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14 luglio 2015
[Di preciso] Chi?
Di preciso, senza l'Europa cattiva, i soldi alla Grecia chi glieli avrebbe prestati?
I russi? I cinesi? Gli americani? Krugman? L'Unità?

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DIARI
6 luglio 2015
[#BentornataUnità] In bocca al lupo
Un giorno scrivi che Renzi è fascista.
Il giorno dopo chiudi.
E il giorno dopo ancora ti ritrovi Erasmo D'Angelis direttore.
?#?bentornataUnità? e in bocca al lupo.
27 febbraio 2013
[Contrordine compagni!] I Grilli de l'Unità
Da bravo anticomunista leggo sempre l'Unità.
Lì ho imparato negli ultimi mesi che Grillo sarebbe fascista, populista, esaltato, criminale antisindacale, contro la libertà di stampa e pare anche c'abbia la mamma maiala.
Aspetto di andare al circolino, prendere la mia brava copia de l'Unità e leggere cosa è diventato Grillo nel giro di una nottata.
ECONOMIA
15 novembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Diciamo la verità signora Camusso?
«I cittadini hanno bisogno di sapere la verità». Lo dice la leader della Cgil. Un sindacato composto per la gran parte di pensionati. E diciamola la verità signora Camusso. Prendiamo le parole del Presidente dell'Inps Mastrapasqua, che nel 2010 disse: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». O quelle di Pietro Ichino ieri a L'Unità: «Questo Paese per 30 anni ha consumato l'equivalente di 30 miliardi di euro ogni anno in più rispetto a quello che era in grado di produrre».

Diciamolo meglio: lo Stato ha vissuto oltre le proprie possibilità e oggi la crisi presenta un conto che nessuno vuol pagare. Uno Stato che preleva ai cittadini che pagano le tasse, in media, oltre metà del loro stipendio per produrre debito. E se quel debito fosse stato messo a frutto per produrre e crescere, oltre che giustamente per assistere, anche la crisi sarebbe meno grave. Così non è stato. E la responsabilità cade sul ceto politico, ma più in generale sulla classe dirigente di un Paese fondato su capitalismo di relazione e assistenzialismo di Stato, e anche il sindacato ha avuto la sua parte.

E allora la verità non è quella che afferma Camusso quando dice che «25 milioni di giovani disoccupati — in Europa — sono ciò che decreta il fallimento dell'austerità». Perché se qualcuno crede che la risposta alla crisi sia continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità, continuare a spendere male, illudendosi di rimandare il presentarsi del conto, quel qualcuno è un illuso che vende illusioni. E che si rende complice oggi, come lo è stato in passato secondo chi scrive, di politiche dissennate.

La verità si fonda sull'assunzione di responsabilità, cosa diversa dal puntare il dito sempre contro qualcun altro. Perché se falliremo, falliremo come Stato e volenti o nolenti ne siamo tutti parte. E se questo non è vero, allora ha ragione Beppe Grillo che, con la disinvoltura di chi gioca con la violenza, incita i poliziotti a unirsi a chi protesta per dare contro ai politici corrotti. In questo clima la semplicità concettuale del rivolgersi contro l'incarnazione più ovvia del «male» può essere affascinante e far leva su un sentimento di frustrazione e ansia diffusa e comprensibile. Ma che non si può cavalcare se si cercano risposte che parlino alla testa e non alla pancia.

Questo Paese deve percorrere una strada stretta da mille vincoli e dalla necessità di riforme radicali, accettando a tutti i livelli la sfida di una rivoluzione copernicana, che deve riportare lo Stato e la sua ingombrante presenza nell'alveo di ciò che è giusto e davvero serve al Paese.

Dopo tanto spendere in modo dissennato è il momento di investire. Ma per poterlo fare è necessario accettare che le troppe incrostazioni di privilegi ed ingiustizie vengano spazzate via. Prima che sia troppo tardi. È bieco liberalismo? No, è giustizia sociale.
politica interna
17 ottobre 2012
[Non importa essere renziani] Ogni giorno un renziano si sveglia
Ogni giorno un renziano si sveglia.
E sa che dovrà trovare voti per PierMatteo.
Poi legge un'Ansa di Fassina, un editoriale dell'Unità e uno status di Facebook di Enrico Rossi.
E si rimette a dormire.
Sereno.
politica interna
5 settembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Renzi, il PD, gli attacchi, la Seconda Repubblica
Casa del popolo fiorentina. Prendo un caffè mentre aspetto che un avventore con molte più primavere di me finisca di leggere l’Unità. Giunto il momento, cortesemente domando: «Scusi, posso prendere il giornale?». «Prenda, prenda, tanto ormai anche qui l’è tutto un Renzi. Due pagine su i’Renzi, i’commento su i’Renzi, le lettere su i’Renzi. Pare che l’Unità la sia l’organo di’Renzi».
Non credo che lo stagionato avventore fosse un raffinato spin doctor, né che si sia mai fregiato del titolo di lìder, né tantomeno di Maximo. Eppure ha capito.

