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DIARI
6 luglio 2015
[#BentornataUnità] In bocca al lupo
Un giorno scrivi che Renzi è fascista.
Il giorno dopo chiudi.
E il giorno dopo ancora ti ritrovi Erasmo D'Angelis direttore.
?#?bentornataUnità? e in bocca al lupo.
vita da impiegato
24 giugno 2015
[Stefano Fassina] E il socialismo in Colombia
Non mi sta simpatico. Ma gli voglio bene.
Uno di quei compagni di università che la sera esci e gli dici di unirsi, ma lui ringrazia, declina e preferisce rimanere a casa che ha da leggere un volumone di qualche economista marxista colombiano.
Ma che quando fai una cena a casa e inviti due o tre fanciulle (magari colombiane anche loro), eccolo che si rimbocca le maniche e ti cucina qualche piatto tipico che faceva sua nonna. Beve, si lancia, si diverte. E magari rimedia anche da trombare.
Dopo qualche anno lo incontrerai per strada. E' diventato funzionario di un qualche organismo internazionale che finge di governare l'economia e la finanza. Uno di quei luoghi di merda che avrà avuto su di lui un'influenza nefasta.
Convincendolo che il socialismo fosse nel volumone del marxista colombiano, invece che nella cena a casa con le colombiane.
Stefano Fassina.
Nonostante tutto. Ti voglio bene.
letteratura
4 maggio 2015
[Italicum 3] In sintesi
Letta avrebbe presentato la stessa legge.
Renzi lo avrebbe attaccato molto più astutamente.
danza
4 maggio 2015
[Italicum 1] Bavagli
A) Noi siamo il cambiamento, chi è contro di noi è per l'immobilismo.
B) Agli italiani non gliene frega nulla della legge elettorale.
C) Con questo Parlamento questa è l'unica legge possibile.
D) Non si può votare col Porcellum emendato dalla Corte Costituzionale.
Tutte queste ragioni (alcune vere, altre mera prepotenza) non sono riuscite a convincermi della bontà di questa brutta legge elettorale.
Poi ho visto Passera in piazza col bavaglio.
E la maglietta sopra la giacca.
diritti
17 marzo 2015
[Contro] Le unioni civili per froci
Sono fermamente convinto che le unioni civili siano una forma travestita di discriminazione. In poche parole un'ipocrisia.
Esiste uno strumento che si chiama matrimonio.
Negarlo a chi prova amore e vuole impegnarsi con una persona del proprio stesso sesso è una prepotenza vigliacca e ipocrita.
Ecco. L'ho detto.
Per quanto mi riguarda le unioni civili per gli omosessuali (e solo per loro) sono una pessima scelta di discriminazione ipocrita.
L'eterosessualità come orientamento sessuale di Stato.
E l'omosessualità come vergogna tollerata a cui concedere un recintello di dirittini.
Era difficile immaginare qualcosa di peggio.
teatro
22 gennaio 2015
[La vita] E' quella cosa che accade ...
La vita è quella cosa che accade alla gente normale mentre quelli del PD cercano i 101 di Prodi.

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SCIENZA
19 gennaio 2015
[Fassina dall'interno] Come il baco tenia
Fassina combatte dall'interno.
Come il baco tenia.

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SOCIETA'
19 gennaio 2015
[Non mancava nessuno] Se n'era andato Cofferati
Ci guardammo intorno e non mancava nessuno.
Se n'era andato Cofferati.
politica interna
15 dicembre 2014
[Dal PD a Sanremo] S'io fossi Fassina
Con quel falsetto vedrei bene Fassina a Sanremo.
SOCIETA'
27 novembre 2014
[Pisani] Contro il Job's Act e la logica.
Occupano la sede del PD di Pisa mostrando un cartello contro il Job's Act e la scritta: ?#?noninmionome?.
Lo fanno indossando maschere che ne nascondono il volto.
Quindi, non vogliono che il Job's act venga approvato il loro nome. E per farlo hanno la brillante idea di nascondere il proprio nome.
Che ci volete fare.
Sono pisani.

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/11/26/jobs-act-occupata-sede-pd-a-pisa_abd640b2-7886-45d4-a54e-03b6ff282c47.html
SOCIETA'
27 giugno 2014
[dal Corriere Fiorentino] Un bambino in carcere. Parliamo di cose serie.

