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danza
4 dicembre 2015
Calzini e destini
Campagna per le comunali fiorentine. E' il 2009.
C'è questo evento organizzato dalla nostra lista. Sinistra per Firenze. Partecipa Nichi Vendola e Renzi viene a portare un saluto.
A fine serata si ferma a fare due chiacchiere e gli presento Sofia e Mila.
Lui inavvertitamente chiede loro: "Vado bene vestito così?".
Mila guarda la giacca color blu Oltrepò pavese e si mette direttamente a ridere. Sofia adocchia la cravatta dorata e, donna d'onestà intellettuale altissima, risponde sincera: "No".
Ci rimase male.
Niente mi toglie dalla testa che fu allora che mi giocai il mio futuro politico.


sessualità
19 gennaio 2015
[Cicci] Volano per sostenere

Ho letto da qualche parte che Ingroia, Ferrero di Rifondazione, Civati, Vendola e Cicci il Mostro di Scandicci sono volati in Grecia per sostenere Tsipras.
Se così fosse chiedo sinceramente scusa al popolo greco che non meritava tanti affronti tutti insieme.

SOCIETA'
11 luglio 2014
[dal Corriere Fiorentino] Berlinguer non ti voglio bene, ma ti rispetto.

Il neoassessore fiorentino Lorenzo Perra orgogliosamente rivendica l’intitolazione di una piazza cittadina ad Enrico Berlinguer “un atto di sinistra, doveroso e che non a caso è tra i primi della nuova amministrazione”. E qua, Berlinguer a parte, è interessante prendere nota della priorità che la nuova amministrazione ha individuato per Firenze: intitolare piazze.

L’intitolazione avviene mentre Sinistra Ecologia e Libertà, nel trentesimo della morte di Berlinguer, promuove una campagna nazionale proprio per invitare i sindaci “a dedicare all’indimenticato segretario del Pci uno spazio vissuto del proprio comune”. Considerando le divisioni in cui si dibatte il partito di Nichi Vendola non si può negare che l’utilizzo di Berlinguer come santino possa avere un suo senso, appacificante e unificante.

Infine Enrico Rossi, anche lui, dice di voler ripartire da Berlinguer per ricostruire la sinistra. Già che ci siamo ci sarebbe anche da ricostruire il Muro di Berlino, predicare l'Eurocomunismo, rivendicare la diversità morale di un partito che prende fondi pubblici, soldi da Mosca e domina la Lega delle Cooperative e poi saremo pronti per la leadership di Enrico Rossi.

E va bene, benissimo così, perché a Berlinguer tocca dire di volergli bene, pena lunghe discussioni con amici e conoscenti che su tutto accettano punti di vista diversi, ma guai a toccargli Berlinguer. Più austeri dell’austera figura del dirigente di partito che ci hanno tramandato. Più permalosi di un fiorentino se gli tocchi la Fiorentina. Berlinguer il buono, il Giovanni XXIII del comunismo italiano. E secondo me qualcuno sarebbe pure tornato a casa dando una piccola falcettina e un martellino ai propri bimbi dicendogli che glieli mandava il Segretario.

La mistica del Berlinguer uomo onesto ed uomo probo ha travalicato ogni riferimento storico e politico. Così come il mito della diversità è diventato l’estremo rifugio per ogni sentimento di rivalsa, per ogni redenzione postuma, spesso immeritata, di militanti e non. Fino all’apice dell’omaggio registico di Veltroni. L’omaggio ad un uomo che da politico e segretario di un partito che aveva ramificazioni, organiche e non, nei giornali, nelle accademie, nelle procure, diceva di volere un partito che cessasse di occupare lo Stato. Il punto è che lo diceva da politico (più astuto che coraggioso secondo me). Certo non lo diceva da filantropo, non da figurina per santini. Quello che invece per tanti continua inevitabilmente ad essere e, quel che è peggio, ad essere tramandato. Anche a Firenze.

dal Corriere Fiorentino di venerdì 11 luglio

politica interna
21 febbraio 2013
[Cineserie] I formicolii del cinese

Lo slogan del Partito Democratico per questa campagna elettorale è stato “L’Italia giusta”. Non s’andrà lontani dal vero rilevando che non si è trattato di un grande slogan, né di una grande campagna elettorale. Forse la convinzione che i giochi fossero chiusi dopo il successo delle primarie del centrosinistra ha fatto rilassare qualcuno più del dovuto. O forse, una volta posatasi la polvere della sfida tra Renzi e Bersani ci si è resi conto che intorno il mondo non aveva usato la cortesia di fermarsi.

