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2 dicembre 2013
[dal Corriere Fiorentino] La decadenza della giustizia
In casa PD c’è chi ha brindato per la decadenza di Silvio di Berlusconi. A ben vedere ci sarebbe poco da brindare. Se qualcuno pensa che questa sia la sua uscita di scena, secondo me, sbaglia. Ma diamo pure per buono che questa sia la fine, per via giudiziaria, del Berlusconi politico e consideriamo cosa ciò potrebbe significare per il paese. A leggere i titoli dell’intervista di Roberto Speranza, capogruppo PD alla Camera, sul Corriere della Sera di ieri, si potrebbe credere che adesso la strada per una riforma radicale della giustizia sia spianata (anche se sono naufragati, per la gioia di Travaglio, i referendum dei Radicali in materia). Se però oltre ai titoli si leggono le parole del giovane Speranza, la speranza vien presto meno. Timoroso nonostante l’abbrivio, non dice una parola chiara in merito a nodi come separazione delle carriere (“non è il problema principale”), obbligatorietà dell’azione penale (“è giusta, ma”), responsabilità civile dei magistrati, equilibrio dei poteri e sovraffollamento delle carceri. Del resto per tanto tempo la sinistra ufficiale di questo paese ha accettato che a dettare la propria linea in materia di giustizia fosse l’Anm. Non lo dico io, ma un autorevole, lui sì, esponente della sinistra italiana come Emanuele Macaluso.
Sarebbe invece opportuno che il PD, a partire dal prossimo segretario Matteo Renzi, tenesse bene a mente che l’uscita di scena di Berlusconi non risolve affatto i problemi di una giustizia penale che ha mandato prescritti quasi un milione di processi negli ultimi 10 anni. E soprattutto non risolve i nodi che riguardano il potere di ricatto della magistratura nei confronti della politica.
Se la smettono di cercare i 101 franchi tiratori dell’affaire Prodi, i democratici potranno ripensare a quando lo stesso dovette dimettersi dalla guida del suo ultimo governo. Quello del 2006-2008. Prodi non cadde per il tradimento di De Gregorio, come una diffusa bugia oggi racconta, cadde per le indagini che un procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Mariano Maffei, che di lì a due settimane se ne sarebbe andato in pensione, aprì a carico dell'allora ministro di Giustizia Clemente Mastella. Di quella inchiesta rimane oggi ben poco contro Mastella (mentre Maffei è stato intanto incriminato per abuso d'ufficio e calunnia). Ma il governo cadde.
Se avanzasse un po’ di tempo tra un brindisi e l’altro, il PD potrebbe dunque farsi venire qualche idea per alimentare la speranza (esse minuscola) di una che riforma che rimane necessaria oggi quanto ieri.

da Il Corriere Fiorentino di sabato 30 Novembre 2013
politica interna
20 luglio 2011
[dal Corriere Fiorentino] Palazzo Vecchio e i sindacati - Due frecciate su due fronti
Di ritorno dalle vacanze Matteo Renzi ha aperto subito due nuovi fronti di scontro politico-sindacale. Il primo riguarda lo sciopero di 24 ore degli autisti dell'Ataf di lunedì scorso. “Una mancanza di rispetto verso i cittadini” l'ha definita il sindaco di Firenze. Le lamentele di Renzi sono fondate per una ragione strutturale. C'è un elemento di anomalia nel ricorso allo sciopero, piuttosto frequente, degli addetti ai trasporti pubblici poiché la sua efficacia sta tutta o quasi nel danno inferto agli utenti e al sistema economico in genere, non alla controparte datrice di lavoro, che siede al tavolo delle trattative. Questo perché il servizio è svolto di fatto in regime di monopolio ed oltretutto nei giorni di sciopero le aziende perdono soltanto il ricavato della vendita dei biglietti per corse singole, non quello degli abbonamenti, né il contributo pubblico. Risparmiano invece carburante, usura ed in poche parole, operando normalmente in perdita, gli scioperi fanno bene al bilancio delle aziende. Un paradosso che imporrebbe un sistema di relazioni sindacali diverso da quello altamente conflittuale, con frequente ricorso allo sciopero da parte dei sindacati, a cui nostro malgrado ci siamo abituati negli anni.

