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politica interna
6 settembre 2010
[Tra il dire e il fare] La meritocrazia secondo Massimo Cacciari
RadioRadicale. Massimo Cacciari intervistato da Massimo Bordin. Pippone di 25 min. su meritrocrazia, prendere a calci in culo, ribellarsi, l'eguaglianza del merito, il merito, il merito, la meritrocrazia. Poi uno gli fa una domanda sul precariato. Cacciari: "Al comune di Venezia avevamo 400 precari. Facendo salti mortali li abbiamo stabilizzati tutti". Eran tutti meritevoli. Ovvio. Mai fidarsi dei filosofi.
politica interna
3 giugno 2010
[dal Corriere Fiorentino] I giovani e il conto di un futuro già speso (da altri)
Disoccupati e bamboccioni, umiliati e offesi, cornuti e mazziati. Trovate il binomio che più vi piace, ma per i giovani italiani non c'è molto da ridere. Il rapporto Istat pubblicato la settimana scorsa parlava chiaro e il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo ha ribadito in modo perfetto nella sua relazione di martedì: se c'è una categoria che più di altre il nostro paese ha scelto di penalizzare in maniera drammatica è proprio quella dei cosiddetti giovani. Categoria transitoria, certo, ma che ormai raccoglie sotto il suo disgraziato ombrello anche uomini e donne che hanno più di trent'anni.

Ma il punto che i dati forse non colgono è che la sconfitta dei giovani italiani sta nel non avere nemmeno catene da perdere. Sta nel non avere coscienza del portare appeso al collo il giogo di un'esclusione ingiusta e truffaldina. Qualcuno direbbe che non abbiamo “coscienza di classe”. E se questa sembra retorica valgano gli esempi. Uno su tutti. C'è stata forse qualche sommossa di piazza allorché il governo Prodi decise di abolire il famigerato scalone Maroni? Tutt'altro, a sinistra lo si celebrò addirittura come una conquista. Una conquista che ha interessato direttamente poco più di 100mila lavoratori, che ha permesso loro, nel migliore dei casi, di andare in pensione un anno prima, ma che è costata alle casse dello Stato 10 miliardi di euro in 10 anni. Tutto questo in un paese in cui il 60% della spesa sociale è impiegata per le pensioni. Il silenzio di una generazione di fronte a quel furto è stata la prova provata che essa manca di voce e di coscienza. Ed è un deficit grave in un paese dove la logica di casta viene fatta valere anche dai più piccoli gruppi di privilegiati, in un paese dove i privilegi degli insiders sono uno schiaffo in faccia alla deprivazione degli outsiders.

La mancanza di “rappresentanza di classe” dei giovani, la loro esclusione, è inoltre un costo anche per il paese. Perché manca la voce di chi è legittimo portatore d’interessi del futuro. Di chi avrebbe da alzarsi, ogni tanto, e dire che non si può continuare a finanziare a debito un benessere mal distribuito. Non si può continuare a ipotecare il futuro di tutti, o almeno di tutti coloro destinati o condannati ad averlo un futuro, per garantire solo il presente di alcuni. Ed è con questo sguardo cinico, incattivito se si vuole, che può capitare di guardare alla crisi attuale ed ai suoi effetti.

Ed è con cinismo che può venir da sorridere di fronte alle proteste dei 117 dirigenti (ripeto: 117) della Regione che rischiano di vedere i propri stipendi, da oltre 90mila euro annui, leggermente ridotti. Perché è vero che tagli lineari alla spesa pubblica tendono inevitabilmente ad essere iniqui, ma intanto arrivano in un sistema dove l’iniquità è norma di Stato e poi perché fatico a ricordare grandi sostenitori della meritocrazia nel pubblico impiego quando pure c’era l’occasione per esserlo utilmente. Durante la scorsa legislatura ho avuto la sorte, e l’onore, di lavorare per il deputato che presentò la proposta Ichino per un’authority sul pubblico impiego. Un deputato di sinistra, che presentava ad un governo di sinistra il progetto elaborato da un ex-dirigente della Cgil. Ci dissero che non si poteva fare. E non ricordo grandi prese di posizione da parte di dirigenti pubblici a difesa di quel progetto. O meglio le ricordo, perchè furono molto poche.

Diceva Sciascia che “i nodi vengono al pettine, quando c’è il pettine”. Ebbene la crisi è il pettine; ed è un pettine spietato. Eppure mostra quanto l’egualitarismo di casta sia ingiusto due volte, perché esclude chi è fuori e privilegia senza distinzione chi è dentro per il solo fatto di essere dentro. Se poi a qualche dirigente proprio non sta bene l’alleggerimento in busta paga, potrebbe fare a cambio con la mia o cederla a qualche qualificato trentenne disoccupato.

Lo so è sgarbato dire così, ma mi si passi la battuta, per quanto scortese; non foss’altro perché quando a noi sarà consegnato il conto di un futuro già speso da altri, probabilmente, avremo molta meno voglia di scherzare.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 2 giugno
politica interna
23 ottobre 2009
[Sentenza] Inappellabile
TUTTA ITALIA E' CEPPALONI
e non c'è un cazzo da ridere

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