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30 dicembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] La sottile differenza tra leggerezza e superficialità

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”. Lo diceva Italo Calvino.

Matteo Renzi, ieri in conferenza stampa, ha chiuso trattando con grande leggerezza il tema di una possibile amnistia “Non credo che sia all'ordine del giorno nel dibattito politico italiano. Non è sul tavolo”.

Andando sul sito del Ministero della Giustizia si possono leggere le statistiche, aggiornate al 30 novembre di quest’anno, sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane. A Sollicciano, per rimanere nella città di cui Renzi è stato sindaco, ci sono 693 detenuti. La capienza ufficiale segnala come limite 494. A San Gimignano non va molto meglio: 349 detenuti dove dovrebbero starcene al massimo 235. E non servirà andare oltre per iniziare ad avere il dubbio che nelle parole del presidente del Consiglio vi fosse, più che leggerezza, un po’ di superficialità.

La stessa superficialità con cui si considera esaurita l’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso delle carceri italiane. E’ vero che la Cedu ha dichiarato irricevibili una serie di ricorsi presentati da alcuni detenuti contro lo Stato italiano. Ma lo ha fatto in attesa di una verifica approfondita della situazione. Sarà infatti il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, a valutare l’effettiva funzionalità degli strumenti messi in campo dall’Italia per evitare, di qui in avanti, quello per cui è già stata condannata in passato: l’aver inflitto trattamenti inumani e degradanti a persone detenute.

Lo strutturale sovraffollamento delle carceri italiane, e la necessità di misure rapidamente efficaci per evitare che questa situazione d’illegalità prosegua, sono temi che sono quindi ben sul tavolo. E lo sono a prescindere dalle comode scelte del governo, che sul fronte giustizia ha rinunciato ben volentieri ad ogni velleità rottamatrice per una più cauta gestione dell’esistente. E lo sono anche a prescindere dalla barbarie della propaganda di antieuropei e manettari nostrani (curiosamente si rilevi come le due categorie si accompagnino spesso insieme, dalla Lega a Grillo). Quelli che non vogliono accettare che la certezza della pena per chi delinque, non possa che essere certezza di un pena giusta. E non illegittimamente aggravata da condizioni inumane e degradanti.

E’ un punto logico all’apparenza sottile, ma fa una grande differenza. La stessa che passa tra leggerezza e superficialità.

televisione
15 dicembre 2015
Il giochino dei titoli e gli opposti benefici

Se c'è un paese che con la libertà ­ha un rapporto schizofrenico, questo è l'Italia. Capace di far convivere nel proprio stesso nome evocazioni d'anarchia e burocrazia, laissez-faire e statalismo, grandi passioni ed infinite rassegnazioni. Con un'unica linea di coerenza, quella di trovarsi sempre ad una delle estremità possibili. Guai rammentare invece la necessaria controparte della libertà: la responsabilità. Per quella non c'è mai tempo.

La libertà di stampa non fa eccezione. Spesso si rammentano classifiche internazionali in cui ci posizioniamo dopo il Congo, ma di contro chiunque può rammentare che siamo abituati a leggere titoli che nemmeno nella Sodoma dei bei tempi andati. Tra i pochissimi paesi al mondo abbiamo un ordine dei giornalisti, salvo poi scoprire che non serve a un granché. Periodicamente c'è chi proclama di volerlo abolire, come Grillo, se non fosse che i suoi deputati partecipano proprio ad iniziative indette da quello stesso ordine.

E potremmo andare avanti fino ad arrivare alla Leopolda dell'altro giorno, dove è andato in scena il giochino di far votare ai leopoldini e alle leopoldine i titoli di giornale ritenuti più bugiardi nel raccontare l'azione del governo. Tra i quotidiani più rammentati dai sostenitori del Presidente del Consiglio figura Il Fatto Quotidiano, i cui giornalisti si sono risentiti facendo presente che questo è un insulto alla libertà, e ancor prima all'onorabilità, del loro lavoro. Loro e di quello del loro direttore, Marco travaglio, che in questi giorni gira l'Italia con il suo show dal titolo molto efficace “Slurp”, in quanto dedicato ai giornalisti, scusate se si è filologicamente corretti, leccaculi. Con tanto di nomi, cognomi e un caro saluto all'onorabilità.

Ma di tutta questa vicenda a noi preme guardare il riflesso politico. Con la speranza di sbagliarci nell'immaginare che – al di là dei fini ludici del sondaggio della Leopolda – vi fosse in fondo la volontà di provocare e riproporre uno schema che è stato la fortuna politica di Silvio Berlusconi per tanti anni. Ovvero quello di occupare il centro della scena grazie agli attacchi demonizzanti di una parte della stampa e dei media. Un gioco di mutuo scambio e mutua convenienza. Perché così come questo schema ha giovato a Berlusconi, così ha garantito rendite di posizione ad ampie schiere di giornalisti specializzati nell'antiberlusconismo militante.