Ha capito quello che ai tempi delle primarie per succedergli sfuggì all’ex sindaco Leonardo Domenici e che oggi sfugge a D’Alema, Bindi, Franceschini e altri autorevoli esponenti del Partito democratico, compresi giovani dicono brillanti segretari. Sparare addosso a Matteo Renzi, oramai candidato ufficialmente alle primarie del centrosinistra, è il modo migliore per accreditarlo. Tanto più se le sparate sono portate con eccesso di stizza, argomentate in politichese e mosse dalla malcelata voglia di difendere posizioni di potere dalla propagandata brama di rinnovamento del sindaco di Firenze. Una trappola in cui ieri si è infilato anche Beppe Fioroni, che ha lanciato al rottamatore un ultimatum subito respinto al mittente: se vuoi candidarti a premier devi dimetterti da sindaco entro il 28 ottobre, cioè 180 giorni prima delle elezioni. Così dice la legge. Che però riguarda i candidati al Parlamento, non quelli alla presidenza del Consiglio, come spiega il politologo Stefano Passigli, che non è un famiglio del sindaco.

Alla serie di bordate Renzi è bravissimo a replicare in punta di battuta, conquistando nuovo spazio mediatico, senza mancare di concessioni a marketing da «Libro Cuore» come quando va a Vasto per sostituire la foto di Bersani-Vendola-Di Pietro con quella di giovani di belle, pare, speranze.

In questo gioco delle parti, dov’è paradossale che a scegliersi il ruolo dei cattivi siano quelli che dovrebbero essere invece vecchie ed astute volpi, rimane in un angolo proprio la politica. Non quella delle alleanze fra partiti o delle geometrie da bar del destra-sinistra, ma quella del «che fare» in questo momento per l’Italia? D’Alema dice che Matteo Renzi è immaturo e che non è pronto a guidare il Paese. Non è il solo a pensarla così in un Paese indebolito e intimorito come l’Italia, che s’illude che affidabilità faccia rima con over 60.

Ebbene, se davvero è così immaturo e impreparato perché non incalzarlo sui temi più scottanti del governo del Paese? E perchè non accettare la sfida in tv che Renzi ha proposto a Bersani? La risposta sta probabilmente nelle mille contraddizioni che abitano da sempre il Pd e nella convinzione dei vecchi dirigenti, e dei loro giovani discepoli, che sia più facile liquidare Renzi assegnandogli il ruolo del disturbatore, del turboliberista, del pericoloso destro che «con noi non ha niente a che fare». Lo fanno sapendo che il richiamo della foresta è da sempre forte su un elettorato divenuto nel tempo radicalmente conservatore come quello della sinistra ai tempi della Seconda Repubblica. La scommessa di Renzi, in fondo, è proprio che quest’ultima sia ormai ad un passo dal venir meno. Una scommessa il cui esito non dipende solo da lui.
4 settembre 2012
[Italianz] Renzi, l'Unità e la casa del popolo
Casa del Popolo fiorentina. Ieri pomeriggio. Prendo caffè e aspetto che avventore stagionato finisca con l'Unità.
Quando mi pare abbia terminato l'attenta lettura, cortesemente domando:
"Scusi, posso prendere?"
"Prenda, prenda, tanto ormai
anche qui l'è tutto un Renzi. Due pagine su'i Renzi, i'commento su i'Renzi, le lettere su i'Renzi. Pare che l'Unità la sia l'organo de i'Renzi".
Ecco, lo stagionato avventore non credo fosse un raffinato spin doctor nè credo (e spero, per lui) che si sia mai fregiato del titolo di lìder, nè tantomeno di Maximo.
Eppure lui ha capito.
Ha capito quello che allora sfuggì a Domenici e che oggi sfugge a D'Alema, Bindi, Franceschini e compagnia (d'astuti) cantante.
politica estera
20 dicembre 2011
[Piangono per Kim Jong-Il] Come non capirli
Loro piangono per Kim Jong-Il. E i commenti al bar di chi guarda quelle immagini nei tiggì sono del tipo "Roba da grulli", "Bada che scemi", "E piangano i bischeri".
Io invece li capisco ...


