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CULTURA
24 aprile 2015
[dal Corriere Fiorentino] Per Elio Toaff e Indro Montanelli

Il 19 aprile si è spento Elio Toaff. E la perfetta lettera di ieri al Corriere Fiorentino, di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi, è stata forse il modo più bello di ricordarlo. Usando le sue stesse parole, quelle con cui raccontava di quando l'Italia aveva tra le proprie leggi alcune che discriminavano le persone sulla base della loro fede religiosa. Ma quella stessa Italia aveva anche, tra i propri cittadini, alcuni che a quelle leggi scelsero di non ubbidire. A proprio rischio, a proprio pericolo. A proprio merito che oggi non va dimenticato. E se c'è un senso che per il 25 aprile vale ancora oggi, non sta nell'antifascismo inteso come coro da stadio a partita finita. Ma come coraggio di levare una voce solitaria quando intorno tutti preferiscono tacere o assecondare. Ed il coraggio è negli atti.

In fondo anche la fede ebraica è negli atti. Quella degli ebrei è infatti una religione che non si fonda sul credere in qualcosa, ma sul fare delle cose. Elio Toaff le faceva con intelligenza.Come usa dire: ieri a Roma sono apparse delle scritte. Ma le scritte non appaiono così, per magia. Qualcuno, alfabetizzato a dispetto delle apparenze, si è incaricato di scriverle. Una di queste scritte recita testualmente “Elio Toaff balleremo sulla tua tomba”. Me lo vedo che ride. “Inciamperete”.

Ieri invece a farci sorridere c'hanno pensato i candidati governatori di questa regione, la Toscana. Erano tutti a Fucecchio. Il presidente Rossi, il donzelliano Donzelli, il salviniano Borghi, il forzitaliota Mugnai. A Fucecchio il 22 aprile. Quello stesso giorno del 1909, nella cittadina toscana nasceva un certo Montanelli Indro. E a quanto risulta dalle cronache di ieri, nessuno dei candidati governatori ha avuto a mente di ricordarselo. Credo sia stato l'involontario omaggio ad un grande del secolo scorso.


Lo si interpreti come un religioso silenzio. O forse una saggia scelta di strategia politica, per non dover affrontare l'imbarazzante paragone. Sia come sia, sarebbe stato divertente, ancorché temo grottesco, sentire per esempio, l'epitaffio di Salvini per Montanelli. Mai però, divertente quanto quelli che Montanelli medesimo dedicava ad illustri contemporanei. Li si trovano raccolti in un volumetto edito nel 2011, ma presto sparito dalla circolazione, dal titolo “Ricordi sott'odio”. Ci sono gli epitaffi che Montanelli dedicò ad esempio al Migliore: «Qui riposa Palmiro Togliatti /impiegato modello/ di rivoluzioni parastatali». Oppure a Moravia: «Qui giace il più rappresentativo e completo/di tutt’i personaggi di Moravia: Alberto». Quello tremendo su Alida Valli: «Qui/ per la prima volta/ Alida Valli/ giace/ sola».
E quello infine che Montanelli dedicò a se stesso: «Qui riposa Indro Montanelli. /Genio compreso, spiegava agli altri/ ciò ch’egli stesso non capiva».

dal Corriere Fiorentino di giovedì 23 aprile 2015



SOCIETA'
11 luglio 2014
[dal Corriere Fiorentino] Berlinguer non ti voglio bene, ma ti rispetto.

Il neoassessore fiorentino Lorenzo Perra orgogliosamente rivendica l’intitolazione di una piazza cittadina ad Enrico Berlinguer “un atto di sinistra, doveroso e che non a caso è tra i primi della nuova amministrazione”. E qua, Berlinguer a parte, è interessante prendere nota della priorità che la nuova amministrazione ha individuato per Firenze: intitolare piazze.

L’intitolazione avviene mentre Sinistra Ecologia e Libertà, nel trentesimo della morte di Berlinguer, promuove una campagna nazionale proprio per invitare i sindaci “a dedicare all’indimenticato segretario del Pci uno spazio vissuto del proprio comune”. Considerando le divisioni in cui si dibatte il partito di Nichi Vendola non si può negare che l’utilizzo di Berlinguer come santino possa avere un suo senso, appacificante e unificante.