L'altro fronte aperto da Renzi, scatenando un caso che è diventato nazionale, riguarda la sua uscita sui Fantozzi del comune di Firenze, quelli che “un quarto d'ora prima della chiusura degli uffici sono già in coda col cappotto pronti per uscire”. Non è bello per nessuno sentirsi dare di Fantozzi, eppure il personaggio di Paolo Vilaggio è stato ed è, maschera perfetta di un carattere nazionale assai diffuso. E' comprensibile inoltre il fastidio di quei dipendenti onesti e laboriosi che subiscono la doppia ingiustizia di doversi spesso sobbarcare il lavoro di colleghi non altrettanto rispettosi del proprio dovere e poi rischiare di sentirsi accomunati ad essi nella critica ai fannulloni. Se ne deve essere reso conto anche Renzi, che ieri ha dato un colpo di freno alla polemica. Il punto, anche in questo caso, è strutturale e senza citare troppi dati basti pensare che da decenni in Italia non c'è stato un solo licenziamento per scarso rendimento nell'amministrazione pubblica. Questo farebbe supporre che l'Italia possa vantare la migliore amministrazione pubblica al mondo, diverse evidenze c'inducono a ritenere che così non sia e che invece vi siano delle anomalie gravi e penalizzanti di cui i governanti, ma anche i sindacati, portano la responsabilità. Durante il governo Prodi l'on. Lanfranco Turci, non un pericoloso liberista, elaborò insieme al professor Ichino una proposta di legge per ovviare all'inefficienza della p.a. Bel progetto gli dissero, ma di fatto si preferì far finta di nulla. Poi venne Brunetta. Ma ad oggi il problema è sempre sul tavolo.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 20 luglio
politica interna
3 giugno 2010
[dal Corriere Fiorentino] I giovani e il conto di un futuro già speso (da altri)
Disoccupati e bamboccioni, umiliati e offesi, cornuti e mazziati. Trovate il binomio che più vi piace, ma per i giovani italiani non c'è molto da ridere. Il rapporto Istat pubblicato la settimana scorsa parlava chiaro e il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo ha ribadito in modo perfetto nella sua relazione di martedì: se c'è una categoria che più di altre il nostro paese ha scelto di penalizzare in maniera drammatica è proprio quella dei cosiddetti giovani. Categoria transitoria, certo, ma che ormai raccoglie sotto il suo disgraziato ombrello anche uomini e donne che hanno più di trent'anni.

Ma il punto che i dati forse non colgono è che la sconfitta dei giovani italiani sta nel non avere nemmeno catene da perdere. Sta nel non avere coscienza del portare appeso al collo il giogo di un'esclusione ingiusta e truffaldina. Qualcuno direbbe che non abbiamo “coscienza di classe”. E se questa sembra retorica valgano gli esempi. Uno su tutti. C'è stata forse qualche sommossa di piazza allorché il governo Prodi decise di abolire il famigerato scalone Maroni? Tutt'altro, a sinistra lo si celebrò addirittura come una conquista. Una conquista che ha interessato direttamente poco più di 100mila lavoratori, che ha permesso loro, nel migliore dei casi, di andare in pensione un anno prima, ma che è costata alle casse dello Stato 10 miliardi di euro in 10 anni. Tutto questo in un paese in cui il 60% della spesa sociale è impiegata per le pensioni. Il silenzio di una generazione di fronte a quel furto è stata la prova provata che essa manca di voce e di coscienza. Ed è un deficit grave in un paese dove la logica di casta viene fatta valere anche dai più piccoli gruppi di privilegiati, in un paese dove i privilegi degli insiders sono uno schiaffo in faccia alla deprivazione degli outsiders.

La mancanza di “rappresentanza di classe” dei giovani, la loro esclusione, è inoltre un costo anche per il paese. Perché manca la voce di chi è legittimo portatore d’interessi del futuro. Di chi avrebbe da alzarsi, ogni tanto, e dire che non si può continuare a finanziare a debito un benessere mal distribuito. Non si può continuare a ipotecare il futuro di tutti, o almeno di tutti coloro destinati o condannati ad averlo un futuro, per garantire solo il presente di alcuni. Ed è con questo sguardo cinico, incattivito se si vuole, che può capitare di guardare alla crisi attuale ed ai suoi effetti.