7 giugno 2010
[dal Corriere Fiorentino] La ridicola caccia al massone made in PD
Poteva il Partito Democratico perdere occasione per mettersi a dibattere di cose interne mentre il resto del mondo ha qualche altra cosetta, diciamo una crisi globale e le sue conseguenze, a cui star dietro? Poteva risparmiare ai propri elettori l’ennesima bega ad uso correntizio? Giammai! E così, con grande generosità, ma non altrettanta fantasia, decide di tirar fuori dal bagaglio dei ricordi un vecchio tema, sempre pronto all’uso: massoni e partiti politici. E’ proprio vero che di questi tempi non si butta via nulla.

Si badi bene che, fuor d’ironia, il tema potrebbe essere trattato in modo non banale e culturalmente stimolante, ma è evidente che il suo impiego ha uno scopo squisitamente strumentale, secondo logiche di guerricciole interne, a cui sempre più militanti democrats credo siano stanchi d’assistere. E sì che il promotore di questa nuova “battaglia culturale” è il Beppe Fioroni che sul sito della sua corrente nel PD, Quarta Fase, si produce in un editoriale dal titolo “No a un Pd che si guarda l’ombelico”.


Ma del resto la massoneria è fantoccio polemico a cui far vestire ogni panno che il sospetto porta con sé. Cappucci, grembiuli, compassi e rituali; manca giusto la musica thrilling di sottofondo ed una voce fuoricampo che con tono spettrale racconta di connessioni possibili, quanto improbabili, fra la “misteriosa organizzazione” e i fatti più disparati: dalla crisi economica alla scomparsa del gatto del vicino.


E dire che la massoneria, nella storia, è stata ben altro che la sua narrazione e deformazione becero-pop, ed è divertente leggere delle odierne polemiche mentre passeggiando per Firenze s’incrociano i bei manifesti che presentano il Flauto Magico presto in scena a Boboli e nella splendida abbazia di San Galgano. E se per un attimo il pensiero confronta la vertigine dell’opera di Mozart, con le uscite di Fioroni, è inevitabile un senso di straniamento. Per non parlare del grottesco raggiunto dal Di Pietro che dichiara che “in un paese democratico e libero, sistemi massonici non dovrebbero esistere”, dando illuminata prova d’ignorare bellamente la storia d’Italia, prima che della massoneria messa fuorilegge sotto il fascismo.


Non c’è tuttavia bisogno di tornare al ventennio per rammentare casi, curiosi ed emblematici, di caccia al massone. Qualcuno, infatti, ricorderà il caso toscano del libriccino “La Toscana delle Logge”. Solo pochi mesi fa il principale promotore di quell’iniziativa, Graziano Cioni, la rammentava in un’intervista al quotidiano «Il Riformista ». “Nel 1993 – ricordava Cioni - pubblicai a puntate sull'Unità i nomi di oltre 2200 massoni fiorentini appartenenti alle logge coperte, quelle di cui non si conosce l'esistenza. Allora qualcuno si fece male”. Tra coloro che allora si fecero male bisogna annoverare proprio l'Unità. Perché in quel clima di caccia alle streghe, quelli che vennero pubblicati nell’opuscolo allegato al quotidiano erano (atto di citazione del 10/12/1993) “elenchi ... erronei, non autorizzati, per quanto concerne gli iscritti, dalle associazioni, né da queste messe a disposizione di quel giornale”. L'Unità S.p.A venne citata in giudizio e alla fine fu costretta a cercare una mediazione. Si dichiarò così disponibile “a far comporre ed editare a proprie spese un'opera illustrativa dell'istituzione massonica, di carattere scientifico e divulgativo”, proprio per compensare i danni fatti da quella poco puntuale caccia alle streghe.