Infine Enrico Rossi, anche lui, dice di voler ripartire da Berlinguer per ricostruire la sinistra. Già che ci siamo ci sarebbe anche da ricostruire il Muro di Berlino, predicare l'Eurocomunismo, rivendicare la diversità morale di un partito che prende fondi pubblici, soldi da Mosca e domina la Lega delle Cooperative e poi saremo pronti per la leadership di Enrico Rossi.

E va bene, benissimo così, perché a Berlinguer tocca dire di volergli bene, pena lunghe discussioni con amici e conoscenti che su tutto accettano punti di vista diversi, ma guai a toccargli Berlinguer. Più austeri dell’austera figura del dirigente di partito che ci hanno tramandato. Più permalosi di un fiorentino se gli tocchi la Fiorentina. Berlinguer il buono, il Giovanni XXIII del comunismo italiano. E secondo me qualcuno sarebbe pure tornato a casa dando una piccola falcettina e un martellino ai propri bimbi dicendogli che glieli mandava il Segretario.

La mistica del Berlinguer uomo onesto ed uomo probo ha travalicato ogni riferimento storico e politico. Così come il mito della diversità è diventato l’estremo rifugio per ogni sentimento di rivalsa, per ogni redenzione postuma, spesso immeritata, di militanti e non. Fino all’apice dell’omaggio registico di Veltroni. L’omaggio ad un uomo che da politico e segretario di un partito che aveva ramificazioni, organiche e non, nei giornali, nelle accademie, nelle procure, diceva di volere un partito che cessasse di occupare lo Stato. Il punto è che lo diceva da politico (più astuto che coraggioso secondo me). Certo non lo diceva da filantropo, non da figurina per santini. Quello che invece per tanti continua inevitabilmente ad essere e, quel che è peggio, ad essere tramandato. Anche a Firenze.

dal Corriere Fiorentino di venerdì 11 luglio

politica interna
10 giugno 2013
[dal Corriere Fiorentino] Padroni e politica
«Le parole sono importanti» urlava Nanni Moretti dando in escandescenze in una celebre scena di Palombella rossa. Non molto più tranquillo era l'Enrico Rossi che mercoledì, al culmine di un'assemblea con i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica tessile ex Mabro di Grosseto, di parole ne ha ripetuta, urlando, una in particolare: «Padroni». Intendendo riferirsi a quelli che, in altri contesti, lui stesso è solito chiamare imprenditori.

La scelta di questa parola ad un'assemblea di lavoratori che non hanno più uno stipendio è stato una sorta di rifugio nella vecchia, rassicurante retorica del conflitto di classe. Ma non solo, perché Rossi ha voluto calcare la mano nell'accusare chi non ha saputo dare copertura alle promesse, per quanto caute, che lui stesso aveva fatto a quei lavoratori sulle prospettive di salvataggio dell'azienda. Di fronte a quei lavoratori che si sono sentiti traditi in primis proprio da Rossi, il governatore ha risposto ponendo una domanda non banale: è forse compito del Presidente «trovà padroni»?.

Il compito della politica può anche essere quello di provare a dare una mano per aiutare a risolvere crisi. Ma è un compito eccezionale e delicato. Dove fare promesse diventa impegnativo anche usando cautele. Mentre il compito quotidiano della politica sarebbe quello di costruire un ambiente favorevole all'impresa e al lavoro, perché le due cose non sono in conflitto. Altro che retorica del conflitto di classe. Meno tasse sul lavoro così come sulle imprese (e Rossi dovrebbe sapere che l'Irap che pagano i padroni copre il 40% della spesa sanitaria nazionale), meno burocrazia, meno incertezze legate all'amministrazione della giustizia.