Ed è con cinismo che può venir da sorridere di fronte alle proteste dei 117 dirigenti (ripeto: 117) della Regione che rischiano di vedere i propri stipendi, da oltre 90mila euro annui, leggermente ridotti. Perché è vero che tagli lineari alla spesa pubblica tendono inevitabilmente ad essere iniqui, ma intanto arrivano in un sistema dove l’iniquità è norma di Stato e poi perché fatico a ricordare grandi sostenitori della meritocrazia nel pubblico impiego quando pure c’era l’occasione per esserlo utilmente. Durante la scorsa legislatura ho avuto la sorte, e l’onore, di lavorare per il deputato che presentò la proposta Ichino per un’authority sul pubblico impiego. Un deputato di sinistra, che presentava ad un governo di sinistra il progetto elaborato da un ex-dirigente della Cgil. Ci dissero che non si poteva fare. E non ricordo grandi prese di posizione da parte di dirigenti pubblici a difesa di quel progetto. O meglio le ricordo, perchè furono molto poche.

Diceva Sciascia che “i nodi vengono al pettine, quando c’è il pettine”. Ebbene la crisi è il pettine; ed è un pettine spietato. Eppure mostra quanto l’egualitarismo di casta sia ingiusto due volte, perché esclude chi è fuori e privilegia senza distinzione chi è dentro per il solo fatto di essere dentro. Se poi a qualche dirigente proprio non sta bene l’alleggerimento in busta paga, potrebbe fare a cambio con la mia o cederla a qualche qualificato trentenne disoccupato.

Lo so è sgarbato dire così, ma mi si passi la battuta, per quanto scortese; non foss’altro perché quando a noi sarà consegnato il conto di un futuro già speso da altri, probabilmente, avremo molta meno voglia di scherzare.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 2 giugno
politica interna
4 aprile 2009
[Labouratorio n.47] Prima di pre-giudicare Sinistra e Libertà
. Premessa di metodo
Il dibattito su Sinistra e Libertà ha già preso piede sulle pagine di Labouratorio. Lo ha fatto qua e da poche altre parti. Abbiamo, in altre parole, il monopolio del dibattito ed è un monopolio di cui faremmo volentieri a meno, ma visto che ci tocca cerchiamo di svolgere al meglio il nostro compito.
Tra schifati ed esaltati di fronte alla nuova proposta elettorale, è fin troppo facile giocare il gioco delle parti, assai più difficile è tenere dritta la barra delle ragioni di ciascuno. Nelle poche righe che seguono useremo la ragion politica per difendere la ragion d’essere di Sinistra e Libertà, ma vi avvisiamo subito che nel prossimo editoriale saremo altrettanto rigorosi nel valutare se oltre alla ragion d’essere vi siano anche ragioni per dar fiducia (e voto) a Sinistra e Libertà.

. Vivano i cartelli elettorali!
“E’ un cartello elettorale”, con questo assunto si tende a liquidare pregiudizialmente la stessa idea che Sinistra e Libertà possa esistere. Ebbene, mai pregiudizio fu più idiota e, si badi bene, trattasi di assunto idiota non perché SeL non sia un cartello elettorale, ma proprio perché E’ un cartello elettorale. Sinistra e Libertà è infatti il cartello elettorale messo in piedi in fretta e furia dopo che una modifica alla legge elettorale per le europee ha imposto una soglia di sbarramento del 4%. Il problema però non è la soglia, il problema, o meglio l’infamia, è la scorrettezza antidemocratica di quella modifica. Essa è stata infatti approvata il 18 febbraio 2009, a meno di 4 mesi dalla data delle elezioni, a poche settimane dalla presentazione delle liste e dall’inizio della campagna elettorale. L’Unione Europea aveva chiesto che non si apportassero modifiche alla legge elettorale a meno di 6 mesi dalle elezioni, per garantire a partiti e cittadini la conoscibilità effettiva della legge. E invece il Parlamento italiano con unanime calcolo partitocratico (ad eccezione delle astensioni Radicali) ha votato la modifica; dall’Italia dei Valori, all’Udc, passando per la Lega e il Partito Democratico. Di fronte a tale scorrettezza il cittadino può accompagnare quel calcolo di dubbia legalità e d’indubbia scorrettezza partitocratica con il proprio menefreghismo. Può ritenere che questi siano problemi che non lo interessano, che sian questioni che riguardano l’infame casta dei politici, solo e soltanto essa. Può farlo, sì, ma a patto d’aver presente che un paese che ritiene degno di menefreghismo il dato delle regole del gioco democratico è paese che si mette a disposizione di derive le più pericolose.
Se Sinistra e Libertà nasce prioritariamente per cercare una risposta di sopravvivenza a questa infamia, allora viva Sinistra e Libertà, vivano i cartelli elettorali, perché non sono loro a condannare il paese. A condannarlo è il menefreghismo che quello stesso paese mostra per le regole della sua vita democratica.