Certo è che la massoneria oggi è altro da ciò di cui si trova eco, ad esempio, nella Costituzione degli Stati Uniti d’America. Inutile negarlo, così come è inutile negare che se proprio intendesse avere altro ruolo ed altra immagine che non quello della piccola consorteria d’interessi sotterranei, dovrebbe ripensare radicalmente se stessa. Perché l’Italia è sì il paese dove è sempre in voga la retorica del complotto e la logica dell’illazione senza prove; così come è il paese delle
stragi di Stato o di quella strana categoria, unicum mondiale, dei cosiddetti poteri forti.

E tuttavia è anche il paese dove, ad esempio, interessanti studi dimostrano che la grande maggioranza delle società quotate è collegata in un’unica rete attraverso un ristretto gruppo di amministratori che siedono ciclicamente in più consigli d’amministrazione. E’ il paese dove rigidi sistemi di casta e di cricca convivono con e grazie all’ipocrisia che rifiuta di riconoscere e regolamentare la vita delle lobbies. E’ perciò un paese dove è la trasparenza, più che la verità, ad essere rivoluzionaria. Dovrebbe capirlo la massoneria, certo, ma anche i partiti. Che per tante cose, in questa querelle, rischiano di passare per il più classico dei buoi che dà del cornuto all’asino.


dal
Corriere Fiorentino di sabato 5 giugno
CULTURA
21 maggio 2010
[dal Corriere Fiorentino] Scalfari e i nuovi barbari
Eugenio Scalfari presenta oggi a Firenze il suo ultimo libro, Per l’alto mare aperto, dedicato ai nuovi barbari, quelli che, dice il fondatore di Repubblica, parlano il linguaggio dei telefonini, sanno tutto dei gruppi musicali di oggi, ma ignorano la formazione della nazionale di calcio del ’38 e non conoscono Ferruccio Parri e Guglielmo Giannini. Retroguardismo radical-chic, direbbe qualcuno.

Certo a leggere l’intervista che annuncia la presentazione del libro, si colgono quei tratti che marcano il difficile rapporto degli intellettuali di sinistra, o almeno amati a sinistra, con quella cosa chiamata modernità. Così come difficile risulta il rapporto con il paese. Un paese che pure in questi giorni legge incuriosito del Santoro che lascia la Rai, ma continua a farsi ben pagare dal servizio pubblico, beato lui, per “sperimentare nuovi generi televisivi” e che magari si chiede, il paese, se l’imbarbarimento non stia effettivamente dilagando ben oltre i confini segnati da Scalfari. Un paese nei cui confronti però, il nostro non si risparmia nelle critiche, quando dice che a guardarsi intorno in Italia si vedono i segni di una metamorfosi dal genere umano verso i topi o certe specie di formiche. Nientemeno!

Si tratta di visioni dal cui fascino si è fatta sedurre buona parte della sinistra italiana, come scriveva egregiamente Francesco Piccolo sull’Unità di qualche giorno fa. “La sinistra italiana dà l’impressione di essere ormai la parte più reazionaria del paese. In pratica, ha cominciato a fare resistenza al malcostume, alla degenerazione, e pian piano questa è diventata la sua caratteristica principale, che è tracimata anche sul costume, su ogni forma di cambiamento, di accadimento. Ha trasformato il “resistere, resistere, resistere” in una tignosa resistenza a tutto”.

Tuttavia è difficile dar torto a Scalfari quando sostiene la necessità di uno sforzo di conoscenza e costruzione della memoria affinché il cambiamento sia crescita cosciente e non il mero imbarbarimento di una modernità senza riferimenti. E’ però significativo che citi il ’68 come la prima rottura che segna il declino della modernità. E poiché il libro di Scalfari, nel riferimento del titolo all’Ulisse dantesco, si presenta anche come un viaggio nella psiche umana, vale la pena citare una delle più brillanti definizioni del ’68, contenuta nel saggio semiclandestino “Formidabili quei danni” firmato, con uno pseudonimo, Mario Chalet. “Come mai sopravvivono la fissazione e la regressione al Sessantotto? Forse lo ha chiarito Freud mezzo secolo prima con un esempio eloquente. Poniamo che un esercito avanzi in territorio nemico lasciando dietro di sé delle truppe di occupazione a presidiare i punti strategici. Se in uno di essi lascerà un contingente troppo grande ne risulterà un indebolimento dell’esercito stesso che avanza, per cui, ogni volta che incontrerà un ostacolo, anziché affrontarlo, sarà portato a regredire su quella postazione arretrata”.