In questo senso si può anche prendere per buona la critica che Rossi ha aggiunto, a seguito della sua sfuriata, sull'eccesso di rendita che c'è in Toscana. La scelta della rendita è in parte sicuramente dovuta a certe disfunzioni del capitalismo di relazione all'italiana, in cui però la politica ha avuto ed ha un ruolo centrale (basti pensare alle privatizzazioni degli anni Novanta, per non andare troppo indietro). Per altra parte è dovuta invece proprio alle difficoltà eccessive che si trova davanti chi vuole fare impresa in questo Paese.

Se il governatore vuole salvare posti di lavoro e combattere la rendita aiuti l'impresa. E, perché no?, anche nella scelta delle parole. Che sono importanti.

dal Corriere Fiorentino di sabato 8 giugno
politica interna
6 maggio 2013
[dal Corriere Fiorentino] In attesa della legge elettorale

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta, durante il discorso con cui ha chiesto la fiducia alla Camera, si è assunto l’impegno di dire ai deputati, e indirettamente ai cittadini, che “quella di febbraio è stata l’ultima tornata elettorale affrontata con il Porcellum”.

Parole simili le aveva pronunciate relativamente alla legge elettorale toscana il Presidente della Regione Enrico Rossi che tre anni fa, fresco di elezione, dal suo profilo Facebook tuonò perentorio: “la legge elettorale toscana non ha funzionato e va cambiata: è giusto rimettere la preferenza o il collegio uninominale”. Ad oggi siamo ad un nulla di fatto ed il rischio è che ancora una volta ci si riduca alle ultime settimane di vita della legislatura regionale per cambiare quella che invece è una legge decisiva per definire le regole del gioco democratico. Tanto che la cosiddetta Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa stilò a suo tempo “un codice di buona condotta in materia elettorale” nel quale si faceva presente che «gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione». Questo per evitare ogni sospetto che le modifiche possano essere figlie di interessi partitici e anche per garantire la piena conoscibilità del sistema elettorale da parte degli elettori.

Se si prende per buono quanto rammentato da questo documento si capirà bene che si è perso fin troppo tempo, dato che il Consiglio Regionale si è insediato nel 2010 e che torneremo a votare fra due anni esatti.

Da un lato c’è la totale mancanza di chiarezza dei partiti maggiori sul tema della riforma della legge elettorale. Né il Partito Democratico, né il Popolo della Libertà, ad oggi, hanno chiarito apertamente quali siano le loro preferenze in materia. Un modo questo per evitare di allargare i confini del dibattito oltre le stanze di Palazzo Panciatichi. Dall’altro a inizio legislatura non è stata istituita alcuna commissione apposita (e tuttora non ve n’è una), ma in pieno stile da vecchia politica sono stati messi in campo solo “gruppi di lavoro informali”. Tanto informali, quanto inconcludenti verrebbe da dire.
E, ad oggi almeno, verrebbe anche da augurare ad Enrico Letta che le sue promesse possano avere miglior sorte di quelle toscane. Nel frattempo restiamo in attesa.

dal Corriere Fiorentino di sabato 4 maggio

politica interna
7 dicembre 2012
[dal Corriere Fiorentino] La storia del bel modello elettorale toscano

In un’intervista apparsa ieri su Il Fatto, Enrico Rossi racconta il sistema elettorale toscano quasi fosse un modello di cui andar fieri poichè è l’unico sistema che prevede per legge le primarie. Fattici seri dopo un inevitabile sorriso raccontiamo la storia del bel modello toscano.

7 maggio 2004, la maggioranza del Consiglio Regionale (Ds, Margherita, Forza Italia, An, i socialisti dello Sdi e i Verdi) vota la norma che aumenta i consiglieri da 50 a 65 (più stipendi per tutti). La norma è contenuta nel nuovo Statuto Regionale insieme alla legge elettorale: il porcellinum toscano, con liste bloccate. E se questa non è partitocrazia trovatemi voi una definizione più adatta.

17 dicembre 2004, viene approvata la legge 70. Una legge originalissima che sancisce la possibilità, per i partiti, di fare qualcosa che non è mai stato vietato e che, per giunta, permette di farlo a carico del contribuente. Si tratta della legge che stabilisce la possibilità di svolgere elezioni primarie per la selezione dei candidati all'interno delle liste bloccate.
A ricorrere a quelle primarie furono i soli DS, salvo poi disattenderne l'esito nel nome della fusione con la Margherita e la presentazione della lista unica Uniti nell'Ulivo (anche se tra le ragioni non ufficiali c’erano alcuni risultati non graditi al vertice del partito).