Pochi giorni fa Paolo Mieli, a colloquio con Eugenio Scalfari, salutava con favore la scelta di Calabresi come nuovo direttore de La Repubblica, quasi a sancire il passaggio ad una fase politica diversa. Ecco, speriamo che si vada avanti su questa strada. Perché tornare all'antico non farebbe bene a nessuno. E francamente, sarebbe pure parecchio noioso.

dal Corriere Fiorentino di martedì 15 dicembre

moda
2 novembre 2015
La propaganda e il suo rovescio
diritti
29 ottobre 2015
Daniele Franceschi
36 anni. Morto mentre era in un carcere francese.
Nel disinteresse di tutti. Tanto che hanno impedito ai familiari di vederne la salma, al medico legale di parte di assistere all'esame autoptico e infine non hanno mai restituito nemmeno i suoi organi.
I Radicali dovevano essere transnazionali, ma non ci sono mai riusciti.
E quelli del "ridateci i Marò" probabilmente sono gli stessi che "se ti pestano in carcere te lo sei meritato".
Una brutta storia francese.
Una bruttissima storia italiana.
Felice (se così si può dire) che almeno il Corriere Fiorentino non abbia smesso di raccontarla.


letteratura
21 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Requiem per la lettera al Presidente
18 settembre 2015
[dal Corriere Fiorentino] Trogolema

Sabato, alla festa dell'Unità di Firenze, D'Alema se l'è presa, fra svariati altri s'intende, anche con Angelo Panebianco, colpevole di aver scritto un editoriale in cui individuava nella battaglia sulla riduzione fiscale, l'arena dove si combatte e si combatterà “una battaglia per l'identità della sinistra”.

E dire che proprio la risposta di D'Alema, ad una domanda sulla giustezza o meno di una politica di riduzione delle tasse, è stata dedicata ad inquadrare l'annuncio di Renzi sulla cancellazione della Tasi come una proposta sbagliata, perché non di sinistra. Una questione che ha richiamato esattamente il punto di un'identità politica che non si può tradire. D'Alema ha quindi confermato la bontà dell'analisi di Panebianco nel momento esatto in cui se la prendeva con lui.

Ma al di là di questa involontaria finezza logica, la chiave dell'analisi di D'Alema sulle scelte di riduzione fiscale conferma anche l'altra parte dell'analisi di Panebianco. Ovvero quello di un atteggiamento ideologicamente ostile alla riduzione delle tasse da parte di quella sinistra di cui D'Alema fa parte. E si potrebbe aggiungere anche che si tratta di un'ostilità che è tale non è solo ideologica, ma anche piuttosto rozza e demagogica.

“Perchè se tu metti i soldi in tasca ai ricchi, non è che quelli vanno dal droghiere. Li investiranno, da qualche parte, magari all'ester … non lo so”. Questo è uno dei passaggi meno azzeccati di quella risposta. In cui tuttavia emerge chiaramente che tagliare le tasse non si può perché poi si tagliano anche ai ricchi e questo non è di sinistra. Ora però bisognerà chiarirsi, anche qui, su un punto logico ineludibile. Le tasse se le riduci, le riduci a quella parte di cittadini che le pagano (in Italia non sono moltissimi, ma insomma ancora qualcuno è rimasto). Di solito chi le paga ha un reddito (e anche questo non è banale). E se il suo reddito è alto pagherà più tasse. E se le riduci, potrebbe capitare di ridurle anche a lui. Questo spero lo si possa accettare anche nella sinistra di cui parla D'Alema. Così come s'accetterà di dover dare buono, fino a prova contraria, che anche chi guadagna molto (e in Italia i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro di imponibile Irpef sono poco più dell’1 per cento del totale) lo fa in modo legittimo e fa parte anche lui del consesso civile. E magari va pure dal droghiere (anche perché da certi droghieri è bene presentarsi con conti solidi, visti i prezzi).

L'Italia ha un debito pubblico molto alto, un Pil che non cresce, un'evasione fiscale intollerabile quasi quanto la pressione fiscale su coloro che le tasse le pagano. Ma poi si scopre che il problema sono i ricchi che dichiarano il proprio reddito, ma non vanno dal droghiere. Io non lo so se questo è un atteggiamento post-comunista o meno. Ma mi pare piuttosto trogloditico.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 16 settembre

vita familiare
23 luglio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Non si può dire, è berlusconiano

“Voglio abbassare le tasse”. Non si può dire, è berlusconiano. “E' ingiusto usare le intercettazioni come arma di diffamazione”. Non si può dire, è berlusconiano. “Alle giuste condizioni, ma i magistrati devono essere responsabili dei propri errori”. Non si può dire, è berlusconiano. “Mi piacciono le belle donne”. Non si può dire, è berlusconiano. Tanto che se uno non lo conoscesse, questo Berlusconi non potrebbe che rimanere subito simpatico.

