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18 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Trogolema

Sabato, alla festa dell'Unità di Firenze, D'Alema se l'è presa, fra svariati altri s'intende, anche con Angelo Panebianco, colpevole di aver scritto un editoriale in cui individuava nella battaglia sulla riduzione fiscale, l'arena dove si combatte e si combatterà “una battaglia per l'identità della sinistra”.

E dire che proprio la risposta di D'Alema, ad una domanda sulla giustezza o meno di una politica di riduzione delle tasse, è stata dedicata ad inquadrare l'annuncio di Renzi sulla cancellazione della Tasi come una proposta sbagliata, perché non di sinistra. Una questione che ha richiamato esattamente il punto di un'identità politica che non si può tradire. D'Alema ha quindi confermato la bontà dell'analisi di Panebianco nel momento esatto in cui se la prendeva con lui.

Ma al di là di questa involontaria finezza logica, la chiave dell'analisi di D'Alema sulle scelte di riduzione fiscale conferma anche l'altra parte dell'analisi di Panebianco. Ovvero quello di un atteggiamento ideologicamente ostile alla riduzione delle tasse da parte di quella sinistra di cui D'Alema fa parte. E si potrebbe aggiungere anche che si tratta di un'ostilità che è tale non è solo ideologica, ma anche piuttosto rozza e demagogica.

“Perchè se tu metti i soldi in tasca ai ricchi, non è che quelli vanno dal droghiere. Li investiranno, da qualche parte, magari all'ester … non lo so”. Questo è uno dei passaggi meno azzeccati di quella risposta. In cui tuttavia emerge chiaramente che tagliare le tasse non si può perché poi si tagliano anche ai ricchi e questo non è di sinistra. Ora però bisognerà chiarirsi, anche qui, su un punto logico ineludibile. Le tasse se le riduci, le riduci a quella parte di cittadini che le pagano (in Italia non sono moltissimi, ma insomma ancora qualcuno è rimasto). Di solito chi le paga ha un reddito (e anche questo non è banale). E se il suo reddito è alto pagherà più tasse. E se le riduci, potrebbe capitare di ridurle anche a lui. Questo spero lo si possa accettare anche nella sinistra di cui parla D'Alema. Così come s'accetterà di dover dare buono, fino a prova contraria, che anche chi guadagna molto (e in Italia i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro di imponibile Irpef sono poco più dell’1 per cento del totale) lo fa in modo legittimo e fa parte anche lui del consesso civile. E magari va pure dal droghiere (anche perché da certi droghieri è bene presentarsi con conti solidi, visti i prezzi).

L'Italia ha un debito pubblico molto alto, un Pil che non cresce, un'evasione fiscale intollerabile quasi quanto la pressione fiscale su coloro che le tasse le pagano. Ma poi si scopre che il problema sono i ricchi che dichiarano il proprio reddito, ma non vanno dal droghiere. Io non lo so se questo è un atteggiamento post-comunista o meno. Ma mi pare piuttosto trogloditico.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 16 settembre