Alle elezioni regionali del 2005, con questa legge, i partiti nominano i membri del Consiglio Regionale (difficile sostenere che siano stati i cittadini a sceglierli).

5 agosto 2009, il Consiglio dei nominati decide di modificare la legge elettorale. Mantenute le liste bloccate, ridotti per eccesso di vergogna i consiglieri da 65 a 55, viene introdotta una soglia di sbarramento del 4% per accedere al Consiglio. A volere questa modifica sono il Pd (per cercare di arginare l’Italia dei Valori) e Forza Italia+An (per cercare di arginare la Lega). Insieme non hanno però una maggioranza sufficientemente qualificata a garantirli dal rischio che un quinto dei consiglieri regionali contrari alla modifica possa chiedere di sottoporre la legge a referendum. Per ottenere la maggioranza qualificata il PD procede ad acquisire i voti dei consiglieri del Partito Socialista (gli stessi dello Sdi dopo il cambio di nome). Questi votano la norma dietro la garanzia offerta dal PD di un posto nel listino bloccato collegato al candidato presidente (per il quale non sono previste “primarie” di sorta) ed un posto nella futura giunta regionale.
Ad oggi possiamo dire che quell’accordo, conservato in cassaforte, è stato onorato. Con il consigliere socialista Pieraldo Ciucchi eletto nel listino del Presidente e Riccardo Nencini, segretario nazionale socialista, assessore della giunta Rossi.

A voi giudicare se questa sia una vicenda di cui andar fieri.
Oggi restiamo in attesa di vedere se anche l’impegno di una nuova legge elettorale promessa da Enrico Rossi verrà onorato.

politica interna
19 ottobre 2012
[dal Corriere Fiorentino] Sprecare legalmente
La si pensi come si vuole sulle Società della Salute, ma alla fine il risultato è stato un mancato successo. Che tradotto dal politichese significa un fallimento.

Partite nel 2004 come sperimentazione per avvicinare al territorio l’offerta di alcuni servizi sociosanitari e assistenziali, nel tempo ne sono state costituite 25 “e altre si stanno costituendo” recita la pagina da aggiornare del sito della Regione. Il loro abbandono è stato imposto da ragioni di un bilancio regionale ridottosi di 500 milioni di euro, come ha ricordato l’assessore Nencini. Tuttavia questo argomento s’offre come un’arma in più a chi ha sempre criticato le Sds, su tutti il consigliere dell’Udc Marco Carraresi che non a torto sosteneva già da qualche tempo di “non aspettare la scure della spending review ed operare in modo oculato e incisivo i tagli possibili e necessari”, partendo da un riassetto dei settori assegnati finora alle Sds.

Non che il costo delle Sds fosse esagerato in termini contabili, dato che i fondi erano utilizzati in prevalenza per il pagamento della retribuzione al Direttore della Sds, con uno stipendio medio annuale tra i 110 e i 120 mila euro (a cui però si devono aggiungere una serie di voci di strutture, consulenze, collaborazioni), solo che ogni spesa la si deve valutare in termini di utilità. Specie in tempi di assottigliamento delle risorse, che s’accompagnano non solo ad un impoverimento dell’intero paese, ma anche alla scoperta di malversazioni operate dalla politica col denaro dei cittadini le regioni sono più che mai nell’occhio del ciclone. Ma che più che la rincorsa alla questione morale, più che il ritenere i Fiorito figli di una degenerazione genetica sarebbe utile considerare quanto stringente sia il rapporto tra la possibilità di esigere e spendere denaro pubblico e la responsabilità di renderne conto.