E così il PD si trova oggi nella scomoda posizione di primo partito annunciato, ma col problema duplice di rischiare di essere recuperato da concorrenti più aggressivi e di dover gestire un dopo elezioni tra un alleato, Sinistra e Libertà, che rivendica la fedeltà agli accordi presi ed un potenziale alleato futuro, Monti, che invece non vuole saperne di narrazioni e profumi di sinistra.

In attesa del riscontro delle urne c’è da notare un Matteo Renzi che nella gestione del proprio profilo post-primarie ha ricominciato a dare qualche timido ma significativo segnale di movimento. Nella fase della morte apparente seguita alla sconfitta con Bersani, il nostro ha perso per strada non pochi supporter d’idee, pur salvando in posti garantiti per Parlamento e Senato alcuni suoi fedelissimi. Anche in questo caso si potrà dire che non s’è trattato di una brillante gestione della sconfitta. Molti, per descriverla, hanno usato l’immagine del cinese che attende sulla riva del fiume il cadavere del nemico. Laddove il nemico sarebbe il segretario del PD Bersani.

Malignità, verrebbe da dire. Specie alla luce dell’impegno renziano per aiutare il PD di Bersani. Non che l’ex rottamatore abbia rispolverato il camper (anche perché l’ormai ex autista sta per diventare onorevole), ma certo qualche apparizione da bravo militante se l’è concessa. S’è addirittura meritato il plauso di D’Alema. Uno che ai tempi gli aveva promesso che si sarebbe fatto male.

Tuttavia Renzi, nei suoi comizi, ha progressivamente allentato la tensione antimontiana che gli veniva chiesta all’inizio per prendere le distanze dai suoi ex-sostenitori che con il professore sono andati a candidarsi in quota società civile. Per Grillo ha usato il bastone, ma non la mazza chiodata dei vertici del PD, e coi grillini la carota di una rabbia compresa dal sindaco Renzi. Che vi siano segnali da cogliere in questi atteggiamenti? Forse son solo malignità. O forse il cinese sulla riva del fiume ha iniziato a sentire qualche formicolio da legislatura in bilico.