22 luglio 2015
[A Firenze] C'era una volta il Renzi
Vi fu un tempo in cui a Firenze s'era il bellico del mondo. Erano i tempi del Renzi.
Matteino faceva un rutto ed ecco tre telecamere, un corsivo di Gramellini, un rutto più forte di D'Alema e la Bignardi a sentire se odorava di cipolla.
E noi fiorentini felici ed orgogliosi.
Perchè dopo una vita spesa a specchiarci negli occhi sgranati del solito turista, anche la nostra atavica presunzione ch'egli stesse guardando noi quanto siam belli, invece che il Duomo, iniziava ad incrinarsi. Iniziava ad affiorare il dubbio che forse non s'era poi così belli come c'era sempre stato insegnato a credere.
E invece l'onda renziana aveva rinsaldato la convizione che noi siamo i meglio di tutti. Fiorenza tornava a prendere il posto che le spetta di diritto. Al centro del mondo e in culo a Niuiòrc, Londra e chi cazzo è Parigi che noi di Parigi si conosce solo Narciso.
Oggi invece siam tornati d'improvviso agli anni d'oro in cui non contavamo un cazzo. Matteino nostro è a Roma che stringe patti con gli italiani e noi non ci caca più nessuno. Eppure ci si prova ad attirare un po' d'attenzione. La zingara che caca, il marocchino che piscia, quegli altri che trombano per strada. Ma nulla. Che tanto ormai gli zingari caconi ce l'hanno tutti. Non funzionano più.
Ma la vita va avanti. E per non cadere in depressione noi stessi fingiamo di riappassionarci a quel che speravamo di aver dimenticato. La piana di Firenze covo dei soliti, inossidabili, sempre loro comunisti. Il Gianassi, il Chini, il Chini, il Gianassi, il Gianassi, l'acqua calda, la mi'nonna con le ruote che era un carretto, quella cazzo di mitologia di falci, martelli e due palle così. Suvvia, diciamoci la verità. Se uno è un genio a raccontare quelle storie come Pilade Cantini o, più in piccolo, Roberto Benigni allora sì. Ma riviverle oggi no.
E invece stamani leggo in giro i commenti per il fatto che a Sesto Fiorentino hanno sfiduciato il sindaco. Una notizia che qualche anno fa avremmo conosciuto solo in caso di prolungatissima cacata con annessa lettura di quotidiano locale e che invece viene oggi sobriamente paragonata alla distruzione di Sodoma e Gomorra, gente che invoca la giustizia divina, isteria collettiva, cani e gatti che vivono insieme.
Mi sale la depressione.
Credo che riaprirò la rubrica di zia Tommasa come forma di ribellione nonviolenta.
Andate tutti affanculo.
LAVORO
14 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Storie della storia delle riforme della scuola
I toscani e le riforme della scuola. Potrebbe essere il titolo di un volumetto di storie della storia. A partire da quella di un toscano adottato come Giovanni Gentile, cui si deve l’unica vera riforma della scuola che questo Paese possa dire d’aver conosciuto. 1923. Ma sono vicende più recenti quelle che ci aiutano ad inquadrare il dibattito che oggi Matteo Renzi deve affrontare in prima persona (con tanto di gessetti e lavagna, come ha fatto ieri nel video con cui lui vorrebbe mettere fine alla guerra ideologica scoppiata sulla sua riforma).

1990. Al governo c’è Andreotti. Sergio Mattarella è ministro della Pubblica Istruzione. Da anni le statistiche registrano un netto calo demografico. Le classi, dove insegna il maestro unico, si fanno sempre meno numerose. Cosa fare dunque? Risparmiare? Ripartire le stesse risorse tra un numero inferiore d’insegnanti per dare loro stipendi più alti e formazione permanente? No. I sindacati scelgono di puntare sulla moltiplicazione dei maestri per ogni classe, sostenendo la tesi che tale moltiplicazione sarebbe stata a costo zero. La tesi è sposata dal ministero. A smentirla nella sua assurdità logica ci pensa un toscano, Alessandro Petretto, che in quel tempo lavora al Tesoro. Gli dicono bravo, grazie, ma delle sue analisi se ne fregano. Politici e sindacati in festa. Gli insegnanti si moltiplicano e continuano a guadagnare poco.

2000. Al governo c’è D’Alema (bis). Al ministero della Pubblica Istruzione c’è l’ex rettore di Siena, Luigi Berlinguer. Toscano d’adozione. Intanto la fine dei partiti ha dato al sindacato un ruolo ancora più centrale nell’arena politica. E proprio i sindacati confederali, Cgil in testa, lo accompagnano nel tentativo più rivoluzionario della sua gestione: il famoso «concorsone». Vengono stanziati sei milioni di lire d’aumento su base annua, per ognuno dei 150 mila insegnanti che lo avessero a superare. Stavolta sono i sindacati di base a cogliere la palla al balzo della lotta contro il merito. Si mobilitano mettendo in un angolo i sindacati confederali. Cisl e Uil si sfilano presto, lasciando la Cgil da sola e il ministro con lei. L’ipotesi di dare stipendi sensibilmente più alti sulla base di un criterio, per quanto rozzamente, meritocratico è sconfitta. Berlinguer batte in ritirata. I sindacati di base fanno festa. Di quegli aumenti non se ne fa nulla.