Anche senza scomodare Freud è innegabile che in Italia il confronto con la modernità abbia messo in crisi la sinistra, almeno quella ufficiale, che tutt’oggi fatica a leggere e a leggersi in questa dimensione, che avrà certo tanti limiti, tante storture, ma che pure altrove è stata interpretata nelle sue possibilità e risorse. Il ’68, in particolare quello italiano e francese, con la sua carica di politicizzata antimodernità, è invece diventato per molti un luogo mitico a cui tornare, a differenza del ’77 che pur con tutte le sue folli contraddizioni fu un momento di appropriazione e trasformazione della modernità.
E a pensarci bene Scalfari inventò la Repubblica proprio nel 1976, all’insegna di una forte carica di spregiudicatezza innovativa e provocatoria. Immagino che non sarà certo mancato chi allora ebbe a riservargli la qualifica di “barbaro”. Oggi è invece lui a dare di queste patenti. E forse non c’è contraddizione in questo. Scalfari interpreta il suo ruolo oggi come allora.

Ma è il suo di ruolo. Io che ho 30 anni, che uso il telefonino, anzi peggio, lo smartphone, che conosco i gruppi musicali attuali come degli anni ’60 e ’70, che non conosco le formazioni di calcio di oggi, figuriamoci quelle del’38, ma che pure conosco Ferruccio Parri e Guglielmo Giannini sono un semibarbaro, secondo il tabellario Scalfari. E in quanto tale credo che il mio ruolo, il nostro ruolo, se proprio devo trovarne uno che valga per me e i miei simili, sia quello di fare quei passi in avanti necessari ad uscire dall’arroccamento. Quei passi che oggi sarebbe sciocco chiedere a Scalfari di fare.

dal Corriere Fiorentino di giovedì 20 maggio
politica interna
3 maggio 2010
[Francesco Piccolo] Gli indignati nel paese estraneo
politica interna
1 dicembre 2009
[Status confusionale] Da Travaglio alle cacate berlusconiane e leghiste
1) Oggi Travaglio, sul Fatto questurino, si applica ad una delle bieche pratiche che più gli si addicono: bastonare i "traditori" del militarismo antiberlusconista. Oggi tocca all'Enrico Letta che ieri diceva cose ovvie: che c'è bisogno di riforme della giustizia e che Berlusconi non si sconfigge in tribunale, ma con la politica. Travaglio gli dedica un articolo in punta di manganello.

2) Con un po' d'ardimento, trovo cinico, ma comprensibile, che Berlusconi vada in Bielorussia a caccia di memorabilia comuniste. Ma dichiarare che "la gente ama Lukashenko, come dimostrano le elezioni" è roba che in gergo tecnico si chiama "cacare abbondantemente fuori dal vaso".

3) Una bella croce, in salsa padana, sulla bandiera italiana? Se dopo aver cacato ti strofini il Tricolore sul culo dall'alto in basso e da destra a sinistra dovrebbe venire un bijoux.
politica interna
30 ottobre 2009
[Graziano Cioni, i massoni, le inchieste] I capri espiatori, i cacciatori di streghe e i risarcimenti dell'Unità
dal Riformista di oggi 30 ottobre 2009

Caro direttore,
ho letto sul suo giornale l'intervista all'ex assessore fiorentino Graziano Cioni: alcune sue dichiarazioni mi hanno fatto sorridere. Quando ero segretario socialista a Firenze sono stato fra i pochissimi a parlare contro la sua estromissione dalle primarie per la candidatura a sindaco a causa delle indagini a suo carico. Non perché mi stia simpatico, che pure è vero, ma perché non mi piacciono né i capri espiatori, né le cacce alle streghe.
Per questo ho sorriso leggendo l'intervista. Soprattutto quando Graziano afferma: “Nel 1993 pubblicai a puntate sull'Unità i nomi di oltre 2200 massoni fiorentini appartenenti alle logge coperte, quelle di cui non si conosce l'esistenza. Allora qualcuno si fece male”.
Tra coloro che allora si fecero male vi fu proprio l'Unità. Perché in quel clima di caccia alle streghe, quelli che vennero pubblicati dall'Unità erano elenchi erronei, non autorizzati, per quanto concerne gli iscritti, dalle associazioni, né da queste messe a disposizione di quel giornale. L'Unità S.p.A venne citata in giudizio e alla fine fu costretta a cercare una mediazione. Si dichiarò così disponibile “a far comporre ed editare a proprie spese un'opera illustrativa dell'istituzione massonica, di carattere scientifico e divulgativo”, proprio per compensare i danni fatti da quella caccia alle streghe.
Vede Direttore, continuerò ad avere in simpatia Cioni e a ritenere decisivo conoscere la storia e le storie per saper giudicare delle persone e delle loro parole. Continueranno a non piacermi i capri espiatori e le cacce alle streghe. E continuerò a sorridere quando sentirò invocare garantismo per sé e di lì a poco rivendicare un passato di cacciatore di streghe, oltretutto poco preciso.
Cordiali saluti,
Tommaso Ciuffoletti
politica estera
5 giugno 2008
[Labouratorio n.25] Mahmoud ... un uomo da amare