Abbiamo già vissuto una stagione politica, perché politica fu in ogni senso, in cui la convinzione che il problema fosse legato soltanto al diffuso malaffare tradì ogni buon intento risolutivo. Perché il fallimento di quella stagione è oggi ben chiaro senza possibilità di smentita di fronte ai casi usciti in successione, e senza soluzione di continuità, negli ultimi disastrosi mesi di cronache politico-amministrative. Ma ancor più fallimentare è il bilancio di quella stagione se si guarda a come la macchina amministrativa dello Stato, a tutti i livelli, non solo non è diventata più efficiente, ma ha drenato al paese sempre più risorse. Perché si può spendere in modo assolutamente lecito, ma del tutto inefficiente. Gli esiti sono comunque nocivi.

dal Corriere Fiorentino di venerdì 19 ottobre
politica interna
17 ottobre 2012
[Non importa essere renziani] Ogni giorno un renziano si sveglia
Ogni giorno un renziano si sveglia.
E sa che dovrà trovare voti per PierMatteo.
Poi legge un'Ansa di Fassina, un editoriale dell'Unità e uno status di Facebook di Enrico Rossi.
E si rimette a dormire.
Sereno.
16 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Buongiorno, il mondo è cambiato. Pregasi prenderne atto
"Buongiorno, il mondo è cambiato. Pregasi prenderne atto". Una voce registrata con questo messaggio dovrebbe accogliere tutti coloro che ancora entrano nelle sedi di un qualunque partito italiano. Partito Democratico compreso. Non si tratta del più rassicurante dei benvenuti, ma è premessa necessaria a ogni questione s'intenda trattare. Soprattutto se si parla di politica economica.
Lo diceva bene nella sua intervista al Corriere Fiorentino di sabato scorso l'assessore Alessandro Petretto, il quale faceva presente che l'attuale livello di gratuità dei servizi non potrà essere garantito in futuro e si dovranno quindi trovare soluzioni per ridefinire i confini e le condizioni dell'offerta di servizi, cercando di salvaguardare l'equità. Prontamente Enrico Rossi, poco dopo aver varato giustappunto aumenti di ticket sanitari, biglietti e abbonamenti ferroviari, ha fatto notare a Petretto di non essere in linea con la posizione ufficiale del Pd. Una posizione che si fatica ad evincere tra il sostegno al governo Monti e alle sue scelte di tasse (tante) e tagli (qualcuno) e non meglio precisati intenti dichiarati di combattere l'evasione per ridurre la pressione fiscale (un refrain talmente vecchio e disatteso che si fatica a capire dove stia il senso di riproporlo ancora).
Al di là delle incongruenze di cui sopra, il punto di fondo è che Petretto sostiene sia necessario rivedere i confini dello Stato in economia, mentre per gli ortodossi del Pd fra tassazione per redditi sopra i 65.000 euro e lotta all'evasione si può serenamente continuare a garantire tutti (a parte una generazione di poveri fessi come me che non avranno la pensione, ma questo sembra non rilevare).
È vero che per lunga parte dello scorso secolo la socialdemocrazia ha rappresentato il compromesso più lungimirante realizzato tra la borghesia capitalista e la classe operaia. Le conquiste di quel periodo hanno significato maggiori tutele, garanzie, diritti per larga parte delle società in cui quel compromesso è stato (più o meno compiutamente) realizzato.
Oggi però quelle società non esistono più. Quanto meno non sono più rappresentabili da quel compromesso e il modello di stato sociale costruito allora non può più resistere di fronte ai suoi costi, alla parzialità delle tutele, così come manca di ricette per affrontare credibilmente le sfide della globalizzazione e dell'immigrazione.
E per favore, non ci si illuda che le risposte stataliste alla crisi abbiano rilanciato le ragioni di un rinnovato «socialismo» de facto. Quello che abbiamo visto all'opera è un atteggiamento prettamente emergenziale, si tratta di uno statalismo di salvataggio, che non ha nulla di programmatico a lunga scadenza, né di ideologico e che non può avere né l'uno, né l'altro.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 15 agosto 2012
14 agosto 2012
[dal Corriere Fiorentino] Quanto è vecchio il nuovo patto dei democratici e progressiti

La grande novità della politica estiva dicono sia il patto dei democratici e dei progressisti avanzato da Bersani, accolto da Vendola e benedetto da Casini (uno che, a leggere la sua lettera al Corriere della Sera di ieri, sembra arrivato da Marte e invece è in Parlamento dal 1983). Vai così a leggere il contenuto di questo grande patto, guardi alla voce Lavoro e la prima cosa che noti è il solito refrain del meno tasse sul lavoro e più tasse sui patrimoni. Per non abbandonare sconsolato la lettura con troppa fretta decidi di concederti anche il passo dedicato all’Europa. E qua tra i primi punti leggi che si richiede la “fine del dogma dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici assunto come unico fine in sé”.

