[dal Corriere Fiorentino] Curcio alle Piagge e quelle vite travolte dalle parole di ieri
Fare i conti con la storia è un esercizio difficile.
E' difficile farlo con la propria, tanto più lo è farlo con quella
collettiva. Come quella di un paese, l'Italia, che a partire dalla fine
degli anni Sessanta ha vissuto il dispiegarsi di una violenza politica
senza pari nel resto d'Europa per intensità e durata, tanto che la lunga
coda di quella violenza è arrivata per strani rivoli fino ai giorni
nostri.
Forse più ancora del conto delle centinaia di vittime, più ancora degli atti è significativo leggere le parole di quella violenza.
Credo non ci sia strumento migliore per capire, per cogliere fino in
fondo il delirio ipocrita, vigliacco e ottuso di chi ha teorizzato,
predicato, e in non pochi casi praticato, la violenza. Si pensi
all'articolo che uscì su Lotta Continua il 18 maggio 1972, il giorno
dopo l'omicidio Calabresi. “L'omicidio politico non è certo
l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse [...] ma queste
considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione
di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria
volontà di giustizia”.
E' per certi versi una pena, oggi,
leggere i primi volantini delle BR, certi pezzi su Quaderni Piacentini,
così come molte pagine di Lotta Continua e di altri strumenti di
propaganda dell'epoca.
Lo è ancora di più quando per certa
narrazione continua a vendersi inopportunamente il mito di una violenza
spinta da ideali confusi, ma non condannabili aprioristicamente. Lo
racconta bene Mario Calabresi in una delle pagine del suo fortunato
libro “Spingendo la notte più in là”, quando scrive che “i
terroristi non sono stati sconfessati come assassini, ma troppo spesso
descritti come dei perdenti, persone che hanno fatto una battaglia
ideale, ma non sono riuscite a vincere”.
Stasera, ospite
della Comunità delle Piagge, Renato Curcio interverrà per la
presentazione di un libro per dibattere sui nuovi orientamenti rispetto
agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. E' sempre difficile considerare
con sufficienza l'opportunità di dibattiti cui partecipano ex membri di
associazioni terroristiche che hanno predicato e praticato violenza. Non
può essere messo in discussione il diritto, la libertà di espressione.
Così come non si può incatenare per sempre una persona ad una
vicenda temporalmente de-finita. Ma non si può nemmeno trascurare che
vicende che si sono chiuse nel loro svolgersi hanno travolto vite di
persone che la predica e la pratica della violenza hanno trasformato in
bersagli, trascinando nel baratro anche gli affetti legati a quelle persone.
Non
si può chiedere che qualcuno rinunci a vivere, nemmeno con cortesia. Ma
è difficile tacere che verrebbe voglia di chiedere che non si
dimentichi che altri, in nome di un predicare e praticare colpevole,
hanno smesso di vivere loro malgrado e che altri si son visti strappare
affetti i più cari.
dal Corriere Fiorentino di martedì 13 marzo