“… Ahmadinejad è qui a Roma, disponibilissimo a discutere con noi senza pre-condizioni. La sua presenza è un dono inaspettato per chi vuol assumere il ruolo di “facilitatore”: lui ce lo facilita, ma noi rifiutiamo di incontrarlo per timore di dare un dispiacere agli Stati Uniti e a Israele …”

Giuseppe Cassini, Iran, l’Italia all’ombra di Bush, da l’Unità del 4-6-2008

Giuseppe Cassini è stato ambasciatore d’Italia a Beirut e la sua illustre carriera di diplomatico merita il nostro inchino. Pur proni, tuttavia, non riusciamo a trattenere un mezzo sorriso nel leggere le sue titolate parole che l’Unità non ha mancato di pubblicare con ampio risalto.
Quel burlone del Mahmoud (Ahmadinejad of course), era infatti così pieno di amore che prima di giungere a Roma si è fatto annunciare dal tormentone che lo ha reso celebre: Israele sarà cancellata dalle carte geografiche. Il tutto, ovviamente, condito dai soliti coretti sul potere satanico degli Stati Uniti d’America.

Ma se queste uscite servivano giusto a rispettare il bon ton, quel facilitatore del Mahmoud non ha mancato di far capire più esplicitamente che era pronto a discutere con noi senza pre-condizioni. Per questo ad Ahmad Rafat, vicedirettore di AKI International (AdnKronos), è stato ritirato l’accredito stampa dagli organizzatori del vertice Fao. Il giornalista di origine iraniana è stato ritenuto “persona non grata” e pertanto non ammesso ad entrare nel palazzo dove si svolgeva il summit. Credo che di questo si possa e si debba ringraziare l’accortezza del corretto Mahmoud. Pur senza prendersi apertamente il merito di questa iniziativa - per la quale va comunque segnalata la meritoria collaborazione dei responsabili della Fao, organismo delle Nazioni Unite – egli ci ha fatto capire che non voleva essere pre-condizionato da inutili disturbatori. Disturbatori che avrebbero magari avanzato sciocchi dubbi sul fatto che ai cittadini iraniani possa realmente fregare qualcosa delle invettive antisemite dello scoppiettante Mahmoud.

Chissà, magari, considerato che ci si trovava ad un summit dell’Agenzia Onu per l’Agricoltura e l’Alimentazione, i cittadini iraniani avrebbero voluto sapere dal proprio presidente come mai nella loro nazione l’agricoltura versa in uno stato tanto misero. E dire che di terra coltivabile non ne manca, così come non mancherebbero i fondi da investire. E invece, ad esempio, ogni anno quasi la metà dei raccolti del pregiato the iraniano vanno perduti perché mal conservati. Che dire poi del mercato nero di beni di prima necessità gestito per la gran parte da quei simpatici Pasdaran di cui proprio il cortese Mahmoud faceva parte?

Teniamoci queste curiosità e torniamo al punto da cui siamo partiti e all’articolo di Cassini pubblicato su l’Unità. Si tratta invero di un articolo molto lungo, nel quale, in nome di un preteso realismo, si vuole sostenere che l’aver usato maggiore cortesia nei confronti del placido Mahmoud avrebbe giovato al ruolo internazionale dell’Italia. Sfortunatamente, secondo Cassini, il nostro servilismo filoisraeliano e filoamerikano ci ha portati a non cogliere questa splendida occasione, a non capire quale splendido "dono" essa fosse per noi.

Purtroppo le contraddizioni della retorica di Cassini stanno proprio nel sostenere tesi apparentemente “realiste” misurando però col metro dell’ideologia le azioni di coloro che a tale presunto realismo non hanno obbedito.