E’ quanto basta per capire che di passi in avanti non v’è ombra. Il PD si conferma un partito schiavo delle sue paure, tanto pavido da risultare ipocrita. Perché è un partito che sostiene il rigore imposto da Monti senza il coraggio di dirlo (rigore imposto a suon di tasse più che di tagli ed il timore è che presto anche la Regione Toscana possa fare altrettanto). Appoggia con atti, riforme che non ha il coraggio di sostenere a voce. Agisce senza capacità di pensiero costretto dalla responsabilità della contingenza, ma schiacciato dalla paura di dire e dirsi perché è necessaria quella responsabilità.

Il punto della spesa pubblica è la cartina tornasole per capire il paradosso di cui è schiavo. Perché se è vero che il dogma dell’austerità è sbagliato, ancora più sbagliato è il dogma della spesa pubblica intoccabile. Peggio ancora: innominabile. Eppure la crisi legata al debito pubblico di questo paese imporrebbe la necessità di affrontare proprio questo nodo. C’è chi lo fa con coerenza sul fronte liberale, ed è il caso del manifesto “Fermare il declino” promosso da Oscar Giannino e firmato a livello locale anche dall’assessore Petretto. Sul fronte (per semplificare) socialista si preferisce invece nascondere la testa sotto la sabbia. Per troppo tempo, infatti, ci si è abituati a gridare alla macelleria sociale ogni volta che venivano proposti tagli alla spesa pubblica. E lo si è fatto anche quando quella spesa foraggiava privilegi ingiusti, intollerabili e nemici del lavoro e dei lavoratori, quelli veri.

Se davvero si vuole proporre una via di sinistra per uscire dalla crisi lo si può fare anche in nome della spesa pubblica. Chiedendo che sia più giusta, che non foraggi clientele e fannulloni. Accettare la sfida di un suo ridimensionamento per concentrarla là dove veramente può servire ad aiutare tutti e gli ultimi per primi. Ma se si ha paura anche di nominarla, beh, la sfida è già persa.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 8 agosto

politica interna
2 gennaio 2012
[Vecchia Politica 2.0] Enrico Rossi, Facebook e la stizza
Ti fai gestire la pagina Facebook da gente che pensa che Blair si scriva Blear.
Te la fai sorvegliare da troll e fake che insultano chi muove una critica od un appunto.
Un giorno appare su un quotidiano una pagina di satira ti prende in giro in modo talmente palese che tu non te ne accorgi, ti stizzisci e affidi al social network un commento acido e offensivo.
Ecco, qualcuno dovrebbe spiegarti che un vecchio politico che usa Facebook non diventa un politico nuovo. Rimane semplicemente ... un vecchio politico che usa Facebook.
Tanti cari auguri di buon anno al Presidente di questa Regione.
politica interna
30 novembre 2011
[Girovagando sul web] La divertente storia dei troll presidenziali

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permalink | inviato da inoz il 30/11/2011 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
30 novembre 2011
[dal Corriere Fiorentino] L'oro di Mosca non luccica più
Che il nodo dello sviluppo dell'aeroporto di Firenze sia intricato da tanto,troppo tempo è un dato di fatto. La sua vicenda, fatta di veti incrociati, volontà e inconcludenze politiche è ormai parte della storia di questa città e di questa Regione. Molti, anche questo giornale, hanno visto nella volontà espressa dal sindaco Renzi di fare dello sviluppo di Peretola un punto qualificante del proprio mandato una speranza di soluzione dell'annosa vicenda. Speranza rafforzata dai propositi dichiarati dal presidente della Regione Rossi. Eppure ad oggi si stentano a vedere gli effetti concreti di quelle dichiarazioni d'intenti, con danno non solo per Firenze, ma per l'intero sistema Regione (come usa dire).