Ed eccoci ad oggi. Gli insegnanti guadagnano poco e non potrebbe essere altrimenti. I sindacati sono forti solo nel pubblico impiego. Renzi ci prova e predica la buona scuola. In bocca al lupo a tutti.

dal Corriere Fiorentino di giovedì 14 maggio


consumi
31 marzo 2015
[Giù le mani da D'Alema] e dal suo vino
Il D'Alema che faceva salvare a Mps la Banca del Salento (per farne la disastrosa Banca 121). Il D'Alema della vergognosa privatizzazione di Telecom (anche se lì i veri responsabili furono Guido Rossi e Romano Prodi).
Ma il D'Alema delle 2.000 bottiglie comprate dalla cooperativa ischitana non mi pare abbia gravi responsabilità, ed in più si tratta di una storia penosa e trascurabile.
Come il suo vino.
Diciamo.
SOCIETA'
7 gennaio 2015
[Superpoteri] Fallimentari
Jep Gambardella voleva il potere di far fallire le feste.
D'Alema ha addirittura quello di far fallire i funerali.
musica
7 gennaio 2015
[Fischi] Fiaschi
Fischiare D'Alema è stato irrispettoso nei confronti del defunto.
politica interna
10 dicembre 2013
[da Facebook] Renzi Vincere Velocità
Note a margine: Renzi Vincere Velocità.
La velocità. Mito futurista. Ultima grande scossa ideale che l'Italia dette al mondo. E della quale ci si è troppo a lungo vergognati per la paura di passar per fascisti. Nell'Italia delle scatole per cervelli catalogate da zelanti addetti alla logistica da retrobottega. Il retrobottega dell'ideologicchia (che in Italia diciamocelo, le ideologie han sempre avuto lo spazio che era conveniente dire avessero).
E poi arriva Renzi. Che in un colpo solo:
a) dice ai compagni che "vincere e vinceremo" lo disse il Duce, d'accordo, e oggi lo diciamo noi. Problemi? No, perchè probabilmente la Buonanima disse anche "buongiorno" e non è che da allora "buongiorno" è diventato un saluto fascista
b) in mezza giornata comunica la segreteria "che lo affiancherà" scrivono i giornali. Intanto non lo affiancherà, ma lo seguirà con la dovuta attenzione a non affiancarlo. Pena la punizione che spetta a chi un tempo sollevava la fronte più in alto della linea degli occhi del sovrano. Ma soprattutto fa vedere ai grandi strateghi, sedicenti o presunti tali, del suo partito che lui ha un vantaggio nei loro confronti. Se ne frega di Mussolini, se ne frega di D'Alema, se ne frega di Togliatti e del Sol dell'Avvenire.
E in ultimo.
Probabilmente se ne frega anche di Sun Tzu, immaginando alla meglio che sia un piatto sushi tipico del nord del Giappone. Ma pur ignorandolo lo applica. "In guerra conta vincere. Lunghe operazioni spuntano le armi e abbattono il morale. In campo militare si è sentito parlare di azioni forse goffe ma veloci, mentre non si è mai visto che un’abile manovra duri a lungo. Non esiste uno stato che tragga profitto da una lunga guerra".

https://www.facebook.com/tommaso.ciuffoletti
18 novembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] E un caro saluto agli intellettuali di sinistra
Matteo Renzi sta conducendo la sua campagna per l'elezione a segretario del Partito Democratico ricorrendo, tra le altre cose, ad una serie di slogan in forma di cartelli che indicano parole d'ordine nuove che ne rottamano di vecchie. In uno pubblicato ieri si legge come oggetto da abbandonare il “partito dei salotti”, per sostituirlo col “partito del lavoro”. La didascalia che accompagna spiega: “Le fabbriche non ci votano, i disoccupati non affidano a noi la speranza di stare meglio, chi crea posti di lavoro non si affida a noi; dobbiamo tornare ad essere il punto di riferimento di tutto il mondo del lavoro”.
Programma ambizioso e critica sferzante a quel noi che altri non è che il Partito Democratico. Giustappunto. Il partito dei salotti evoca immagini ormai classiche di intellettuali più o meno organici che pretendono di raccontare la realtà seduti su poltrone di design al caldo di calzini di finissima lana Kork e del caminetto di un loft.