Domenica 13 ottobre, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, è ospite di Lucia Annunziata nel programma Mezz’ora su Raitre. Da candidato alle primarie che allora si svolgevano per eleggere il segretario nazionale del Partito Democratico, Renzi rivendica il suo spirito pratico di “uomo del fare” con la grinta che gli è propria. E in tema di carceri e giustizia rivendica “Noi siamo stati i primi in Italia ad aver fatto l’Icam (l’Istituto di custodia attenuata per le madri) per dire che le mamme detenute non stiano in carcere ma in una struttura ad hoc. Parliamo di cose serie!”.

Parlando di cose serie venne subito fatto notare dal dottor Luigi Pagano, vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che molto banalmente Firenze non poteva essere la prima città in Italia ad aver istituito l’Icam per l’ovvia ragione che a Firenze, l’Icam, non c’era.
E non c’è nemmeno oggi.

E’ questa la paradossale ragione che a Sollicciano costringe in carcere da 5 anni un bambino che di anni ne ha poco più di 6, come ha raccontato la cronaca di Antonella Mollica su queste pagine nei giorni scorsi. In Italia un bambino può rimanere in carcere con la madre detenuta fino ai 3 anni. Una legge del 2011 ha innalzato l’età massima per i bambini detenuti, ché tali sono anche loro, fino a 6 anni, a patto che vengano alloggiati in uno dei già rammentati istituti di custodia attenuata. Che però, nella gran parte dei casi, non ci sono.

E’ la solita grande ipocrisia italiana. Una legge dello Stato prescrive una condotta che lo Stato stesso non è in grado di rispettare. Il carcere è lo specchio più evidente di questa ipocrisia. La stessa con la quale, come Repubblica italiana, aderiamo a trattati internazionali contro la tortura, ma poi nelle nostre carceri non siamo in grado di far rispettare standard minimi di umanità e rispetto della dignità umana.
Tecnicamente il nostro è uno Stato criminale. Criminale non meno di coloro che alloggia nelle proprie sovraffollate carceri. E sarebbe divertente spiegarlo agli sventolatori di manette, ai tanti intellettuali del “bisognerebbe sbatterli in galera e buttare via la chiave”, agli alfieri della società civile che in sprezzo ad ogni logica riescono ad evocare nella stessa frase parole come “etica”, “morale”, “calci in culo” e “impiccagione”.

Ma sarebbe interessante parlarne anche con il fu sindaco di Firenze Matteo Renzi. Dimenticandoci della bugia detta dall’Annunziata, dimenticandoci anche delle sue giravolte in tema di provvedimenti di clemenza per i detenuti. Ma rammentando che questo non è un problema che riguarda solo i sondaggi di gradimento di un’opinione pubblica imbarbarita. Ma riguarda la civiltà di un paese. E di un popolo.

dal Corriere Fiorentino di Venerdì 27 giugno

politica interna
15 aprile 2014
[dal Corriere Fiorentino] Tutti contro Nardella ... e poi?
«Tutti contro Nardella» è il grido di battaglia. Da quando è partita la campagna elettorale per le amministrative fiorentine, il gioco dei candidati alternativi al dato per favorito è quello di attaccarlo con fuoco incrociato.
Fisiologico si dirà. Da un lato Nardella è il candidato del partito e della coalizione più forte in città, dall'altro la sua candidatura, al di là delle primarie-proforma organizzate in quattro e quattr'otto dal Pd, è stata frutto di una investitura dall'alto, da parte di Matteo Renzi, che ha sollevato una serie di obiezioni, più o meno strumentali. Nardella stesso sa, comunque, che deve affermare un proprio profilo, diverso e distinto da quello del suo predecessore.

Così, mentre lo slogan della sua campagna — «Firenze Più di prima» — sta ad indicare la continuità con l'esperienza renziana, Nardella ha già abbandonato il progetto di parcheggio sotterraneo in piazza del Carmine, che era nei piani della precedente amministrazione. Giusto per fare un esempio.
A maggior ragione, il «tutti contro Nardella» che prende sovente di mira lui per colpire il fantasma di Renzi, una sorta di cartello anti-favorito, è un giochino che lascia il tempo che trova. Intanto, perché scagliarsi contro un fantasma è esercizio meramente retorico e poi perché l'esperienza renziana si è sì chiusa in modo controverso, ma è stata più e più volte confermata nel suo gradimento da parte dei fiorentini. E la si pensi come si vuole su Renzi, ma oggi è in discussione il futuro di Firenze per i prossimi cinque anni.