Siamo alle solite. Il Presidente del Consiglio, stavolta Matteo Renzi, annuncia dalle telecamere della Rai che intende stipulare un patto con gli italiani. E qui varrà forse la pena chiarire che Renzi, in materia, ha già maturato esperienza in proprio. I fiorentini ricorderanno i 100 punti con cui Renzi si candidò alle primarie per il sindaco di Firenze, vincendole. Sicuramente non ricordano quali erano quei 100 punti, né quali siano stati effettivamente realizzati, ma ricordano l'essenza contrattuale di quella proposta. “La vera cifra del renzismo non sta in nessuno di quei 100 punti – scrivemmo all'epoca su queste pagine - ma proprio nel loro essere contratto, la formalizzazione del rapporto diretto fra Renzi e i fiorentini. Forma e al tempo stesso sostanza del populismo civico”.Era un Renzi che già guardava senza imbarazzi a formule vincenti che in Italia, certamente, Berlusconi aveva usato per primo, ma che fuori dall'ombelico peninsulare erano bagaglio di tanti e tantissimi. E non servirà scomodare John Locke per far pure presente che si tratta di ispirazioni venute da lontano.E lo stesso Renzi, già all'epoca, si vantava di aver ridotto le tasse in Provincia, facendo peraltro sorridere coloro che, alla meglio, da quella riduzione avranno risparmiato gli spiccioli per un caffè. Eppure era simbolicamente qualificante far presente che lui non giocava al giochino per cui ridurre le tasse non si può perché è di destra, mentre pagarle, considerandolo bellissimo, è di sinistra.Sono passati svariati anni e molte cose sono cambiate. Quel che non è cambiato è il riflesso manicheo di tanti. Ma non è cambiato nemmeno l'andamento della pressione fiscale: sempre inevitabilmente cresciuta. Per ridurre le tasse servono le coperture, per trovare le coperture servono risparmi, per risparmiare occorre evitare di spendere male i soldi che si chiedono ai cittadini. In certi casi occorre tagliare. Il tutto rispettando i vincoli europei.Non è affare da risolversi per slogan insomma.Ecco, quel Silvio Berlusconi di cui dicevamo sopra, in questa missione non è mai veramente riuscito. E' stato quello il suo limite più grande. A Renzi raccogliere una sfida difficilissima. Dal fronte meno comodo per condurla. Se poi ve n'è uno.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 22 luglio

20 luglio 2015
[dal Corriere Fiorentino] L'importante è stare divisi.

A Sesto Fiorentino ci sono i ribelli. Che a leggerla così, la notizia pare subito ammantarsi di un'aura di fascino proibito. E invece si tratta di otto consiglieri comunali della maggioranza, di sinistra ça va sans dire, che intendono sfiduciare il sindaco, nella persona di Sara Biagiotti, eletto meno di un anno fa col loro sostegno. Motivazione ufficiale “la città è ferma”.
In attesa che Sesto si muova al ritmo del commissario prefettizio, a Milano si dimette il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris, che dice addio a Pisapia. “Difficoltà insormontabili” dice lei a pochi mesi dalle elezioni. E dalla capitale morale a quella reale il passo è breve e le dimissioni identiche. A Roma il vice di Ignazio Marino, Luigi Neri, di Sinistra Ecologia e Libertà, si dimette “per amore della città”.
Di capitale in capitale, ad Atene il compagno Tsipras è alle prese non solo con un rimpasto di governo ed una nuova maggioranza a sostenerlo, ma è oggetto di attacchi nient'affatto velati da parte del suo ex ministro Yanis Varoufakis, che sostanzialmente lo accusa di non essere tosto come lui, che ha il giubbino di pelle per andarci in moto e non come Renzi per andarci dalla De Filippi.


Al netto della distanza che passa tra Atene e Sesto Fiorentino, lasciando stare il povero Trotsky e dando per buono che ciascuno dei succitati protagonisti abbia le proprie ottime ragioni per fare ciò che fa; rimane sempre quel dubbio strisciante che, in fondo in fondo, perso per strada l'operaismo, abbandonato Marx, caduto il Muro, l'unico tratto che unifica la sinistra sia la divisione.
Del resto da qualche decennio lo slogan più in voga a sinistra è che qualcos'altro è sempre possibile. Un altro mondo, un altro paese, un'altra città, un altro condominio, un altro bilocale in zona centro. Ma soprattutto un'altra sinistra è sempre possibile. Poco importa che sia anche poco probabile. Poco importa che alla fine, invece della sinistra possibile, si materializzi il grillino inatteso di Livorno o il Toti che governa la Liguria.

Chi rinuncia ai propri sogni rinuncia a vivere, scrivevamo un tempo sui diari di terza media. E a sinistra si continua a sognare. E chissà che alla fine non avesse ragione il Sepulveda che scriveva “Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento, ma solo dai fallimenti ricavi una lezione. La nostra generazione è segnata dai fallimenti, eppure si potrebbe dire che proceda di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale”.
Sepulveda fa il poeta, non il politico. In bocca al lupo per la vittoria finale.

dal Corriere Fiorentino di domenica 19 luglio


20 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Salvini e il Karaoke

Come il vecchio Karaoke. Quello di Fiorello, non la sua triste e recente riedizione. Quel circo itinerante che riempiva le piazze di tutta Italia nel 1993. Fiorello faceva il mattatore, qualcuno cantava insieme a lui, tutti accorrevano in piazza alla registrazione del programma per poi riguardarsi a casa, alle 20.00, in prima serata.