politica interna
26 novembre 2012
[Comunicato PRimarie] Nr. 6
Vendola è quello più in difficoltà. Altro che ago della bilancia.
Fuori dalla coalizione si agitano sindaci e moralizzatori che stanotte han festeggiato il suo basso risultato.
Da oggi si apre la partita più difficile per il governatore della Puglia.
politica interna
2 novembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Le primarie, Renzi ... Taricone e la Santanchè
Esercizio per le teste d'uovo del Pd: definire in due righe «elettore di centrosinistra». Chi ha votato almeno una volta per un partito di centrosinistra? Definire allora «centrosinistra». L'Italia dei Valori è un partito di centrosinistra? A sentire l'ultimo Bersani si direbbe di no. Allora è elettore di centrosinistra chi voterà centrosinistra a prescindere dall'esito delle primarie? Se così fosse allora è il concetto di «politica» a dover essere ridefinito. Perché il paradosso e l'ipocrisia del dibattito sulle regole per le primarie del centrosinistra sta proprio nel prescindere dal fatto che «il problema è politico» (come si diceva un tempo nelle case del popolo). Se queste primarie hanno un merito, è quello di porre per la prima volta sul tavolo nazionale del centrosinistra una serie di opzioni tra loro realmente alternative. Non sono le primarie di Prodi, tanto per essere chiari. E non solo perché si tratta di una sfida vera in termini elettorali, ma perché i contendenti sono portatori di proposte politiche che, al di là dei giochini retorici, sono diverse e tra loro sinceramente alternative. Ed è proprio questa la forza e la novità di questa competizione elettorale.
Sbaglia chi crede che ci sia solo una competizione tra personalità diverse, stavolta ci sono opzioni vere e distinte tra cui scegliere. E su questo, senza timore d'esser tacciati volgarmente di «renzismo», si deve riconoscere al sindaco di Firenze di aver saputo dar voce a istanze non nuove dentro il suo schieramento, ma proposte per la prima volta con la possibilità di diventare maggioritarie.
Sbaglia chi non riesce a vedere in questa sfida un'opportunità per il centrosinistra. Perché è vero che le primarie sono un format politico-mediatico con regole proprie, ancora nuove per il sistema italiano. Così come è vero che Renzi spiazza perché è un interprete brillante di questo format dato che a differenza dei politici tradizionali, che considerano il riflesso mediatico del loro agire politico, lui considera il riflesso politico del proprio agire mediatico (non è un gioco di parole, ma una questione fondamentale). Però all'interno di questo format la politica c'è, in modo evidente. Per questo sono convinto che, tanto più in una fase in cui l'astensione è una prospettiva di (non) scelta per tanti elettori, il centrosinistra dovrebbe investire sulla forza attrattiva di questa competizione, invece di scoraggiare il voto degli italiani (soprattutto se simpatizzanti di Renzi...), nononostante l'ammonimento delle elezioni siciliane.
P.S. Per capire quanto sia decisivo l'elemento «politica» all'interno del format primarie si pensi per un attimo alle possibili primarie del centrodestra. Il vuoto del dibattito su cui si vanno annunciando rischia di farle assomigliare a un format che rimarrebbe soltanto mediatico, stile Grande Fratello. Ma Taricone era molto più interessante della Santanché.
politica interna
26 ottobre 2012
[Silvio rimembri ancor ..] Delle differenze decisive tra Matteo e i suoi
La differenza tra Renzi e i suoi competitorz è che loro
considerano il riflesso mediatico del loro agire politico.
Lui, che è un passo avanti,
considera il riflesso politico del suo agire mediatico.
E' una differenza decisiva.
politica interna
25 ottobre 2012
[Oppure] Vendola
Spero che Vendola sia innocente.
Oppure ciao.
politica interna
23 ottobre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Renzi nel Sulcis. Le riprove del rottamatore
«Sul Sulcis non ha senso spendere altre risorse pubbliche per sostenere un'occupazione che non è lavoro, ma welfare assistenziale». Così Matteo Renzi si è espresso più volte sul caso delle miniere sarde. «Per il Sulcis lo Stato ha sborsato l'equivalente di 70 mila euro l'anno per dipendente, roba che se li avessimo dati direttamente ai lavoratori sarebbero stati tutti dirigenti».
Da oggi Renzi è in Sardegna per il suo tour elettorale e vedremo se difenderà le sue ragioni, magari di fronte a quegli stessi lavoratori che domenica hanno contestato a Carbonia il suo concorrente alle primarie Nichi Vendola.
Al netto dell'approssimazione sulle cifre, Renzi con questo passaggio (che peraltro fa bisbigliare a molti dirigenti del Pd «sono d'accordo, ma non lo posso dire») intende sostenere un'idea di welfare diversa da quella che si è storicamente affermata in Italia. Da noi la parola d'ordine è diventata «difendere il posto di lavoro», sovente anche a prescindere dal fatto che il lavoro ci fosse o potesse ragionevolmente mantenersi. Nella storia sindacale del nostro Paese ci sono casi eclatanti di scelte operate legando il destino di lavoratori a posti di lavoro difesi contro ogni ragionevolezza. Posti di lavoro in aziende palesemente non competitive che hanno finito per portare i lavoratori a fondo con loro.
Renzi, che in questo segue la linea tracciata dal professor Pietro Ichino nel solco di un riformismo coraggioso e non ideologico, propone invece la formula di un welfare che tuteli il lavoratore, non già il posto di lavoro. Attraverso ammortizzatori sociali, formazione e incentivi. E' un politico mediatico e sloganizza questo concetto, ma ha il merito di metterlo sul tavolo di discussione con una forza inedita per il dibattito all'interno della sinistra italiana.
Allo stesso modo Renzi dovrebbe avere il coraggio di rilanciare ancora le sue ragioni in tema di lavoro accettando la sfida di Nichi Vendola, arrivata attraverso un videomessaggio (da cui si evince che Vendola, come Renzi, è andato a lezione da esperti di comunicazione), di accompagnare i lavoratori Fiat allo stabilimento di Pomigliano. Al netto delle imprecisioni contenute nel messaggio di Vendola, l'occasione per Renzi è quella per tornare su una questione che l'infelice frase di Marchionne su Firenze ha spostato su un piano di interesse limitato. Ai tempi Renzi sostenne infatti Marchionne nell'affermare la necessità di poter concepire un diverso sistema di relazioni sindacali, più collaborativo. Un sistema che vige in altri Paesi in cui i lavoratori partecipano a rischi, oneri, ma anche premi e ricompense legate ad impegni per aumentare la produttività. Un sistema che non di rado dà frutti migliori di quelli offerti dalla conflittualità tipica del sistema italiano.
Staremo a vedere.