Non sarebbe male, per fare un esempio, se qualcuno iniziasse a mostrare il coraggio di sfidare il candidato più forte sul terreno delle proposte. Le tre domande sulla «questione movida» che il Corriere Fiorentino ha rivolto domenica a tutti gli aspiranti sindaci, nessuno escluso, hanno ricevuto risposte che nel migliore dei casi sembravano scritte secondo il manuale Cencelli del candidato equilibrista, che dà ragione ai commercianti, ai residenti, ai ragazzi e richiama la politica a dare le giuste risposte (il problema è che se le risposte son queste, la prossima volta tanto vale rivolgersi altrove).
Rammento inoltre, tra le altre cose, che uno dei primi punti programmatici segnalati dalla candidata dei grillini fiorentini è stato un fermo «no agli Ogm». Considerate voi la vastità delle aree agricole che insistono sul territorio comunale e valutate il rilievo di tale proposta.

Perché si potrà anche mirare ad indebolire Nardella con attacchi continui a lui, alle liste che lo sostengono e ad altre questioni di minimo interesse per Firenze, ma credere che così facendo si possano guadagnare dei voti presuppone l'idea che i fiorentini siano prima tifosi e poi cittadini. Il che potrebbe pure essere un convincimento storicamente fondato. Ma rimarrebbe ben piccolo patrimonio, su cui cercare al massimo di speculare. Non certo di costruire.

dal Corriere Fiorentino di martedì 15 aprile.
2 dicembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] La decadenza della giustizia
In casa PD c’è chi ha brindato per la decadenza di Silvio di Berlusconi. A ben vedere ci sarebbe poco da brindare. Se qualcuno pensa che questa sia la sua uscita di scena, secondo me, sbaglia. Ma diamo pure per buono che questa sia la fine, per via giudiziaria, del Berlusconi politico e consideriamo cosa ciò potrebbe significare per il paese. A leggere i titoli dell’intervista di Roberto Speranza, capogruppo PD alla Camera, sul Corriere della Sera di ieri, si potrebbe credere che adesso la strada per una riforma radicale della giustizia sia spianata (anche se sono naufragati, per la gioia di Travaglio, i referendum dei Radicali in materia). Se però oltre ai titoli si leggono le parole del giovane Speranza, la speranza vien presto meno. Timoroso nonostante l’abbrivio, non dice una parola chiara in merito a nodi come separazione delle carriere (“non è il problema principale”), obbligatorietà dell’azione penale (“è giusta, ma”), responsabilità civile dei magistrati, equilibrio dei poteri e sovraffollamento delle carceri. Del resto per tanto tempo la sinistra ufficiale di questo paese ha accettato che a dettare la propria linea in materia di giustizia fosse l’Anm. Non lo dico io, ma un autorevole, lui sì, esponente della sinistra italiana come Emanuele Macaluso.
Sarebbe invece opportuno che il PD, a partire dal prossimo segretario Matteo Renzi, tenesse bene a mente che l’uscita di scena di Berlusconi non risolve affatto i problemi di una giustizia penale che ha mandato prescritti quasi un milione di processi negli ultimi 10 anni. E soprattutto non risolve i nodi che riguardano il potere di ricatto della magistratura nei confronti della politica.
Se la smettono di cercare i 101 franchi tiratori dell’affaire Prodi, i democratici potranno ripensare a quando lo stesso dovette dimettersi dalla guida del suo ultimo governo. Quello del 2006-2008. Prodi non cadde per il tradimento di De Gregorio, come una diffusa bugia oggi racconta, cadde per le indagini che un procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Mariano Maffei, che di lì a due settimane se ne sarebbe andato in pensione, aprì a carico dell'allora ministro di Giustizia Clemente Mastella. Di quella inchiesta rimane oggi ben poco contro Mastella (mentre Maffei è stato intanto incriminato per abuso d'ufficio e calunnia). Ma il governo cadde.
Se avanzasse un po’ di tempo tra un brindisi e l’altro, il PD potrebbe dunque farsi venire qualche idea per alimentare la speranza (esse minuscola) di una che riforma che rimane necessaria oggi quanto ieri.