. LETTERA AI MIEI COMPAGNI - Mantenere la dignità, non “conservare la storia”
Alle considerazioni generali di cui sopra voglio far seguire delle brevi riflessioni dedicate ai compagni socialisti. Ai miei compagni socialisti; e per capire a chi mi stia rivolgendo vi segnalo semplicemente questo link, senza bisogno di aggiungere altro.
Ebbene, proprio a voi, compagni,  voglio chiedere qual è il compito di un partito. Son certo che la gran parte di voi risponderà correttamente:  fare politica, dare risposte a domande sociali di cambiamento, di giustizia, di libertà. E allora perché i socialisti organizzati in partito, qualsivoglia partito, dal 1992 in avanti tutto hanno fatto tranne che politica? Ve lo dico io perché. Perché erano impegnati a fare altro; erano impegnati a fare ciò che non è compito di un partito che si voglia chiamare socialista. La mission dei micro-partiti socialisti sopravvissuti dal 1992 in avanti è stata da un lato quella di conservare una storia e dall’altro quella di mantenere in vita una famiglia sempre più sterile e ridotta di ceto politico, arrivando al paradosso di con-fondere questi due obiettivi in uno solo e di giustificare la pochezza politica (per quanto legittima) del secondo, con la nobiltà morale del primo. Il mix di questo grandioso fraintendimento e del suo vuoto di politica è stata una marginalizzazione costante e progressiva. Un farsi etnia in via d’estinzione, mentre altrove socialisti senza più patria promuovevano politiche vincenti e riforme utili al paese (non ultimo il Brunetta di quella lotta ai fannulloni che con Lanfranco Turci, su ispirazione di Ichino, cercammo di promuovere ai tempi del primo governo Prodi).
A voi, miei compagni, a voi chiedo di smettere di pensare ad un partito come strumento per conservare una storia, per quanto nobile ed ingiustamente infangata. La storia la conservi ciascuno, anzi, la tramandi. Allo stesso compito si dedichino associazioni, riviste, fondazioni, convegni.  Ma le cicatrici che ciascuno si porta appresso non possono essere la ragione del nostro fissarci su esse. Sarebbe la nostra più grande sconfitta, la più sciocca resa alla violenza stupida e pecorona dei lanciatori di monetine.
Torniamo a pensare ad un partito in termini politici, in termini di proposta politica. Con quella misuriamoci, tranquilli del fatto che la nostra dignità non ha bisogno di esserci riconosciuta da alcuno che non ne sia all’altezza. Cerchiamo però almeno d’essere noi all’altezza della dignità che richiede il dirsi ancora oggi socialisti (e liberali aggiungo io!).

Se questa Sinistra e Libertà è da bocciare lo si deve stabilire usando la bilancia della politica. Noi di Labouratorio ci stiamo provando e ci torneremo con puntualità anche nel prossimo editoriale … certo una cosa vi e ci concediamo: se lo sponsor di Sinistra e Libertà continuerà ad essere Achille Occhetto, allora la gioiosa micromachine da guerra avrà ben poco da difendere e ancor meno per cui essere difesa!