E' lo stesso format della campagna elettorale salviniana in Toscana. Salvini è lo showman col seguito di telecamere, i candidati locali sono i concorrenti che lo affiancano, e a fare da pubblico accorrono sostenitori e contestatori. Che poi si riguardano al Tg Regionale e se va bene anche a quello nazionale. Solo che al posto delle canzoni c'è una violenza verbale e purtroppo a volte anche fisica, a fare da collettrice d'attenzioni.

E' l'effetto falena, quello che all'accendersi di ogni telecamera attira verso la luce qualsivoglia sorta di aspirante presenzialista, eccita ogni cacciatore di 15 secondi di popolarità, rianima la sonnacchiosa provincia che vive l'arrivo di Salvini come lo sbarco del circo Barnum in periodo d'audizioni per il nuovo fenomeno da esibire. E non si sottraggono i lanciatori d'oggetti, i funamboli del centro sociale, stagionati impiegati per rivoluzioni parastatali e persino consiglieri comunali d'ogni sorta, Partito Democratico compreso. Comparse anch'esse necessarie allo show. Non serve nemmeno scomodare la categoria degli utili idioti.

La violenza, predicata o praticata, è ingrediente necessario del format, che serve a tenere alta l'attenzione mediatica, di cui peraltro si alimenta, in un circolo che più vizioso non si potrebbe. Questo non significa sminuire il portato politico della Lega di Salvini, così come del suo predicare; tanto più efficace proprio per la condizione d'impotenza in cui si trova quel che resta di Berlusconi e dei suoi. Si potrebbe infatti notare come l'alzare i toni di Salvini sia efficacissimo anche sul piano politico, grazie al vuoto in cui langue ogni alternativa a destra. Con i media berlusconiani ormai in preda alla paranoia dello zingaro e dell'immigrato birbone, con Brunetta che s'inventa capopolo astioso che gode delle sentenze contro la legge Fornero (da lui peraltro votata) il tutto dopo mesi al governo con Letta ed altrettanti di Patto del Nazareno. Rincorrere Salvini sul suo terreno è una meravigliosa esibizione del masochismo tipico di chi è privo di idee, di bussola e di Silvio. E questo al netto del profilo, degnissimo, del candidato governatore di Forza Italia in Toscana.

Salvini gioca a fare la lepre. E un po' ricorda il primo Renzi. Quello rottamatore duro e puro. Da un punto di vista mediatico è l'unico che ha raccolto l'eredità del format renziano, trasportandolo dalla Leopolda in un luogo di confine tra i salotti tv e una curva da stadio. E sarà facile notare come sovente, nel corso della Seconda Repubblica, la differenza tra i due luoghi sia parsa piuttosto labile.

Tuttavia la rincorsa a celebrare il salvinismo sconta anche l'ansia tipica italiana di acclamare sempre il vincitore annunciato o quello che per tale si presenta. Le previsioni sul suo successo vanno depurate da questo dato strutturale. Il tutto in attesa delle elezioni del 31 maggio. Le ennesime della repubblica del video.

dal Corriere Fiorentino di martedì 19 maggio

LAVORO
14 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Storie della storia delle riforme della scuola
I toscani e le riforme della scuola. Potrebbe essere il titolo di un volumetto di storie della storia. A partire da quella di un toscano adottato come Giovanni Gentile, cui si deve l’unica vera riforma della scuola che questo Paese possa dire d’aver conosciuto. 1923. Ma sono vicende più recenti quelle che ci aiutano ad inquadrare il dibattito che oggi Matteo Renzi deve affrontare in prima persona (con tanto di gessetti e lavagna, come ha fatto ieri nel video con cui lui vorrebbe mettere fine alla guerra ideologica scoppiata sulla sua riforma).

1990. Al governo c’è Andreotti. Sergio Mattarella è ministro della Pubblica Istruzione. Da anni le statistiche registrano un netto calo demografico. Le classi, dove insegna il maestro unico, si fanno sempre meno numerose. Cosa fare dunque? Risparmiare? Ripartire le stesse risorse tra un numero inferiore d’insegnanti per dare loro stipendi più alti e formazione permanente? No. I sindacati scelgono di puntare sulla moltiplicazione dei maestri per ogni classe, sostenendo la tesi che tale moltiplicazione sarebbe stata a costo zero. La tesi è sposata dal ministero. A smentirla nella sua assurdità logica ci pensa un toscano, Alessandro Petretto, che in quel tempo lavora al Tesoro. Gli dicono bravo, grazie, ma delle sue analisi se ne fregano. Politici e sindacati in festa. Gli insegnanti si moltiplicano e continuano a guadagnare poco.