da Il Corriere Fiorentino di sabato 30 Novembre 2013
18 novembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] E un caro saluto agli intellettuali di sinistra
Matteo Renzi sta conducendo la sua campagna per l'elezione a segretario del Partito Democratico ricorrendo, tra le altre cose, ad una serie di slogan in forma di cartelli che indicano parole d'ordine nuove che ne rottamano di vecchie. In uno pubblicato ieri si legge come oggetto da abbandonare il “partito dei salotti”, per sostituirlo col “partito del lavoro”. La didascalia che accompagna spiega: “Le fabbriche non ci votano, i disoccupati non affidano a noi la speranza di stare meglio, chi crea posti di lavoro non si affida a noi; dobbiamo tornare ad essere il punto di riferimento di tutto il mondo del lavoro”.
Programma ambizioso e critica sferzante a quel noi che altri non è che il Partito Democratico. Giustappunto. Il partito dei salotti evoca immagini ormai classiche di intellettuali più o meno organici che pretendono di raccontare la realtà seduti su poltrone di design al caldo di calzini di finissima lana Kork e del caminetto di un loft.

Il partito dei salotti evoca immagini di politici e intellettuali più o meno organici che pretendono di raccontare la realtà seduti su poltrone di design al caldo del caminetto di un loft.
Se il caviale ha ribattezzato giornalisticamente questa schiera come quella della gauche caviar, il cachemire è quello che ha mietuto più vittime. In cachemire il Fausto Bertinotti Presidente della Camera mentre il suo partito affiggeva i manifesti “anche i ricchi piangano”, in cachemire (e in barca) pure D'Alema e, con eleganza inglese, anche un suo fiero critico come il professor Paul Ginsborg e prima di loro
l'altero e fico Lucio Magri fondatore de il manifesto. Habitat naturale della sinistra chic, nell'immaginario collettivo, è la meravigliosa cittadina toscana di Capalbio, che quest'anno ha premiato Serge Latouche per le sue teorie sulla decrescita felice e che a lungo ha ospitato nei suoi rinomati e non proprio economici stabilimenti personalità illustri come Umberto Eco, o grandi dirigenti del Pci come il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex presidente Rai Claudio Petruccioli, ma senza trascurare anche ospiti di altra estrazione politica come Rutelli, Fini e Adornato. E si potrebbero evocare anche immagini più gossippare, come quella della ex ministra della cultura Giovanna Melandri in vacanza a Malindi. Una fiera antiberlusconiana ospite di Briatore. Il quale però va a pranzo con Renzi e dice che, non vi fosse Berlusconi, lo voterebbe pure. E lo stesso Renzi non è che manchi d'essere assiduo frequentatore dei salotti moderni: i talk show televisivi. Per cui lo slogan appare efficace più nella sintesi, che non nell'analisi. Analisi che invece è mirata meglio nella didascalia, laddove tocca per capi pur sommi, i punti veri della perdita di contatto con la realtà che sconta la sinistra italiana tutta, non solo il PD.

Ed ecco che il riferimento al partito dei salotti può acquistare, se si vuole, un senso oltre lo slogan.
Il punto non riguarda la colpa, d'apparenza morale, d'avere una passione per i salotti, le lane di capra, il bel mare o la popolazione nilotica dei Masai, ma sul ruolo che il “partito dei salotti”, per rimanere allo slogan renziano ha storicamente svolto in questo paese. Perché la colpa di tanti di quegli intellettuali di cui sopra, non è stata quella di cedere al vizietto di indossare calzini costosi nel mentre che pontificavano sulla condizione operaia all'alba del terzo millennio, ma di aver conquistato quei calzini accettando di fare un lavoro che non era affatto quello dell'intellettuale. Mi spiego meglio. Quando si parla di intellettuali in Italia si parla storicamente di intellettuali di sinistra, ma sarebbe meglio dire della sinistra. E in particolare si fa riferimento al mondo che accompagnava o orbitava intorno al grande partito della sinistra italiana, il Pci. Non che non vi fossero altri ambienti abitati da intellettuali, fossero più o meno radicali, borghesi, undergournd o postfascisti. Ma quello dell'intellettuale della sinistra è il caso più rilevante. Intellettuali, questi ultimi, che confrontavano il loro precipuo impegno d'analisi della società con l'impianto ideologico del Pci che quella realtà già inquadrava secondo una lettura piuttosto rigida, nonostante le varie morbidezze e peculiarità del comunismo italiano.

