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politica interna
28 ottobre 2008
[L'articolo che avrei voluto scrivere] "Demagogia e populismo" di Luca Ricolfi

Capita periodicamente di leggere articoli che, quando arrivi alla fine, ti dici "cazzarola, avrei voluto scriverlo io un articolo così". Con Luca Ricolfi mi capita spesso. Ma quello pubblicato il 13 ottobre scorso su La Stampa è anche un articolo che ho riletto con una frequenza scriteriata negli ultimi giorni. Lo trovo semplice e geniale. Da leggere!

DEMAGOGIA E POPULISMO - di Luca Ricolfi
Tratto da LaStampa.it


Io penso che il cosiddetto dialogo sia non solo utile, ma indispensabile - strettamente indispensabile - per affrontare i principali problemi dell’Italia. Per «dialogo» intendo non tanto il rispetto reciproco fra governo e opposizione (che è solo un prerequisito ovvio, ed è questione di maturità politica), quanto la capacità di governo e opposizione di mettere da parte le divisioni nei casi in cui sono in gioco gli interessi di lungo periodo dei cittadini.

Nel corso di questa legislatura, nonostante alcuni tentativi, il dialogo non è mai decollato seriamente e ora - con l’approssimarsi della manifestazione del 25 ottobre - pare destinato ad arenarsi definitivamente. Perché il dialogo non decolla? Perché, nonostante in tanti ci auguriamo una stagione di ragionevolezza, i due maggiori partiti non riescono a instaurare fra loro un rapporto che non sia troppo dannoso per noi?

La risposta, a mio parere, è molto diversa per la destra e per la sinistra.

Il «male» della destra, ossia il tratto della destra stessa che maggiormente danneggia l’Italia, è il populismo. Il populismo in salsa berlusconiana è la credenza di poter fare a meno dell’opposizione in quanto si detiene una maggioranza sia in Parlamento sia nel Paese. Di qui il fastidio per ogni offerta di dialogo, l’insofferenza per le lungaggini parlamentari, la tentazione ricorrente di tirare dritto ignorando le ragioni dell’opposizione, forti soltanto del mandato popolare e dei sondaggi.

Questa sorta di sindrome di autosufficienza, a sua volta, deriva probabilmente da una sottovalutazione della complessità dei problemi dell’Italia, ma forse anche da una sottovalutazione delle proprie buone ragioni.

I politici di destra, salvo qualche importante eccezione, si muovono come se le proprie idee non fossero abbastanza valide da meritare una battaglia culturale né abbastanza forti da portare l’opposizione stessa a fare i conti con esse (come, per fare un esempio, fece la Thatcher, le cui idee contaminarono positivamente Tony Blair). Deficit di egemonia, avrebbe detto Gramsci; miope preferenza per il puro e semplice mantenimento del potere, direbbe oggi un osservatore malizioso. Può sembrare paradossale, ma a me sembra che la tendenza a snobbare l’opposizione non sia segno che la destra è sicura di poter cambiare l’Italia da sola, ma - tutto al contrario - che ha già rinunciato a tentare l’impresa.

Radicalmente differente è il problema della sinistra. Il «male» della sinistra, il suo tratto che più danneggia l’Italia, è la vocazione demagogica. La demagogia in salsa veltroniana è la tendenza a illudere i propri elettori ignorando o deformando i fatti, l’attitudine a manipolare la verità se questo giova alla causa: probabilmente l’aspetto in cui il Partito democratico è rimasto più simile al vecchio Partito comunista. Veltroni ha sicuramente ragione quando osserva che è ben difficile dialogare con chi non perde occasione per irridere l’opposizione e il suo leader. E tuttavia pare non rendersi conto che i leader politici non sono le «comari di un paesino», come le chiamava Fabrizio De André. Esistono certo presupposti psicologici del dialogo (tu ti offendi se l’altro ti tratta male), ma esistono anche - e sono decisamente più importanti - presupposti logici del dialogo: dire la verità, o perlomeno qualcosa che non ne sia troppo distante, è la condizione preliminare minima per affrontare i problemi del Paese.

Sfortunatamente per tutti noi, invece di fare questo, Veltroni e il gruppo dirigente del Pd dipingono un’immagine radicalmente distorta della situazione in cui ci troviamo e delle ragioni per cui vi siamo immersi fino al collo. Lasciamo perdere le vere e proprie bugie che si possono leggere sul sito del Pd, o che ci è capitato di ascoltare in tv (ad esempio: «150 mila insegnanti messi per strada», «tagli alla scuola per 8 miliardi nel triennio 2009-11»). Lasciamo anche perdere l’infantile affermazione per cui «la crisi è colpa della destra» e del suo sfrenato liberismo: come se, dopo gli anni di Reagan e della signora Thatcher, Europa e Stati Uniti non avessero anche avuto una lunga stagione di amministrazioni progressiste; come se - almeno in Italia - la sinistra riformista non fosse più liberista della destra; come se una crisi quale quella che travolge il mondo intero potesse essere imputata a una parte politica. Concentriamoci, invece, sui dati di fondo della situazione italiana.