dal Corriere Fiorentino di martedì 23 ottobre
10 ottobre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Un marziano alle primarie

Siete il celebre marziano di Flaiano. Sbarcate in Italia, sentite un comizio di Vendola, leggete un’agenzia di Fassina e subito v’immaginate di essere in una terra malata di un morbo chiamato liberismo. Se per curiosità andate a leggervi cosa sia questo liberismo potreste farvi l’idea che l’Italia sia una terra dove il mercato regna sovrano, anzi tiranneggia, su ogni altra istituzione, la competizione è sfrenata in ogni ambito produttivo e lo Stato è ridotto ad uno snello controllore di pochissime regole.

Bisognerebbe che qualcuno, prendendovi amorevolmente sottobraccio, vi spiegasse che non è esattamente così e dei tanti problemi che affliggono questo paese - dall’evasione fiscale al familismo amorale, dal clientelismo alle degenerazioni del capitalismo di relazione, dall’inefficienza della pubblica amministrazione alle arretratezze culturali dei sindacati – il liberismo non è certo il più pressante. Con buona pace dei capi di quella che in questo paese chiamiamo sinistra.

Fuor di battuta, Vendola ha fatto la sua “discesa in campo” nel modo più ovvio: “Renzi sta a destra, Bersani al centro, io mi metto a sinistra”. E per ribadirlo ha attaccato il sindaco di Firenze dandogli del destro e quindi del “liberista”. Se esiste un modo vecchio di concepire la politica è esattamente questo.

Il dirigente del Pd, Stefano Fassina invece, ha compiuto un testacoda avvincente, dato che fino a ieri ha dato anch’egli del liberista a Renzi, salvo poi denunciare ieri che lo stesso Renzi copia il programma del Pd. E allora delle due l’una: o il programma del Pd l’ha scritto un liberista e quindi quel liberista di Renzi lo copia, oppure Renzi non è quello scellerato fanatico del mercato che egli ha dipinto fino all’altro ieri. Tertium non datur dicevano i latini.

Ma a Renzi, oggi, non in nome del liberismo, ma della credibilità come leader, spetterebbe dire una parola sulla questione del Ddl Damiano (Cesare, lo stesso dell’abolizione dello scalone Maroni) sugli esodati. Perché si tratta di un provvedimento proposto in clima da campagna elettorale (e non è un caso che in Commissione Lavoro l’abbiano votato all’unanimità), che manca in modo eclatante di una credibile copertura finanziaria a fronte di un onere che rischia di superare i 30 miliardi di euro e se è vero che il governo ha commesso degli errori, anche gravi, ai tempi della riforma Fornero (votata peraltro dagli stessi che hanno votato il ddl Damiano) non è con provvedimenti senza copertura che questi verranno risolti. Da rottamare non è il presunto liberismo di Renzi, ma l’irresponsabilità di una classe politica che come da tradizione non è mai tanto compatta come quando si tratta di spendere e promettere sotto campagna elettorale.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 10 ottobre

politica interna
18 settembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] RenZen e il mutevole quadro politico

Come in un giardino zen in miniatura, dove un passaggio del palmo di mano azzera forme e geometrie, così la politica italiana si muove oggi su uno scenario instabile e precario. La crisi e la necessità di non allarmare mercati e speculatori sono il solo punto fermo. Ad esso segue logicamente la necessità che il dopo Monti non sia un salto nel buio. Legittimo che chi è all’opposizione del governo Monti abbia voglia di far parte della coalizione che governerà il paese dopo di lui. Altrettanto legittimo è far notare che forse è ancora il tempo delle azioni, più che delle narrazioni. In questo contesto Matteo Renzi rappresenta un elemento di potenziale innovazione, qualcuno direbbe piuttosto stravolgimento, del centrosinistra. Una sua vittoria avrebbe due effetti immediati: sganciare il Pd dal rapporto parasubordinato con la Cgil (che presumibilmente si mobiliterà per sostenere l’attuale segretario del Pd) e annullare l’ipotesi di un governo Bersani con Vendola a rimorchio. Tuttavia a cancellare quest’ultima ipotesi provvederebbe anche un cambio della legge elettorale che eliminasse il premio di maggioranza. Un’ipotesi che, nel rispetto della Costituzione, rimanderebbe con grande probabilità al Presidente della Repubblica e al Parlamento la nomina del Presidente del Consiglio senza alcun vincolo dovuto ad indicazioni farsesche di novelli premier sui simboli elettorali. Un’ipotesi che non pare del tutto sgradita anche ad una parte del Pd stesso, con la consapevolezza dei rischi e pericoli che attendono chi governerà il paese dopo il (primo?) governo Monti.