2000. Al governo c’è D’Alema (bis). Al ministero della Pubblica Istruzione c’è l’ex rettore di Siena, Luigi Berlinguer. Toscano d’adozione. Intanto la fine dei partiti ha dato al sindacato un ruolo ancora più centrale nell’arena politica. E proprio i sindacati confederali, Cgil in testa, lo accompagnano nel tentativo più rivoluzionario della sua gestione: il famoso «concorsone». Vengono stanziati sei milioni di lire d’aumento su base annua, per ognuno dei 150 mila insegnanti che lo avessero a superare. Stavolta sono i sindacati di base a cogliere la palla al balzo della lotta contro il merito. Si mobilitano mettendo in un angolo i sindacati confederali. Cisl e Uil si sfilano presto, lasciando la Cgil da sola e il ministro con lei. L’ipotesi di dare stipendi sensibilmente più alti sulla base di un criterio, per quanto rozzamente, meritocratico è sconfitta. Berlinguer batte in ritirata. I sindacati di base fanno festa. Di quegli aumenti non se ne fa nulla.

Ed eccoci ad oggi. Gli insegnanti guadagnano poco e non potrebbe essere altrimenti. I sindacati sono forti solo nel pubblico impiego. Renzi ci prova e predica la buona scuola. In bocca al lupo a tutti.

dal Corriere Fiorentino di giovedì 14 maggio


12 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Beppe Grillo comico scienziato

Umberto Veronesi, oncologo. E' anche grazie alla sua opera di medico, ma anche divulgatore e protagonista del dibattito pubblico che la lotta al cancro in Italia ha fatto importanti passi avanti. In un paese che pure sconta un deficit di cultura scientifica di base gravissimo; in cui ci si deve districare tra i complottisti delle scie chimiche, programmi televisivi a base di templari alieni che vivono in cimiteri indiani facendo cerchi nel grano, onorevoli convinti dell'esistenza delle sirene, scienziati improvvisati sulla base di letture che in confronto Wikipedia è roba da professionisti.

Per combattere i tumori esistono due strategie principali: prevenirne la comparsa, adottando uno stile di vita sano (dall'alimentazione, all'evitare il fumo), oppure diagnosticare la malattia il più precocemente possibile, prima che si manifesti a livello clinico. Di qui una serie di scelte per cui in Toscana, regione in questo campo all'avanguardia in Italia, dal 1° gennaio 2000 per le donne dai 50 ai 69 anni la mammografia è divenuta gratuita e successivamente la fascia d'età è stata estesa tra i 45 e i 75 anni.
Certo si può fare di meglio. Ma si può anche fare di peggio.

Beppe Grillo, comico, politico, scienziato. Qualche giorno fa se n'è uscito con una invettiva proprio contro Umberto Veronesi. “Veronesi - ha detto Grillo - va sempre in tv a pubblicizzare la necessità per le donne di fare le mammografie. E dice di farle  ogni due anni ma la differenza percentuale di malattia fra chi le fa ogni due anni e chi le fa meno spesso è solo del due per mille. Ma lui magari prende le sovvenzioni per il suo istituto da chi vende le macchine per le mammografie”. Poteva mancare lo schizzo di fango sull'attività professionale di Veronesi e sulla sua buona fede quando rammenta l'importanza della prevenzione? Ovviamente no. E poteva forse mancare lo zelante grillino, in questo caso tale Roberto Fico (eletto presidente della commissione di vigilanza Rai ai tempi del governo Letta) a rilanciare fango su fango? No, non poteva mancare. Ed ecco quindi anche una dichiarazione secondo cui Veronesi è finanziato da multinazionali che producono inceneritori, per cui dovrebbe tacere quando si parla di tumori. Roberto Fico, laureato in Scienze della Comunicazione.

Ricordo con affetto gli show di Beppe Grillo di qualche anno fa. Quelli in cui ci spiegava come il mondo stesse annegando nell'ignoranza imposta dai soliti burattinai del complotto giudoplutocattomassonico e chi più ne ha, più ne metta. Tra le tante cose che la cupola del potere ci teneva nascoste c'era l'incredibile forza pulente di un prodotto distribuito da una società svizzera. Tale prodotto registrò un'impennata di vendite a seguito degli show di Grillo che ne reclamizzava le virtù. Una palla di plastica contenente sfere di ceramica che, secondo un processo chimico-fisico che non è mai stato chiarito, dovrebbe pulire il bucato in lavatrice.