Il partito dei salotti evoca immagini di politici e intellettuali più o meno organici che pretendono di raccontare la realtà seduti su poltrone di design al caldo del caminetto di un loft.
Se il caviale ha ribattezzato giornalisticamente questa schiera come quella della gauche caviar, il cachemire è quello che ha mietuto più vittime. In cachemire il Fausto Bertinotti Presidente della Camera mentre il suo partito affiggeva i manifesti “anche i ricchi piangano”, in cachemire (e in barca) pure D'Alema e, con eleganza inglese, anche un suo fiero critico come il professor Paul Ginsborg e prima di loro
l'altero e fico Lucio Magri fondatore de il manifesto. Habitat naturale della sinistra chic, nell'immaginario collettivo, è la meravigliosa cittadina toscana di Capalbio, che quest'anno ha premiato Serge Latouche per le sue teorie sulla decrescita felice e che a lungo ha ospitato nei suoi rinomati e non proprio economici stabilimenti personalità illustri come Umberto Eco, o grandi dirigenti del Pci come il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex presidente Rai Claudio Petruccioli, ma senza trascurare anche ospiti di altra estrazione politica come Rutelli, Fini e Adornato. E si potrebbero evocare anche immagini più gossippare, come quella della ex ministra della cultura Giovanna Melandri in vacanza a Malindi. Una fiera antiberlusconiana ospite di Briatore. Il quale però va a pranzo con Renzi e dice che, non vi fosse Berlusconi, lo voterebbe pure. E lo stesso Renzi non è che manchi d'essere assiduo frequentatore dei salotti moderni: i talk show televisivi. Per cui lo slogan appare efficace più nella sintesi, che non nell'analisi. Analisi che invece è mirata meglio nella didascalia, laddove tocca per capi pur sommi, i punti veri della perdita di contatto con la realtà che sconta la sinistra italiana tutta, non solo il PD.

Ed ecco che il riferimento al partito dei salotti può acquistare, se si vuole, un senso oltre lo slogan.
Il punto non riguarda la colpa, d'apparenza morale, d'avere una passione per i salotti, le lane di capra, il bel mare o la popolazione nilotica dei Masai, ma sul ruolo che il “partito dei salotti”, per rimanere allo slogan renziano ha storicamente svolto in questo paese. Perché la colpa di tanti di quegli intellettuali di cui sopra, non è stata quella di cedere al vizietto di indossare calzini costosi nel mentre che pontificavano sulla condizione operaia all'alba del terzo millennio, ma di aver conquistato quei calzini accettando di fare un lavoro che non era affatto quello dell'intellettuale. Mi spiego meglio. Quando si parla di intellettuali in Italia si parla storicamente di intellettuali di sinistra, ma sarebbe meglio dire della sinistra. E in particolare si fa riferimento al mondo che accompagnava o orbitava intorno al grande partito della sinistra italiana, il Pci. Non che non vi fossero altri ambienti abitati da intellettuali, fossero più o meno radicali, borghesi, undergournd o postfascisti. Ma quello dell'intellettuale della sinistra è il caso più rilevante. Intellettuali, questi ultimi, che confrontavano il loro precipuo impegno d'analisi della società con l'impianto ideologico del Pci che quella realtà già inquadrava secondo una lettura piuttosto rigida, nonostante le varie morbidezze e peculiarità del comunismo italiano.

Ecco, tanta parte degli intellettuali della sinistra, dal dopoguerra in avanti, più che leggere criticamente la realtà ha trovato molto più agevole limitarsi ad aderire alla lettura che della realtà già dava il partito, permettendosi al massimo il lusso di qualche precisazione su temi marginali, il piccolo peccato d'eresia che assegnava un senso al ruolo dell'intellettuale e mostrava il volto aperto e dialogante del Partito, che accettava le critiche come spunto per progredire nell'analisi della strategia rivoluzionaria e compensava l'intellettuale con prebende e aiuti accademici. In pratica gli intellettuali della sinistra erano la voce registrata del centro benessere che ti dice che
tutto va bene, che ti conferma la certezza essere nel giusto mentre sonnecchi. E mentre gli intellettuali rassicuravano, il Partito, effettivamente, sonnecchiava. E non si è mai veramente svegliato nemmeno sotto i colpi del crollo del Muro di Berlino, e non si è accorto dei cambiamenti dell'economia, della struttura produttiva del paese, dei mutamenti nel mondo del lavoro. Di tutte quelle trasformazioni che hanno portato il nuovo più grande partito della sinistra italiana ad essere quel partito che Renzi giustamente disegna nella didascalia. “Le fabbriche non ci votano, i disoccupati non affidano a noi la speranza di stare meglio, chi crea posti di lavoro non si affida a noi”. Se Renzi riuscirà a cambiare tutto questo avrà compiuto una grande impresa.

dal Corriere Fiorentino di domenica 17 novembre


28 ottobre 2013
[Summa leopoldiana] Postilla
#Leopolda postilla.

