuali senza bisogno di negare se stesse. Smontando quindi alla base l’assunto di fondo del PD, ovvero che sia necessario disfarsi di del “vecchio”, in nome di un “nuovo” … che poi sai che gran nuovo il Walter!
Cerchiamo piuttosto proposte scellerate, pazze, suicide. Vogliamo l’orgoglio dell’essere socialisti, vogliamo la lotta dell’essere radicali, vogliamo il rigore dell’essere liberali e la laicità che l’essere liberali comporta.
Ma non ci facciamo illusioni. Ci guida chi è stato finora pavido, ci risponde chi ormai parla da solo alla radio (anche se almeno lotta).
Facciano quello che credono, se ci credono. Noi non ci facciamo assorbire.
sfoglia
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