Beppe Grillo, comico, politico, scienziato. E poi ancora comico.

dal Corriere Fiorentino di martedì 12 maggio

7 maggio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Renzi e la trasparenza
«In Italia il capitalismo di relazione ha prodotto effetti negativi e credo sia giunto il momento di mettere la parola fine ad un sistema basato più sulle relazioni che sulla trasparenza». Così Matteo Renzi a Milano, nella sede della Borsa Italiana, per un dibattito davanti alla comunità finanziaria.
Va detto che dirla, il presidente del Consiglio, l’ha detta giusta. Più trasparenza innanzitutto. E poi combattere un sistema in cui per troppo tempo la grande maggioranza delle società quotate è stata, e credo si possa dire che lo sia ancora, collegata in un’unica rete attraverso un ristretto gruppo di amministratori che siedono ciclicamente in più consigli d’amministrazione.
Malignamente verrebbe da pensare che, se Renzi fosse stato preso sul serio, si sarebbero rischiati diversi malori in sala.

Una sala dove del resto erano presenti anche i rappresentanti della Consob, l’autorità deputata proprio a garantire, tra le altre cose, la trasparenza dei mercati mobiliari. Attualmente, tra i fronti su cui è impegnata c’è quello relativo alle operazioni intercorse sui mercati inglesi prima che il decreto di riassetto delle Popolari venisse varato dal governo, con il provvedimento serratamente approvato poco più di un mese fa.

Il punto è che, al di là degli episodi, la definizione di capitalismo di relazione inquadra un sistema pervasivo di interessi costruiti su relazioni che si proteggono e promuovono reciprocamente a scapito di altri eventuali competitors. L’Italia in questo settore è, purtroppo meritatamente, ai vertici delle classifiche, in special modo nella categoria «Paesi sviluppati che non crescono più». Il che fa intendere come il capitalismo di relazione, lungi dall’essere il male congenito che è nelle economie in forte sviluppo, è da noi un’incrostazione senza tempo ed anzi una delle cause del nostro stallo.

Nel suo viaggio Firenze-Roma, Renzi ha provato per esperienza diretta quanto possa essere difficile penetrare il muro di gomma della politica e degli affari in questo Paese. Per farlo ha dovuto dotarsi degli strumenti necessari. A partire proprio dalle relazioni con imprenditori, finanzieri, giornalisti. Attuando un aggressivo spoils system dove possibile e tenendo innanzitutto saldo il timone di quella che adesso è la sua ditta . La speranza è che tra grandi ambizioni di cambiamento e ineludibile necessità di conservazione, il nostro abbia almeno la forza di non rinunciare completamente alle prime.

dal Corriere Fiorentino di mercoledì 6 maggio 2015


CULTURA
22 aprile 2015
[Lettera al Corriere Fiorentino] Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi per Elio Toaff

Non dovrei farlo. O forse invece sì.
Sul Corriere Fiorentino di oggi c'è una lettera bellissima di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi. Ricordano Elio Toaff con le sue parole.
Meritano di essere lette.