Tornando a Matteo Renzi e alla sua sfida per le primarie (che nel caso di un cambio della legge elettorale potrebbero al massimo servire a definire i rapporti di forza interni al Partito Democratico) la sua sfida è partita proprio all’insegna del superamento del quadro politico attuale con l’appello/avviso agli elettori in libera uscita dal centrodestra. Più in generale, per avere delle chances, Renzi deve fare di tutto perché queste primarie diventino oggetto di dibattito diffuso. La creazione dell’attesa intorno al loro svolgersi e il fermento che travalica i confini del dibattito politico gli fanno guadagnare posizioni.
Ma nella frenesia della corsa renziana, quasi il sindaco fosse un novello Forrest Gump, non ci si dimentichi che si sta parlando, appunto, di un sindaco. Di una città che non ama sentirsi trascurata. E dove l’idea di un Renzi proiettato a Roma sta già scaldando parecchi aspiranti successori. Ma anche qui, come in un piccolo giardino zen basta un palmo di mano per azzerare ogni prospettiva.

dal Corriere Fiorentino di Sabato 15 settembre

politica interna
13 settembre 2012
[Intercettazioni] La verità su Renzi
... ad oggi la sua [di Matteo Renzi] utilità reale è quella di scongiurare l'ipotesi di un governo Bersani. Non so se l'avete capito.
Renzi serve a scon
giurare l'ipotesi nefasta per il paese di un governo Bersani in accompagnata con Vendola. In questo la funzione di Renzi è realmente salvifica. Solo che finita questa funzione Renzi non ha altro campo immediato davanti a sè. Non so se vi è chiaro.
Ecco il punto che dovete mettervi in testa è questo.
Ma se Matteo è così sveglio che con un colpo di mano riesce a mettersi nel taschino la realtà delle cose io allora gli faccio tanto di cappello.
Poi però mi ritiro a meditare sul monte Penna ...
politica interna
5 settembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Renzi, il PD, gli attacchi, la Seconda Repubblica
Casa del popolo fiorentina. Prendo un caffè mentre aspetto che un avventore con molte più primavere di me finisca di leggere l’Unità. Giunto il momento, cortesemente domando: «Scusi, posso prendere il giornale?». «Prenda, prenda, tanto ormai anche qui l’è tutto un Renzi. Due pagine su i’Renzi, i’commento su i’Renzi, le lettere su i’Renzi. Pare che l’Unità la sia l’organo di’Renzi».
Non credo che lo stagionato avventore fosse un raffinato spin doctor, né che si sia mai fregiato del titolo di lìder, né tantomeno di Maximo. Eppure ha capito.

Ha capito quello che ai tempi delle primarie per succedergli sfuggì all’ex sindaco Leonardo Domenici e che oggi sfugge a D’Alema, Bindi, Franceschini e altri autorevoli esponenti del Partito democratico, compresi giovani dicono brillanti segretari. Sparare addosso a Matteo Renzi, oramai candidato ufficialmente alle primarie del centrosinistra, è il modo migliore per accreditarlo. Tanto più se le sparate sono portate con eccesso di stizza, argomentate in politichese e mosse dalla malcelata voglia di difendere posizioni di potere dalla propagandata brama di rinnovamento del sindaco di Firenze. Una trappola in cui ieri si è infilato anche Beppe Fioroni, che ha lanciato al rottamatore un ultimatum subito respinto al mittente: se vuoi candidarti a premier devi dimetterti da sindaco entro il 28 ottobre, cioè 180 giorni prima delle elezioni. Così dice la legge. Che però riguarda i candidati al Parlamento, non quelli alla presidenza del Consiglio, come spiega il politologo Stefano Passigli, che non è un famiglio del sindaco.

Alla serie di bordate Renzi è bravissimo a replicare in punta di battuta, conquistando nuovo spazio mediatico, senza mancare di concessioni a marketing da «Libro Cuore» come quando va a Vasto per sostituire la foto di Bersani-Vendola-Di Pietro con quella di giovani di belle, pare, speranze.