Ad alcuni potrebbe venire anche il dubbio che ci sia una volontà dilatoria: per affossare definitivamente lo sviluppo di Peretola alla fine potrebbe bastare far passa re altro tempo, fra le spietate valutazioni degli esperti e la concorrenza di altri aeroporti vicini e più attrezzati, vedi Bologna, chiudendo in un angolo ciò che non sa stare al passo coi tempi.

Può darsi che sia un dubbio malizioso. Forse è vero invece che da parte di Rossi vi sia la volontà di rimandare lo scontro con i sindaci della piana fiorentina, di cui s'è già avuto un assaggio con l'approvazione dell'ultimo piano territoriale (Pit). Forse c'è la volontà, anche questa dichiarata, d'attendere che la Regione rientri in Adf e in tal senso c'è adesso sul tavolo anche la disponibilità dell'Ente Cassa di Risparmio di dare in affitto alla stessa Regione le proprie azioni. Forse c'è la volontà d'avere un progetto d'integrazione articolato per gli scali regionali, soprattutto fra Firenze e Pisa. Forse c'è anche l'idea di gestire la partita togliendo la scena al sindaco Renzi.

E sia, ma intanto i tempi continuano a stringere e vale la pena ricordare che già nel 2005 quella che è oggi Aeroporti Holding aveva presentato alla Regione un progetto di integrazione degli scali toscani con relativo potenziamento funzionale di Peretola. E verrebbe da chiedere che ne è stato di quel progetto. Perché è pur vero che la politica ha i suoi ritmi, ma sarebbe bene che questi coincidessero con quelli della realtà che intende governare. Altrimenti diventano legittimi i dubbi anche i più maliziosi su volontà inespresse o manifeste incapacità. Anche perché potrebbe capitare, lontano dai microfoni, di sentir dire da autorevoli personalità istituzionali che a loro nulla interessa dei milionari russi che potrebbero arrivare a Firenze con scalo diretto. A far sorridere, per non piangere, non è solo la superficialità dell'analisi, ma anche la divertita considerazione che trattasi di dirigenti che avevano idee diverse sui milioni che un tempo arrivavano dalla Russia. Che all'epoca si chiamava Unione Sovietica.

dal Corriere Fiorentino di martedì 29 Novembre
politica interna
29 novembre 2011
[preview dalla Rassegna Stampa di Confindustria Toscana] Peretola e l'oro da Mosca
politica interna
26 maggio 2011
[dal Corriere Fiorentino] La sinistra nel recinto
La geometria politica che divide da destra a sinistra il campo delle proposte è sempre materia delicata. Spesso può essere utile a semplificare, raramente ad inquadrare correttamente la scena. Ieri il presidente della Regione Enrico Rossi vi ha fatto ricorso per sostenere che “una sinistra all'acqua di rose, di stampo bleariano, non ha futuro e finirà per cedere il passo alla destra. Accade già in Spagna con 5 milioni di disoccupati e il 50% dei giovani senza lavoro, ma accade anche in Germania nonostante la crescita al 5%. Ovunque riesplode la questione sociale: lavoro, democrazia, dignità della persona, diritti sociali. E questo richiede una sinistra non annacquata”.
Tony Blair (non Blear), il leader laburista inglese che ha riportato la sinistra al governo dopo quasi un ventennio di dominio conservatore, diviene così il rappresentante di una sinistra “all'acqua di rose”. Strano destino per uno che ha segnato una svolta decisiva nel sanare la frattura tra sinistra e modernità, dando alla parola riformismo un'accezione nuova e rivoluzionaria per i canoni classici della socialdemocrazia europea. Destino ancor meno comprensibile se si guarda al tema del lavoro. Nel 2007, quando Blair lasciò la guida del suo paese, in Inghilterra il 60% di coloro che perdevano un lavoro poteva contare su forme di ammortizzatori sociali, nell’Italia di Prodi e dell’abolizione dello scalone Maroni erano il 18%.
Il punto della questione non è dunque avere patenti ideali di “sinistrismo”, ma avere progetti di riforma, attuabili, concreti e al passo con una realtà del lavoro che non è più quella su cui si sono misurati il pensiero e la pratica politica del Novecento.
Il paragone tra Blair e Zapatero è ulteriormente fuorviante. Il fallimento di Zapatero è stato proprio nelle mancate riforme necessarie per assecondare la crescita spagnola degli scorsi anni. Sburocratizzazione, riduzione e riassetto della spesa pubblica. Sono mancate proprio politiche liberali.
In Italia, una sinistra che volesse raccogliere la sfida abbandonata delle riforme avrebbe da ripartire non dal definirsi in base alla geometria politica, ma da proposte innovative. Per non fare nomi ci sarebbero quelle che da molto tempo ormai, propone il senatore del Pd Pietro Ichino, uno che per le sue idee è condannato dagli estremisti a vivere sotto scorta e dai suoi colleghi di partito ad abitare il recinto dei grilli parlanti. Un recinto dal quale, decidete voi se da destra o da sinistra, sarebbe bene liberarlo.