Caro direttore,
Livorno, la città che gli dette i natali, ha accolto lunedì pomeriggip, per l’ultimo saluto, Elio Toaff, rabbino emerito di Roma scomparso la scorsa domenica alla soglia dei cento anni.
Per noi resta un esempio morale, un maestro che sapeva diffondere serenità e pace. Delle tante cose che si sono scritte e dette di Toaff, in particolar modo in queste ore, tra tutte merita ricordare a pochi giorni dal 25 aprile, quelle pronunciate da lui stesso il 19 ottobre del 2006, in Sapienza a Pisa prima di ricevere il «Campano d’Oro», conferito dall’Associazione dei laureati dell’Ateneo pisano, dove volle ricordare Lorenzo Mossa, il docente che gli consentì di laurearsi nonostante le leggi razziali dell’epoca impedissero agli ebrei il conseguimento dell’onorificenza accademica. Ecco cosa disse:
«Sono veramente molto commosso per la manifestazione di stima e di affetto che avete voluto concedermi. Io non so come potrei contraccambiare questo sentimento che voi oggi mi fate sentire così caldo e così pieno di stima e allora vi dirò che, entrando nell’Università (...), ho rivissuto l’atmosfera indefinibile che nell’Università di Pisa si sente, che è ancora qualche cosa di vivo, qualche cosa che mi sorprende per la profondità del sentimento. Quando sono entrato in questo luogo, dico la verità, non avevo provato niente che mi attirasse, che risvegliasse qualche cosa nel mio intimo, che veramente mi facesse sentire a casa mia. Ho sbagliato: perché poco dopo mi sono sentito a casa mia, ho sentito veramente, attraverso le vostre espressioni e l’applauso che mi avete tributato, che c’è qualche cosa che ci lega, come il ricordo del professor Lorenzo Mossa, a cui debbo molto. Nel 1938 nessuno voleva assegnarmi la tesi di laurea e quindi non avrei potuto laurearmi. Allora il professor Mossa mi invitò a casa sua e mi chiese: “Lei ha abbastanza coraggio?”. Risposi: “Penso di sì”. Allora Mossa propose: “Guardi, potrebbe fare una tesi sul conflitto legislativo in Palestina fra la legislazione ottomana, quella inglese e quella ebraica”. Io accettai e così feci la mia tesi di laurea. Alla discussione, con Mossa, c’erano un altro professore di cui non ricordo il nome e il presidente della commissione Cesarini Sforza. Mossa mi presentò dicendo che avrei parlato di un paese che si stava avviando ad avere un destino felice e continuò su questo tono. A un certo punto, Cesarini Sforza si tolse la toga, la gettò sul tavolo e se ne andò. Io guardai stupito Mossa, non sapendo come si potesse procedere, e lui reagì a quello sguardo dicendo: “Vabbé, si farà in due, è lo stesso”. Così continuammo la discussione della tesi di laurea e alla fine lui mi propose: “Guardi 110 non glielo posso dare, si accontenta di 105?”. “Anche troppo”, replicai io. E lui: “Allora le darò 103!”. Accettai felice. Questi sono ricordi che non si possono cancellare e che si conservano per tutta la vita (...). Per questo debbo riconoscere che entrando in questa Università — ma non in quest’Aula dove non ero mai stato perché mi tenevano fuori — ho sentito risvegliare qualcosa in me, cioè il ricordo di quegli insegnanti che, al di là di ogni pregiudizio razziale, mi avevano trattato come tutti gli altri allievi. Una volta, quando andavo dal professor Mossa, gli raccontai quello che mi era capitato durante il viaggio che facevo da Livorno per venire all’Università a Pisa. Alcuni giovani fascisti mi avevano fermato, mi avevano fatto distendere in uno scompartimento, mi avevano spogliato e avevano scritto delle frasi ingiuriose sulla mia pancia. Gli mostrai le scritte e lui ribattè: “Non lo cancelli! Si faccia fotografare, perché questo oltraggio deve rimanere per dimostrare fino a che punto si può arrivare con la politica”. Era questa la politica che il fascismo insegnava ai giovani e questo il modo con cui essi dovevano comportarsi con gli ebrei. Bene, io possiedo ancora quella fotografia, perché mi sono sempre detto che non avrei mai dovuto dimenticare. In questo mio breve ricordo, posso però aggiungere un episodio di segno opposto, legato al custode della Sapienza. Un giorno mi vide entrare e poco dopo mi affrontò chiedendomi di seguirlo. “Venga con me e non faccia discorsi”, disse con tono perentorio. Mi portò in uno stanzino, mi chiuse all’interno con le chiavi e mi disse: “Le spiegherò”. Solo dopo un’ora il custode si decise finalmente a riaprire. “Non mi ringrazia nemmeno?”, chiese. Veramente io non vedevo alcuna ragione per ringraziarlo di avermi rinchiuso in uno sgabuzzino. Ma lui si spiegò: “Lo sa perché l’ho rinchiusa? C’erano quattro fascisti che erano venuti a prenderla”. Fu una dimostrazione di fratellanza che non mi sarei aspettato e debbo dire che nel dopoguerra ho avuto modo di sdebitarmi con lui. Il custode era ormai anziano, aveva lasciato il posto di lavoro e se la passava male, così cercai di fare in modo che se la passasse un po’ meglio. In conclusione voglio ringraziarvi per avermi dato la possibilità di ricordare pezzi della mia vita qui con voi (...). Ho solo voluto parlare come uso fare di solito, senza salire in cattedra, cercando di arrivare con quelle espressioni che, uscendo dal cuore, entrano nel cuore».
Il lutto per la scomparsa di questo grande personaggio della storia è iniziato, ma poi il periodo del cordoglio terminerà e allora spetterà a tutti noi tramandarne la memoria ai posteri. Che la terra ti sia lieve, Rav Toaff.
CULTURA
10 febbraio 2015
[Lettere al Corriere Fiorentino] Combattere una guerra persa