Ebbene, vale la pena notare che non solo i rappresentanti del governo di centrodestra hanno disobbedito alle tesi del realismo cassiniano, ma vi ha disobbedito anche tanta parte della sinistra italiana che contro il criminogeno Mahmoud ha protestato, accogliendo invece un altro invito, quello fatto da Il Riformista. All’appello del quotidiano arancione mancavano invero tanti pezzi del fu Arcobaleno della sinistra. Loro certo non potranno essere tacciati di filosionismo o filoamerikanismo … rimane solo da chiedersi: perché chiamarli ancora sinistra?

SOMMARIO DEL N.25

CULTURA
4 aprile 2008
[Compassato] Di politica, Massoneria, Toscana, Socialismo e ... Puffi!


A seguito di un articolo di Fabrizio D’Esposito sul Riformista di ieri, oggi il quotidiano arancione ospita una lettera di replica firmata da Roberto Villetti. Oggetto dell’articolo, e della replica di oggi, è il rapporto tra socialisti e massoni intorno al caso toscano della candidatura al Senato nelle liste del Partito Socialista di Massimo Bianchi, gran dignitario del Grande Oriente d’Italia (trovate gli articoli qua).
Vale la pena ricordare qui che la retorica del sospetto intorno alla Massoneria ha precedenti illustri nella storia del giornalismo italiano, fomentati in particolare negli anni recenti da ciò che il caso P2 ebbe a suscitare a partire dall’inizio degli anni ’80. Da allora la confusione su ciò che la massoneria è stata ed è nel nostro paese, è stata tale da animare sospetti al limite della superstizione, con tanto di caccia alle streghe. Proprio qua in Toscana una caccia alle streghe (non esiterei a definirla così) la lanciò il quotidiano l’Unità nel 1993, in un clima in cui il sospetto era elevato a paradigma del vivere (in)civile e che è inutile ricordare qua. Dopo una serie di articoli che riportavano elenchi di affiliati, o presunti tali, a logge massoniche; tra ottobre e dicembre del 1993 l’Unità pubblicò e diffuse in Toscana, insieme al giornale, un opuscolo intitolato “La Toscana delle Logge”. Nell’opuscolo (cito testuale dagli atti del procedimento che ne seguì) “venivano pubblicati elenchi, asseriti come dei membri delle associazioni attrici … e di altre associazioni massoniche, in parte erronei, non autorizzati, per quanto concerne gli iscritti, dalle attrici, né da queste messi a disposizione di quel giornale”.
L’iniziativa dell’Unità non era solo poco corretta e discutibile da un punto di vista giornalistico, ma venne giustamente ritenuta lesiva del diritto alla riservatezza delle persone e dei soggetti che vi si trovarono loro malgrado coinvolti. Ne seguì una vicenda giudiziaria chiusasi nel marzo 1996.
Perché, vi chiederete, ricordo questi passaggi con una certa precisione. Perché la chiusura di quel procedimento si ebbe con un atto di transazione condiviso, raggiunto grazie alla dichiarata disponibilità dell’Unità S.p.A a far comporre ed editare a proprie spese un’opera illustrativa dell’istituzione massonica, di carattere scientifico e divulgativo. Una sorta di risarcimento morale, diciamo così, che ripianava l’approssimazione con cui invece era stato pubblicato l’opuscolo di cui sopra. L’allora rettore dell’Università di Firenze, Paolo Blasi, in qualità di supervisore di quell’accordo affidò a mio padre Zeffiro e a Sergio Moravia il compito di curare un volume uscito nel 2004 nella prestigiosa collana degli Oscar Mondadori, intitolato: “La Massoneria – La storia, gli uomini, le idee”.
Un’ultima nota, giusto per guardare ai casi del destino, direttore dell’Unità in quel periodo era un certo Walter Veltroni …

Ricordo infine che un grandissimo studioso della storia della Massoneria italiana ed europea, molto probabilmente uno dei più illustri dello scorso secolo, Carlo Francovich (di cui proprio lo Zeffiro di cui sopra è stato allievo) era irremovibile sul fatto che uno storico che avesse ad occuparsi di Massoneria non doveva assolutamente esservi affiliato.
Io son d'accordissimo, l'unica eccezione che sarei disposto ad accettare è per la Grande Loggia dei Puffi!
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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
Oscar Wilde

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