LABOURATORIO n.47

politica interna
28 ottobre 2008
[L'articolo che avrei voluto scrivere] "Demagogia e populismo" di Luca Ricolfi

Capita periodicamente di leggere articoli che, quando arrivi alla fine, ti dici "cazzarola, avrei voluto scriverlo io un articolo così". Con Luca Ricolfi mi capita spesso. Ma quello pubblicato il 13 ottobre scorso su La Stampa è anche un articolo che ho riletto con una frequenza scriteriata negli ultimi giorni. Lo trovo semplice e geniale. Da leggere!

DEMAGOGIA E POPULISMO - di Luca Ricolfi
Tratto da LaStampa.it


Io penso che il cosiddetto dialogo sia non solo utile, ma indispensabile - strettamente indispensabile - per affrontare i principali problemi dell’Italia. Per «dialogo» intendo non tanto il rispetto reciproco fra governo e opposizione (che è solo un prerequisito ovvio, ed è questione di maturità politica), quanto la capacità di governo e opposizione di mettere da parte le divisioni nei casi in cui sono in gioco gli interessi di lungo periodo dei cittadini.

Nel corso di questa legislatura, nonostante alcuni tentativi, il dialogo non è mai decollato seriamente e ora - con l’approssimarsi della manifestazione del 25 ottobre - pare destinato ad arenarsi definitivamente. Perché il dialogo non decolla? Perché, nonostante in tanti ci auguriamo una stagione di ragionevolezza, i due maggiori partiti non riescono a instaurare fra loro un rapporto che non sia troppo dannoso per noi?

La risposta, a mio parere, è molto diversa per la destra e per la sinistra.

Il «male» della destra, ossia il tratto della destra stessa che maggiormente danneggia l’Italia, è il populismo. Il populismo in salsa berlusconiana è la credenza di poter fare a meno dell’opposizione in quanto si detiene una maggioranza sia in Parlamento sia nel Paese. Di qui il fastidio per ogni offerta di dialogo, l’insofferenza per le lungaggini parlamentari, la tentazione ricorrente di tirare dritto ignorando le ragioni dell’opposizione, forti soltanto del mandato popolare e dei sondaggi.

Questa sorta di sindrome di autosufficienza, a sua volta, deriva probabilmente da una sottovalutazione della complessità dei problemi dell’Italia, ma forse anche da una sottovalutazione delle proprie buone ragioni.

I politici di destra, salvo qualche importante eccezione, si muovono come se le proprie idee non fossero abbastanza valide da meritare una battaglia culturale né abbastanza forti da portare l’opposizione stessa a fare i conti con esse (come, per fare un esempio, fece la Thatcher, le cui idee contaminarono positivamente Tony Blair). Deficit di egemonia, avrebbe detto Gramsci; miope preferenza per il puro e semplice mantenimento del potere, direbbe oggi un osservatore malizioso. Può sembrare paradossale, ma a me sembra che la tendenza a snobbare l’opposizione non sia segno che la destra è sicura di poter cambiare l’Italia da sola, ma - tutto al contrario - che ha già rinunciato a tentare l’impresa.

Radicalmente differente è il problema della sinistra. Il «male» della sinistra, il suo tratto che più danneggia l’Italia, è la vocazione demagogica. La demagogia in salsa veltroniana è la tendenza a illudere i propri elettori ignorando o deformando i fatti, l’attitudine a manipolare la verità se questo giova alla causa: probabilmente l’aspetto in cui il Partito democratico è rimasto più simile al vecchio Partito comunista. Veltroni ha sicuramente ragione quando osserva che è ben difficile dialogare con chi non perde occasione per irridere l’opposizione e il suo leader. E tuttavia pare non rendersi conto che i leader politici non sono le «comari di un paesino», come le chiamava Fabrizio De André. Esistono certo presupposti psicologici del dialogo (tu ti offendi se l’altro ti tratta male), ma esistono anche - e sono decisamente più importanti - presupposti logici del dialogo: dire la verità, o perlomeno qualcosa che non ne sia troppo distante, è la condizione preliminare minima per affrontare i problemi del Paese.