Chiariamoci. Se Renzi incarna lo zeitgeist dell'Italia AD 2013 non è solo merito suo. Per buona parte è il frutto di una devastazione della politica come cultura civile e sociale operata non solo da soggetti "non politici" (magistratura, informazione, gruppi d'interesse paraeconomico) negli ultimi 30 anni, ma assecondata con zelo degno di miglior causa anche da tanti sedicenti campioni della politica.
Per buona parte gli stessi che oggi Renzi si sta incaricando di mettere in un angolo.
Per loro non provo nessuna pietà.
25 settembre 2013
[da Facebook] Il futuro entra in noi.
"Il futuro entra in noi molto prima che accada".
Ve la ricordate?
E' la frase di Rainer Maria Rilke che Gianni Cuperlo scelse per il Congresso del Pds del 1997. Quello che celebrava il Maximo D'Alema.
Quel che Cuperlo non sapeva era che il futuro era entrato in loro da dietro.

https://www.facebook.com/tommaso.ciuffoletti
politica interna
25 gennaio 2013
[dal Corriere Fiorentino] Pci, Pds, Ds, Pd ... Mps
Ai senesi piace raccontare, lo si legge anche su Wikipedia, che il Monte dei Paschi «nacque come monte di pietà per dare aiuto alle classi disagiate». Ma quel Paschi, parte del nome che l'istituto assunse nel 1624, fa chiaro riferimento ai pascoli, quelli della Maremma, dove tanti pastori da tutta la Toscana si recavano per passare l'inverno, compiendo la celebre transumanza. Fin dal 1300 i senesi, sotto la cui giurisdizione ricadeva la Maremma, imponevano una tassa per il passaggio delle greggi e di lì nacque la fortuna di quello che poi diventerà, appunto, il Monte dei Paschi di Siena. Quei pastori usavano dire una frase, diventata poi motto popolare: In Maremma siam condotti /Ognun pensi per sé /E Iddio per tutti.
Quel motto poteva andar bene per i pastori. Mal s'adatta invece a un partito politico, dove ognun potrà anche pensar per sé, ma alla fine si deve parlare con una voce sola. E il Pd, erede dei Ds, del Pds, del Pci, sulla vicenda del Monte dei Paschi difficilmente può permettersi di non aver nulla da dire. Certo si può confidare in un'amnesia collettiva dell'intero Paese, come forse immagina Massimo D'Alema, che stavolta non sarà ricandidato come d'abitudine nel collegio del Salento suo storico serbatoio di voti, quando dice che il Pd non si è mai occupato del Mps. Una linea simile a quella del segretario Bersani che in bersanese puntualizza: “il Pd non c'entra un tubo di niente”.
Più timido di come ce lo ricordavamo nella campagna per le primarie (quando difendendosi dalle accuse dei bersaniani sul suo rapporto col finanziere Serra rispose per le rime dicendo “conosco bene che danni ha determinato il rapporto tra finanza e politica: in sei mesi hanno distrutto quanto i senesi hanno creato in 600 anni”) l’ex rottamatore Matteo Renzi, che stavolta opta per un più cauto “c’è una responsabilità della politica”. E sembra proprio questo il filo da tirare. Renzi giustamente si riferisce alla “politica” e non solo ad una parte o ad un partito (che pure difficilmente può far finta di nulla), ma rimane un po’ vago, diciamo. Certo però, per quanto sfumate, le voci all’interno del Pd su questa vicenda paiono più d’una.
E allora che diranno del caso senese Renzi e Bersani quando il 1° febbraio saranno insieme su un palco a Firenze? Andare in scena senza nemmeno un canovaccio comune può esporre al rischio di passare come quei pastori che andavano in Maremma ognun per sé e Iddio per tutti. Anche se loro, a differenza d’altri, il Monte dei Paschi contribuirono a farlo ricco e grande.
SOCIETA'
23 gennaio 2013
[A Siena e ai senesi] Pci-Pds-Ds-Pd ... Mps
Ci vengono a dare lezioni di finanza pubblica, di politica economica, di equità. Parlano addirittura di sviluppo e crescita!
Loro.
Quelli che sono riusciti a distruggere nel giro di una ventina d'anni una banca che esisteva quando ancora Marx aveva da venire e il suo pensiero non poteva essere una scusa per criminali ed incapaci.
Io al prossimo Palio al posto dei barberi farei correre i vari dirgenti Pci-Pds-Ds-Pd senesi, toscani e nazionali. A nerbate!
E a voi, cari senesi, che avete gozzovigliato sulla vostra rovina senza rendervene conto, un abbraccio forte forte e la speranza che il domani vi trovi più umili cittadini della stessa meravigliosa città.
politica interna
10 ottobre 2012
[Miserie] Da lider a fattucchiera
D'Alema: "Renzi si farà male".