In questo gioco delle parti, dov’è paradossale che a scegliersi il ruolo dei cattivi siano quelli che dovrebbero essere invece vecchie ed astute volpi, rimane in un angolo proprio la politica. Non quella delle alleanze fra partiti o delle geometrie da bar del destra-sinistra, ma quella del «che fare» in questo momento per l’Italia? D’Alema dice che Matteo Renzi è immaturo e che non è pronto a guidare il Paese. Non è il solo a pensarla così in un Paese indebolito e intimorito come l’Italia, che s’illude che affidabilità faccia rima con over 60.

Ebbene, se davvero è così immaturo e impreparato perché non incalzarlo sui temi più scottanti del governo del Paese? E perchè non accettare la sfida in tv che Renzi ha proposto a Bersani? La risposta sta probabilmente nelle mille contraddizioni che abitano da sempre il Pd e nella convinzione dei vecchi dirigenti, e dei loro giovani discepoli, che sia più facile liquidare Renzi assegnandogli il ruolo del disturbatore, del turboliberista, del pericoloso destro che «con noi non ha niente a che fare». Lo fanno sapendo che il richiamo della foresta è da sempre forte su un elettorato divenuto nel tempo radicalmente conservatore come quello della sinistra ai tempi della Seconda Repubblica. La scommessa di Renzi, in fondo, è proprio che quest’ultima sia ormai ad un passo dal venir meno. Una scommessa il cui esito non dipende solo da lui.
14 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Quanto è vecchio il nuovo patto dei democratici e progressiti

La grande novità della politica estiva dicono sia il patto dei democratici e dei progressisti avanzato da Bersani, accolto da Vendola e benedetto da Casini (uno che, a leggere la sua lettera al Corriere della Sera di ieri, sembra arrivato da Marte e invece è in Parlamento dal 1983). Vai così a leggere il contenuto di questo grande patto, guardi alla voce Lavoro e la prima cosa che noti è il solito refrain del meno tasse sul lavoro e più tasse sui patrimoni. Per non abbandonare sconsolato la lettura con troppa fretta decidi di concederti anche il passo dedicato all’Europa. E qua tra i primi punti leggi che si richiede la “fine del dogma dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici assunto come unico fine in sé”.

E’ quanto basta per capire che di passi in avanti non v’è ombra. Il PD si conferma un partito schiavo delle sue paure, tanto pavido da risultare ipocrita. Perché è un partito che sostiene il rigore imposto da Monti senza il coraggio di dirlo (rigore imposto a suon di tasse più che di tagli ed il timore è che presto anche la Regione Toscana possa fare altrettanto). Appoggia con atti, riforme che non ha il coraggio di sostenere a voce. Agisce senza capacità di pensiero costretto dalla responsabilità della contingenza, ma schiacciato dalla paura di dire e dirsi perché è necessaria quella responsabilità.

Il punto della spesa pubblica è la cartina tornasole per capire il paradosso di cui è schiavo. Perché se è vero che il dogma dell’austerità è sbagliato, ancora più sbagliato è il dogma della spesa pubblica intoccabile. Peggio ancora: innominabile. Eppure la crisi legata al debito pubblico di questo paese imporrebbe la necessità di affrontare proprio questo nodo. C’è chi lo fa con coerenza sul fronte liberale, ed è il caso del manifesto “Fermare il declino” promosso da Oscar Giannino e firmato a livello locale anche dall’assessore Petretto. Sul fronte (per semplificare) socialista si preferisce invece nascondere la testa sotto la sabbia. Per troppo tempo, infatti, ci si è abituati a gridare alla macelleria sociale ogni volta che venivano proposti tagli alla spesa pubblica. E lo si è fatto anche quando quella spesa foraggiava privilegi ingiusti, intollerabili e nemici del lavoro e dei lavoratori, quelli veri.

Se davvero si vuole proporre una via di sinistra per uscire dalla crisi lo si può fare anche in nome della spesa pubblica. Chiedendo che sia più giusta, che non foraggi clientele e fannulloni. Accettare la sfida di un suo ridimensionamento per concentrarla là dove veramente può servire ad aiutare tutti e gli ultimi per primi. Ma se si ha paura anche di nominarla, beh, la sfida è già persa.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 8 agosto

politica interna
31 maggio 2011
[Status] Vendola, l'amore e la bava
Vendola: un uomo che parla d'amore con la bava alla bocca.
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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