Caro Direttore,
prima che esca dalle sale consiglio a chiunque di andare a vedere “The Imitation Game”, film che racconta la storia di Alan Turing. Genio della matematica, padre ideale del computer, crittografo in grado di dare scacco matto alla Germania nazista, uomo che ha spinto i confini del nostro sapere oltre ogni ragionevole previsione del suo tempo.
Turing era inglese, professore a Cambridge e omosessuale. Morì suicida a 42 anni dopo che venne condannato per oscenità perché provava attrazione per gli uomini invece che per le donne. A lui scegliere se preferiva due anni di carcere o tentare la via della castrazione chimica. Scelse la seconda perché non voleva abbandonare i suoi studi. Non resse e poco dopo mangiò una mela avvelenata (cianuro di potassio) ispirandosi a Biancaneve.
Prima dei titoli di coda del film, appare in sovrimpressione una didascalia: "Tra il 1885 e il 1967, in Gran Bretagna, circa 49000 uomini gay sono stati condannati per atti osceni". Condannati al carcere. Oppure alla scelta della castrazione chimica. In ogni caso all'espulsione forzata dal vivere civile. Umiliati, allontanati, derisi, uccisi per suicidio, uccisi di carcere. Le loro famiglie travolte insieme a loro.
Fino al 1967. Che significa, se non ieri, l’altro ieri. In Gran Bretagna, non in Corea del Nord. Guardare a quella didascalia ci lascia stupiti, sorpresi, increduli. Com’è possibile che si sia permesso di rovinare così tante vite? In nome di cosa? Per sconfiggere quali mostri?
In questi giorni a Firenze un preside di scuola superiore, persona che stimo per il suo metterci sempre la faccia senza nascondersi dietro facili ipocrisie, sta animando un dibattito per la sua decisione di far fare, alle forze di polizia, controlli antidroga all'interno della propria scuola.
L'intenzione è comprensibile e legittima: non voglio che si consumi droga o che si spacci all'interno dell'istituto.
Stimo il preside e l’uomo, capisco le sue ragioni, ma trovo che anche questa sia una battaglia sbagliata di una guerra ancora più sbagliata. Quella alla droga. Una guerra che, per come la si sta combattendo, non è mai stata vinta dal giorno in cui è stata dichiarata. In nessuna parte del mondo. E anzi, dove la si combatte con gli eserciti, come in Messico, è esattamente dove questa rende più ricchi i cartelli del crimine. Una guerra in nome della quale vengono spese quantità pazzesche di denari pubblici, che rendono a molti conveniente che essa continui. Alimentando circuiti poco virtuosi, compresi osservatori antidroga per distribuire poltrone ad amici e parenti, e nonostante la spesso eroica caparbietà di tanti agenti delle forze dell’ordine.
Una guerra che, così intesa, fa le sue vittime soprattutto fra i piccoli consumatori. Uniche vittime del loro presunto crimine. E credo che un giorno guarderemo a questi anni sorprendendoci per quanti soldi abbiamo buttato via, quante famiglie abbiamo messo in crisi e quante vite abbiamo rovinato in nome di una guerra sbagliata che così com’è, affidata all’illusione di una repressione impossibile, costosa e dannosa, possiamo solo e soltanto perdere

Lettera al Corriere Fiorentino di Martedì 10 Febbraio

politica interna
6 febbraio 2015
[dal Corriere Fiorentino] Un Verdini è per sempre
Ha condotto le trattative del Nazareno e si sono ritrovati Mattarella Presidente della Repubblica. E così tanti forzitalioti, compresi, come sempre succede, quelli che fino a ieri non avevano mai mosso foglia contro di lui, ne chiedono la testa.
A chi la chiedono? A Silvio Berlusconi.
La testa in questione è quella di Denis Verdini.
Un rituale ormai consolidato. Nel quale ogni volta par di vedere tante Salomè che ballano per re Silvio. Ma considerato che Verdini non è esattamente Giovanni Battista e Fitto e Toti non sembrano avere il sex appeal della celebre figlia di Erodiade, viene il sospetto che anche stavolta Denis, la minaccia, riuscirà a scamparla.
Mentre scrivo Sergio Mattarella ha da poco giurato a Roma come Presidente della Repubblica alla presenza di un Berlusconi in riabilitazione. Più a nord, a Milano, il titolo Mediaset conferma il buon andamento degli ultimi mesi (al netto dell'iperattivismo di Sky) registrando un modesto, ma non banale aumento.
E se è vero quel che qualcuno dice di Forza Italia partito azienda, si consideri che in genere i proprietari di aziende tengono in gran conto coloro che i problemi non li sottopongono per un parere (ché a far quello son buoni tutti e Toti) ma li risolvono. Il come passa tipicamente in secondo piano. Tanto che poi si scopre, quasi sempre troppo tardi, che i problemi risolti oggi si sono annodati in nuovi problemi da risolvere domani. Per questo un Verdini è per sempre.
E Verdini è uno che i problemi è abituato a presentarli risolti. Urlando, se serve, battendo i pugni, se serve, ringhiando, ammonendo, punendo e facendo tutto quello che serve. Oggi tanto e domani di più. E Berlusconi non può non apprezzare. Preso com’è da mille problemi che riguardano le aziende, i giudici, la famiglia, Duddù, poter affidare ad un risolutore le questioni della politica spiccia non è sollievo da poco.
Anche in vista delle prossime regionali toscane è difficile immaginare che le carte del centrodestra, non stiamo parlando di quelle dei magistrati, le possa dare qualcuno che non sia Verdini. Che come al solito lascia che tutti si agitino, che danzino le Salomè, si candidino i Donzelli, sognino i barbari leghisti.
Perché il punto di fondo della logica verdiniana in salsa toscana ha ricevuto il suggello della legge elettorale varata insieme al PD. Evitati i collegi uninominali e portato a casa il miglior risultato di compromesso. Perché il punto è questo: il centrodestra è strutturalmente minoritario in Toscana (per dirla a là D’Alema), il miglior risultato possibile è perdere in armonia coi vincitori. E fino ad oggi nessuno lo ha smentito.
Autoavvera le proprie profezie. Mantiene la testa attaccata al collo. Risolve i problemi oggi. E prepara quelli di domani. Un Verdini è per sempre.

dal Corriere Fiorentino* di giovedì 5 febbraio
*versione leggermente diversa, per ragioni di spazio

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