dal Corriere Fiorentino (http://corrierefiorentino.corriere.it/) del 24 maggio 2011
SOCIETA'
29 aprile 2011
[dal Corriere Fiorentino] Rave e illusioni
Antonio Santarelli lotta ancora per la vita, e ci si può solo stringere alla moglie ed al figlio tredicenne. Domenico Marino rischia di perdere un occhio, la speranza è che ciò non accada. Inutile cercare parole per commentare quanto accaduto lunedì mattina in quell’angolo di Toscana, splendido e nascosto, che sta tra i comuni di Sorano e Pitigliano. Una simile violenza, cieca, vigliacca, letteralmente folle non può trovare ragione alcuna.

L’infamia di un gesto senza ragioni può certamente diventare spunto per reazioni che non accettano argomenti, che invocano prioritariamente, se non esclusivamente, l’urgenza di reprimere, proibire, occultare. Come se già i rave e il mondo che vi orbita intorno non fossero già abbastanza repressi, proibiti, occultati, salvo poi esplodere in cronaca per drammi come quello di lunedì o perché ragazzi che a quei rave partecipano (quasi sempre “di buona famiglia”, ci dicono poi i cronisti) muoiono ammazzati da droghe sintetiche.

E quella della rave culture è una storia che esperti più o meno improvvisati vi potranno raccontare partendo dagli esordi inglesi degli anni ’80 fino alla Love Parade di Berlino. Quello che so io dei rave è che non si svolgono su Marte, ma spesso nel più classico dei “dietro casa mia”, che non li organizzano e non vi partecipano alieni, ma ragazzi e ragazze con l’illusione di inseguire il sentirsi liberi e in comunione, che di solito vi si trovano musica terribile e droghe peggiori. Droghe sintetiche spesso adibite a chiudere ogni spiraglio di vita (come la ketamina, che non a caso è un anestetico per cavalli) e che sono il paradosso di happening rivendicati in nome della comunanza, ma che spesso si risolvono nell’autismo indotto chimicamente e nei casi peggiori in dipendenze psicologiche che sono la celebrazione della schiavitù e la massima negazione della libertà.

Illusioni false e traditrici. Ma temo che lo siano anche quelle di chi crede che proibire il già proibito e reprimere il già represso possa essere la soluzione o almeno un passo verso la comprensione. Quella reciproca e quella di sé. Perché forse una soluzione, in verità, non c’è, ma ci può essere il tendere ad accorciare le distanze tra mondi che per tante ragioni sembrano separati, ma che non lo sono in realtà e non possono esserlo.

Questo non è giustificare o nascondere le responsabilità di chi dovrà pagare per quel che ha fatto. E’ piuttosto l’invito a non dare per buono, anche in questa occasione, che le soluzioni apparentemente facili siano realmente delle soluzioni.

 dal Corriere Fiorentino (http://corrierefiorentino.corriere.it/) di Giovedì 28 Aprile 2011
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