Ecco, tanta parte degli intellettuali della sinistra, dal dopoguerra in avanti, più che leggere criticamente la realtà ha trovato molto più agevole limitarsi ad aderire alla lettura che della realtà già dava il partito, permettendosi al massimo il lusso di qualche precisazione su temi marginali, il piccolo peccato d'eresia che assegnava un senso al ruolo dell'intellettuale e mostrava il volto aperto e dialogante del Partito, che accettava le critiche come spunto per progredire nell'analisi della strategia rivoluzionaria e compensava l'intellettuale con prebende e aiuti accademici. In pratica gli intellettuali della sinistra erano la voce registrata del centro benessere che ti dice che
tutto va bene, che ti conferma la certezza essere nel giusto mentre sonnecchi. E mentre gli intellettuali rassicuravano, il Partito, effettivamente, sonnecchiava. E non si è mai veramente svegliato nemmeno sotto i colpi del crollo del Muro di Berlino, e non si è accorto dei cambiamenti dell'economia, della struttura produttiva del paese, dei mutamenti nel mondo del lavoro. Di tutte quelle trasformazioni che hanno portato il nuovo più grande partito della sinistra italiana ad essere quel partito che Renzi giustamente disegna nella didascalia. “Le fabbriche non ci votano, i disoccupati non affidano a noi la speranza di stare meglio, chi crea posti di lavoro non si affida a noi”. Se Renzi riuscirà a cambiare tutto questo avrà compiuto una grande impresa.

dal Corriere Fiorentino di domenica 17 novembre


14 novembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] Petti gonfi e PSE
Caro Direttore,
ho letto con interesse l’analisi di David Allegranti sul rinnovato dibattito in seno al Pd riguardante l’adesione o meno al Pse: il Partito dei Socialisti Europei per chi non lo sapesse. E credo siano parecchi a non saperlo. Del tutto legittimamente. Ai tempi della mia giovanile militanza in un partito che aderiva al Pse, unico in Italia, mi divertivo sovente ad irritare i miei più pomposi compagni, che gonfiavano un petto da 1% scarso dei consensi con il richiamo alla grande famiglia europea dei socialisti, facendo loro presente che io, piuttosto che andare a rompere l’anima alla gente in nome del Pse, l’avrei fatto più volentieri in nome di Geova. Con la fondata convinzione che avrei pure trovato maggiore riscontro di pubblico. Perché il dibattito sull’adesione a questo o quel partito europeo è, alla meglio, un dibattito fumoso, ad uso e consumo, solitamente strumentale, di pezzi di ceto politico o di supposti intellettuali più o meno organici. Intanto riguarda quelli che, lungi dall’essere partiti federali sono semplici rappresentanze di gruppi parlamentari del Parlamento meno rappresentativo che si conosca in Occidente, il Parlamento Europeo. In seconda battuta i gruppi parlamentari europei sono storicamente abitati da persone che vengono dalle tradizioni più disparate e spesso incoerenti con gli approdi (basti pensare che l’europarlamentare Giulietto Chiesa per un periodo fu addirittura iscritto al gruppo dei Liberali e Democratici!). Anche quelli che oggi si chiamano genericamente socialisti possono essere molto variegati. Non pochi sono figli della sparizione forzata di partiti comunisti dell’Europa Orientale e non è che abbiano posizioni e formazioni culturali perfettamente sovrapponibili a quelle dei laburisti inglesi o dei socialdemocratici svedesi. A questo obiezione vi risponderanno che la diversità è una ricchezza ed è tipica dei grandi partiti. Vero. Ma dei grandi partiti nazionali del ‘900. Oggi sarebbe bello avere invece dei partiti federali o transnazionali, che possano anticipare la formazione di una patria europea, invece che limitarsi a riproporci un’Europa delle patrie. Ma non sarà certo con dibattiti strumentali sul Pse che li avremo. Anzi! Ridurre il dibattito sulla rappresentanza dei cittadini nelle istituzioni europee ad una disputa strumentale sull’adesione o meno al gruppo socialista del Parlamento Europeo è piuttosto avvilente. Del Pse ricordo semmai, con piacere, l’Ecosy, la Federazione dei Giovani Socialisti Europei, e i racconti (solo quelli s’intende) sulle virtù delle compagne scandinave. Il resto, francamente, era noia.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti

dal Corriere Fiorentino di giovedì 14 novembre
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