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CULTURA
21 maggio 2010
[dal Corriere Fiorentino] Scalfari e i nuovi barbari
Eugenio Scalfari presenta oggi a Firenze il suo ultimo libro, Per l’alto mare aperto, dedicato ai nuovi barbari, quelli che, dice il fondatore di Repubblica, parlano il linguaggio dei telefonini, sanno tutto dei gruppi musicali di oggi, ma ignorano la formazione della nazionale di calcio del ’38 e non conoscono Ferruccio Parri e Guglielmo Giannini. Retroguardismo radical-chic, direbbe qualcuno.

Certo a leggere l’intervista che annuncia la presentazione del libro, si colgono quei tratti che marcano il difficile rapporto degli intellettuali di sinistra, o almeno amati a sinistra, con quella cosa chiamata modernità. Così come difficile risulta il rapporto con il paese. Un paese che pure in questi giorni legge incuriosito del Santoro che lascia la Rai, ma continua a farsi ben pagare dal servizio pubblico, beato lui, per “sperimentare nuovi generi televisivi” e che magari si chiede, il paese, se l’imbarbarimento non stia effettivamente dilagando ben oltre i confini segnati da Scalfari. Un paese nei cui confronti però, il nostro non si risparmia nelle critiche, quando dice che a guardarsi intorno in Italia si vedono i segni di una metamorfosi dal genere umano verso i topi o certe specie di formiche. Nientemeno!

Si tratta di visioni dal cui fascino si è fatta sedurre buona parte della sinistra italiana, come scriveva egregiamente Francesco Piccolo sull’Unità di qualche giorno fa. “La sinistra italiana dà l’impressione di essere ormai la parte più reazionaria del paese. In pratica, ha cominciato a fare resistenza al malcostume, alla degenerazione, e pian piano questa è diventata la sua caratteristica principale, che è tracimata anche sul costume, su ogni forma di cambiamento, di accadimento. Ha trasformato il “resistere, resistere, resistere” in una tignosa resistenza a tutto”.

Tuttavia è difficile dar torto a Scalfari quando sostiene la necessità di uno sforzo di conoscenza e costruzione della memoria affinché il cambiamento sia crescita cosciente e non il mero imbarbarimento di una modernità senza riferimenti. E’ però significativo che citi il ’68 come la prima rottura che segna il declino della modernità. E poiché il libro di Scalfari, nel riferimento del titolo all’Ulisse dantesco, si presenta anche come un viaggio nella psiche umana, vale la pena citare una delle più brillanti definizioni del ’68, contenuta nel saggio semiclandestino “Formidabili quei danni” firmato, con uno pseudonimo, Mario Chalet. “Come mai sopravvivono la fissazione e la regressione al Sessantotto? Forse lo ha chiarito Freud mezzo secolo prima con un esempio eloquente. Poniamo che un esercito avanzi in territorio nemico lasciando dietro di sé delle truppe di occupazione a presidiare i punti strategici. Se in uno di essi lascerà un contingente troppo grande ne risulterà un indebolimento dell’esercito stesso che avanza, per cui, ogni volta che incontrerà un ostacolo, anziché affrontarlo, sarà portato a regredire su quella postazione arretrata”.

Anche senza scomodare Freud è innegabile che in Italia il confronto con la modernità abbia messo in crisi la sinistra, almeno quella ufficiale, che tutt’oggi fatica a leggere e a leggersi in questa dimensione, che avrà certo tanti limiti, tante storture, ma che pure altrove è stata interpretata nelle sue possibilità e risorse. Il ’68, in particolare quello italiano e francese, con la sua carica di politicizzata antimodernità, è invece diventato per molti un luogo mitico a cui tornare, a differenza del ’77 che pur con tutte le sue folli contraddizioni fu un momento di appropriazione e trasformazione della modernità.
E a pensarci bene Scalfari inventò la Repubblica proprio nel 1976, all’insegna di una forte carica di spregiudicatezza innovativa e provocatoria. Immagino che non sarà certo mancato chi allora ebbe a riservargli la qualifica di “barbaro”. Oggi è invece lui a dare di queste patenti. E forse non c’è contraddizione in questo. Scalfari interpreta il suo ruolo oggi come allora.

Ma è il suo di ruolo. Io che ho 30 anni, che uso il telefonino, anzi peggio, lo smartphone, che conosco i gruppi musicali attuali come degli anni ’60 e ’70, che non conosco le formazioni di calcio di oggi, figuriamoci quelle del’38, ma che pure conosco Ferruccio Parri e Guglielmo Giannini sono un semibarbaro, secondo il tabellario Scalfari. E in quanto tale credo che il mio ruolo, il nostro ruolo, se proprio devo trovarne uno che valga per me e i miei simili, sia quello di fare quei passi in avanti necessari ad uscire dall’arroccamento. Quei passi che oggi sarebbe sciocco chiedere a Scalfari di fare.

dal Corriere Fiorentino di giovedì 20 maggio
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