Da lider Maximo a fattucchiera.



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politica interna
10 settembre 2012
[Forrest Renzi] Storia di un ragazzo che senza essere un genio finì col sembrarlo
politica interna
5 settembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Renzi, il PD, gli attacchi, la Seconda Repubblica
Casa del popolo fiorentina. Prendo un caffè mentre aspetto che un avventore con molte più primavere di me finisca di leggere l’Unità. Giunto il momento, cortesemente domando: «Scusi, posso prendere il giornale?». «Prenda, prenda, tanto ormai anche qui l’è tutto un Renzi. Due pagine su i’Renzi, i’commento su i’Renzi, le lettere su i’Renzi. Pare che l’Unità la sia l’organo di’Renzi».
Non credo che lo stagionato avventore fosse un raffinato spin doctor, né che si sia mai fregiato del titolo di lìder, né tantomeno di Maximo. Eppure ha capito.

Ha capito quello che ai tempi delle primarie per succedergli sfuggì all’ex sindaco Leonardo Domenici e che oggi sfugge a D’Alema, Bindi, Franceschini e altri autorevoli esponenti del Partito democratico, compresi giovani dicono brillanti segretari. Sparare addosso a Matteo Renzi, oramai candidato ufficialmente alle primarie del centrosinistra, è il modo migliore per accreditarlo. Tanto più se le sparate sono portate con eccesso di stizza, argomentate in politichese e mosse dalla malcelata voglia di difendere posizioni di potere dalla propagandata brama di rinnovamento del sindaco di Firenze. Una trappola in cui ieri si è infilato anche Beppe Fioroni, che ha lanciato al rottamatore un ultimatum subito respinto al mittente: se vuoi candidarti a premier devi dimetterti da sindaco entro il 28 ottobre, cioè 180 giorni prima delle elezioni. Così dice la legge. Che però riguarda i candidati al Parlamento, non quelli alla presidenza del Consiglio, come spiega il politologo Stefano Passigli, che non è un famiglio del sindaco.

Alla serie di bordate Renzi è bravissimo a replicare in punta di battuta, conquistando nuovo spazio mediatico, senza mancare di concessioni a marketing da «Libro Cuore» come quando va a Vasto per sostituire la foto di Bersani-Vendola-Di Pietro con quella di giovani di belle, pare, speranze.

In questo gioco delle parti, dov’è paradossale che a scegliersi il ruolo dei cattivi siano quelli che dovrebbero essere invece vecchie ed astute volpi, rimane in un angolo proprio la politica. Non quella delle alleanze fra partiti o delle geometrie da bar del destra-sinistra, ma quella del «che fare» in questo momento per l’Italia? D’Alema dice che Matteo Renzi è immaturo e che non è pronto a guidare il Paese. Non è il solo a pensarla così in un Paese indebolito e intimorito come l’Italia, che s’illude che affidabilità faccia rima con over 60.

Ebbene, se davvero è così immaturo e impreparato perché non incalzarlo sui temi più scottanti del governo del Paese? E perchè non accettare la sfida in tv che Renzi ha proposto a Bersani? La risposta sta probabilmente nelle mille contraddizioni che abitano da sempre il Pd e nella convinzione dei vecchi dirigenti, e dei loro giovani discepoli, che sia più facile liquidare Renzi assegnandogli il ruolo del disturbatore, del turboliberista, del pericoloso destro che «con noi non ha niente a che fare». Lo fanno sapendo che il richiamo della foresta è da sempre forte su un elettorato divenuto nel tempo radicalmente conservatore come quello della sinistra ai tempi della Seconda Repubblica. La scommessa di Renzi, in fondo, è proprio che quest’ultima sia ormai ad un passo dal venir meno. Una scommessa il cui esito non dipende solo da lui.
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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