Veltroni e i suoi parlano di stipendi, salari e pensioni come se ci fossero risorse per aumentarli, e dimenticano che fu lo stesso Padoa-Schioppa, ancora all’inizio di quest’anno, a negarne l’esistenza di fronte ai sindacati che esigevano un intervento sui redditi da lavoro dipendente: farebbero meglio a dire la verità, e cioè che ci vorranno anni di crescita e di sacrifici perché il potere di acquisto delle famiglie italiane recuperi le posizioni inesorabilmente perdute negli ultimi quindici anni, quale che fosse il colore dei governi. Veltroni e i dirigenti del Pd parlano della politica scolastica come se la svolta rigorista non fosse iniziata con il precedente governo (commissari esterni, esami a settembre), e come se le misure di risparmio di oggi non fossero analoghe a quelle previste a suo tempo da Padoa-Schioppa (Finanziaria 2007), e ampiamente spiegate nel Quaderno bianco sulla scuola preparato dal governo Prodi: farebbero meglio a riconoscere che in Italia gli insegnanti sono davvero troppi (come rivelano i dati Ocse) e che purtroppo una parte di essi non è all’altezza del compito (come constata chiunque abbia figli in età scolare). Più in generale, Veltroni e il Pd criticano ossessivamente i tagli, in qualsiasi campo avvengano (scuola, università, forze dell’ordine, giustizia, sanità, enti locali), e preferiscono rimuovere il dato cruciale: i tagli alla spesa corrente sono necessari, tanto è vero che, in campagna elettorale, il partito di Veltroni ne prometteva per circa 40 miliardi in un triennio, contro i 30 previsti dalla Finanziaria di Tremonti.

Naturalmente si possono avere idee diverse su come intervenire sui problemi strutturali dell’Italia, e ci sono ottimi motivi per essere critici su molto di ciò che passa il convento governativo: tagli poco o per niente selettivi, passi indietro nella disciplina dei servizi pubblici locali, confusione in materia di federalismo, scarsi investimenti nei settori strategici, insufficienze e ritardi nelle misure di carattere sociale (come la social card). Ma se si vuole essere credibili, occorre smetterla di illudere gli italiani trattandoli come bambini: far credere che i tagli siano evitabili, che ci siano soldi per i redditi da lavoro dipendente, o che la crisi sia «colpa della destra», significa solo fare della demagogia. Una demagogia cui Berlusconi non potrà che rispondere con dosi crescenti di populismo. Che a loro volta rafforzeranno Veltroni nella convinzione che il male sia «questa destra». La quale destra avrà la prova provata che con «questa sinistra» non si può dialogare. E così via per saecula saeculorum. Perciò imploriamo entrambi: possiamo cambiare film?

politica interna
11 dicembre 2007
[Norberto Bobbio] Esiste ancora il centro?
Rilettura, sollecitata da un articolo di Luca Ricolfi su La Stampa della scorsa settimana.

Quando dico che nel nostro sistema il centro è sparito, voglio dire, ripeto, che è sparito un centro (posto che sia mai realmente esistito) a vocazione di governo, cioè che possa formare governi intorno al centro dello schieramento partitico, e svolgere una politica centrista. Non intendo disconoscere l'esistenza e sottovalutare la funzione dei cosiddetti partiti che costituiscono la tutt'altro che assopita area laica, e che possono a buon diritto essere chiamati partiti di centro. Ma essi tutti insieme non costituiscono una reale "terza forza", nel senso di una forza capace di costituire un'alternativa di governo da contrapporre come governo centrista alle tre ipotesi sin qui considerate, della continuazione dell'egemonia democristiana (bipartitismo imperfetto), del compromesso storico (democrazia consociativa) e dell'alternanza (bipartitismo perfetto).
La loro funzione è, rispetto alla prima ipotesi, di porsi come eventuali candidati ad un'alleanza col partito egemone, rispetto alla seconda, di svolgere la parte dell'opposizione di sua maestà (in questo caso il re e la regina), rispetto alla terza di essere, come il Partito liberale inglese o quello tedesco, l'ago della bilancia. Beninteso, queste ipotesi valgono rebus sic stantibus, cioè restando ferme le dimensioni elettorali di questi partiti; ma la tendenza è se mai verso la diminuzione piuttosto che verso l'incremento della loro forza elettorale. Un governo di terza forza attuerebbe quel sistema di alleanze che poco fa ho espresso nella formula "nè l'uno, nè l'altro", e che ho detto sino ad ora improponibile.

Oltretutto bisogna pur tener presente che in quest'area la situazione è peggiorata da quando il Partito socialista, proponendo, se pure a lunga scadenza, la linea politica dell'alternativa, cioè una linea che non può essere attuata se non mediante l'alleanza col Partito comunista, non può più essere annoverato, come avvenne al tempo del centro-sinistra, fra i partiti di terza forza. Proponendo l'alleanza col Partito comunista per l'alternativa di sinistra, il Partito socialista esce dalla terza forza per entrare nella - o per presentarsi candidato alla - seconda.
Quello che è avvenuto si può descrivere rapidamente in questo modo: il Partito socialista, che avrebbe potuto assumere il ruolo del partito maggiore fra i partiti minori (una specie di leadership della terza forza, che ora invece è assunta dal partito minore, il Partito repubblicano), ha dimostrato piuttosto la vocazione ad assumere il ruolo del partito minore fra i partiti maggiori, prima con il centro-sinistra ora con l'alternativa. Del resto questa difficile e ambigua situazione chederiva dall'essere contemporaneamente il maggiore fra i minori e il minore fra i maggiori, è propria dei partiti intermedi o mediani, come è certamente, per le sue dimensioni elettorali, il Partito socialista.

Compromesso e alternanza nel sistema politico italiano - Esiste ancora il centro? di Norberto Bobbio, in Le trasformazioni del comunismo italiano, a cura di Antonio Lombardo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1978
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