Sfortunatamente per tutti noi, invece di fare questo, Veltroni e il gruppo dirigente del Pd dipingono un’immagine radicalmente distorta della situazione in cui ci troviamo e delle ragioni per cui vi siamo immersi fino al collo. Lasciamo perdere le vere e proprie bugie che si possono leggere sul sito del Pd, o che ci è capitato di ascoltare in tv (ad esempio: «150 mila insegnanti messi per strada», «tagli alla scuola per 8 miliardi nel triennio 2009-11»). Lasciamo anche perdere l’infantile affermazione per cui «la crisi è colpa della destra» e del suo sfrenato liberismo: come se, dopo gli anni di Reagan e della signora Thatcher, Europa e Stati Uniti non avessero anche avuto una lunga stagione di amministrazioni progressiste; come se - almeno in Italia - la sinistra riformista non fosse più liberista della destra; come se una crisi quale quella che travolge il mondo intero potesse essere imputata a una parte politica. Concentriamoci, invece, sui dati di fondo della situazione italiana.

Veltroni e i suoi parlano di stipendi, salari e pensioni come se ci fossero risorse per aumentarli, e dimenticano che fu lo stesso Padoa-Schioppa, ancora all’inizio di quest’anno, a negarne l’esistenza di fronte ai sindacati che esigevano un intervento sui redditi da lavoro dipendente: farebbero meglio a dire la verità, e cioè che ci vorranno anni di crescita e di sacrifici perché il potere di acquisto delle famiglie italiane recuperi le posizioni inesorabilmente perdute negli ultimi quindici anni, quale che fosse il colore dei governi. Veltroni e i dirigenti del Pd parlano della politica scolastica come se la svolta rigorista non fosse iniziata con il precedente governo (commissari esterni, esami a settembre), e come se le misure di risparmio di oggi non fossero analoghe a quelle previste a suo tempo da Padoa-Schioppa (Finanziaria 2007), e ampiamente spiegate nel Quaderno bianco sulla scuola preparato dal governo Prodi: farebbero meglio a riconoscere che in Italia gli insegnanti sono davvero troppi (come rivelano i dati Ocse) e che purtroppo una parte di essi non è all’altezza del compito (come constata chiunque abbia figli in età scolare). Più in generale, Veltroni e il Pd criticano ossessivamente i tagli, in qualsiasi campo avvengano (scuola, università, forze dell’ordine, giustizia, sanità, enti locali), e preferiscono rimuovere il dato cruciale: i tagli alla spesa corrente sono necessari, tanto è vero che, in campagna elettorale, il partito di Veltroni ne prometteva per circa 40 miliardi in un triennio, contro i 30 previsti dalla Finanziaria di Tremonti.

Naturalmente si possono avere idee diverse su come intervenire sui problemi strutturali dell’Italia, e ci sono ottimi motivi per essere critici su molto di ciò che passa il convento governativo: tagli poco o per niente selettivi, passi indietro nella disciplina dei servizi pubblici locali, confusione in materia di federalismo, scarsi investimenti nei settori strategici, insufficienze e ritardi nelle misure di carattere sociale (come la social card). Ma se si vuole essere credibili, occorre smetterla di illudere gli italiani trattandoli come bambini: far credere che i tagli siano evitabili, che ci siano soldi per i redditi da lavoro dipendente, o che la crisi sia «colpa della destra», significa solo fare della demagogia. Una demagogia cui Berlusconi non potrà che rispondere con dosi crescenti di populismo. Che a loro volta rafforzeranno Veltroni nella convinzione che il male sia «questa destra». La quale destra avrà la prova provata che con «questa sinistra» non si può dialogare. E così via per saecula saeculorum. Perciò imploriamo entrambi: possiamo cambiare film?

politica interna
21 dicembre 2007
[VideoIntervista] Chiacchierata con Lanfranco Turci e Alberto Benzoni
Una chiacchierata a tre fra Lanfranco Turci, Alberto Benzoni ed il sottoscritto. I video sono due perché la chiacchierata è stata piacevole e quindi più lunga del previsto. Da una "nuova questione sociale" in Italia, alla debolezza del governo, dai diritti civili traditi dal Pd, alla legge elettorale e i destini delle forze laiche. Questi i temi toccati.
Sperando che possa essere divertente, oltre che interessante; buona visione!



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Oggigiorno tutti hanno spirito. Dovunque si va non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti. E' divenuta una vera peste.
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